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Maurizio de Giovanni: scrivo perché non so disegnare

Maurizio de Giovanni dona il suo contributo a F2 Cultura, il grande progetto presentato il 25 novembre di un anno fa dai vertici della Federico II che si rivolge innanzitutto a studenti di università e licei con l’intento cardinale di arricchire il patrimonio culturale di una città che ha sete di sapere.

Siamo in una delle piazze più affascinanti di Napoli, dove si percepisce profumo di storia ad ogni respiro; siamo all’interno di uno dei licei più illustri della città, quello dove un tempo bazzicavano Benedetto Croce, Enrico de Nicola, Roberto de Simone; siamo all’interno dell’Aula Magna del Liceo classico Antonio Genovesi, di fronte ad una facoltosa commissione composta dal rettore della Federico II Gaetano Manfredi, dal prorettore Arturo de Vivo, dalla preside del liceo Maria Filippone, dal professore di letteratura italiana Pasquale Sabbatino e dall’affermato scrittore Maurizio de Giovanni. A lui l’incarico di portare avanti un ciclo di sei seminari sulla scrittura di gialli e noir dal titolo Raccontare il lato oscuro dell’anima camminando in città che si protrarrà fino al 2016.

Dopo le presentazioni di rito comincia il seminario Romanzo e racconto. Il romanzo, quel gigante dalla grande architettura necessaria, un palazzo dove risiedono i vari punti di vista; il racconto, una scultura dalla conformazione prettamente estetica che prepara al finale con una grande emozione.

Maurizio de Giovanni inizia sottolineando l’importanza della lettura. E lo fa indirizzando il pubblico verso un paragone, a mio parere molto significativo, tra un libro ed un film. La lettura è immaginazione: quando si legge si è costretti a dare forma a ciò che è scritto; così la mente lavora, aleggia in luoghi e tempi lontani o vicini, affida un profilo ed una sagoma ai personaggi. Quando si guarda un film, invece, nulla è concesso, tutto è già stato decretato dall’autore, dal regista; sono loro che manipolano le menti del pubblico che, intanto, riposano. È possibile guardare un film in compagnia, e contemporaneamente fare anche altre cose. Leggere, invece, richiede attenzione: si legge da soli e quando non si ha nient’altro da fare. Leggere è complicato perché ci si ritrova registi, sceneggiatori, fotografi e personaggi allo stesso tempo. E se è capitato di vedere un film dopo aver letto un libro, ora si riuscirà a giustificarne la delusione provata.

Un libro è un biglietto per un viaggio. Perché un libro deve portare altrove. Ma per farlo deve possedere potere sensoriale: deve essere capace di far vedere il sangue, di sentire l’amore, di avvertire il male, di assaggiare passioni e ascoltare voci. Maurizio de Giovanni ritiene che non tutti i momenti della vita siano adatti per leggere un determinato libro e non di rado può capitare di giudicarne uno in modo negativo per poi riprenderlo in futuro ed apprezzarlo. Non eravamo pronti prima ad aprirci a quelle determinate emozioni.

Per Maurizio de Giovanni Napoli è il paradiso della scrittura grazie ai suoi contrasti. Pensare a Via Toledo e ai vicini Quartieri Spagnoli come due mondi così vicini ma così lontani, dove si ascoltano due musiche diverse, dove si concepisce la famiglia in due modi diversi, dove si parlano due lingue diverse che, però, coesistono perfettamente. Così nelle zone del Petraio al Vomero, del Casale di Posillipo, di Salita delle Due Porte all’Arenella. Socialmente questa situazione produce non pochi problemi, ma dal punto di vista narrativo rappresenta una miniera d’oro di differenze così fortemente connesse ma così fortemente separate. Infatti, per raccontare le storie di Napoli non c’è bisogno di trasportare il lettore da un capo all’altro della città. La caserma immaginaria di Pizzofalcone, ad esempio, abbraccia in quattrocento metri ben quattro città di cui parlare: i Quartieri Spagnoli, la borghesia commerciale di Via Chiaia, quella finanziaria di Piazza dei Martiri e l’aristocrazia di Via Caracciolo.

Maurizio de Giovanni e il genere noir

Maurizio de Giovanni evidenzia anche le differenze che intercorrono tra libri gialli, noir e la letteratura nera. I gialli sono enigmistici, la risoluzione del gioco è scoprirne l’assassino, come nei romanzi di Agatha Christie. Vi è poca anima, poco sentimento ma molta intelligenza. Il genere noir, di origine francese, insegna che gli assassini agiscono solo nelle banlieuex e che l’eroe può essere rappresentato dal criminale, a differenza del romanzo giallo in cui l’eroe è sempre l’ispettore che indaga. La letteratura nera rappresenta, invece, la mente criminale che è in ognuno di noi. Vi è coinvolgimento nel delitto e si partecipa in prima persona alla risoluzione del caso. Il lettore di un libro nero spera di trovare subito il colpevole ma se lo trova subito ci rimane malissimo: è  come salire sulle montagne russe e scenderne insoddisfatti per non aver provato paura, per dirla con le parole di de Giovanni. È un genere popolare e, dunque, più semplice ne sarà il linguaggio e più si dirà di vero.

Ascoltare Maurizio de Giovanni è sempre un connubio di emozioni. Quella voce bassa, sottile, tinta dall’accento della tua città, ha poteri straordinari: ti prende e ti porta con sé, ti insegna e ti fa sorridere. Ma ti fa anche buttare giù qualche lacrima, come in ogni finale che si rispetti. E commossa, dopo quell’ultimo racconto, ti allontani, verso casa, sperando di riascoltarla al più presto.

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