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Eroica Fenice

La nascita della parodia in Italia

Parodia, ovvero un’imitazione caricaturale di un personaggio esistente o di fantasia. Secondo il filosofo russo Michail M. Bachtin, essa è un nobile procedimento letterario che, riproponendo elementi testuali di un determinato modello, li stravolge fino a portarli all’assurdo, attuando, così, lo “scoronamento dell’eroe” che intende sbeffeggiare. Ma quali sono i reali problemi che nascono in seno a questo genere? Il possesso di una certa levatura culturale dell’autore come elemento essenziale per poter irridere qualcuno, chi può o meno essere oggetto di parodia o il rispetto di eventuali limiti di espressione dettati molto spesso dal mero servilismo?

In Italia, Ettore Petrolini, attore, sceneggiatore, drammaturgo romano, fu senza dubbio uno dei capostipiti di questo genere, tant’è che nei suoi scritti risalenti ai primi del Novecento, così narrava di sè: «Ho importato la parodia. Ho abolito le definizioni di “comico nel suo repertorio” oppure “comico macchiettista” eccetera, e comparvero per me i primi aggettivi di “parodista” o di “comico grottesco” e di “originale”, “fantastico”, “bizzarro” e via di seguito!». Infatti, molti dei personaggi nati dal genio creativo di Pertolini come Giggi er bullo (parodia di un dramma di Gastone Monaldi) e Fortunello, diventarono dapprima suoi alter ego nelle rappresentazioni teatrali dell’epoca e, in seguito, riferimenti indimenticabili per i suoi successori in questa nuova categoria di spettacolo che egli stesso definiva “l’arte del deformare”.

Ma quale prezzo è costretto a pagare colui che attua lo scardinamento macchiettistico di un’icona? Emblematiche in tal senso furono le vicende giudiziarie legate alla commedia “Il Figlio di Iorio” di Eduardo Scarpetta, parodia in salsa partenopea del celebre dramma “La Figlia di Iorio”, di Gabriele D’Annunzio. Nel 1904, Marco Praga, direttore della SIAE, in nome della stessa società e per conto del socio D’Annunzio (del quale era amministratore privato), dopo la prima messa in scena della suddetta commedia, querelò Scarpetta per plagio e contraffazione. Durante il processo, il primo in Italia sul diritto d’autore, memorabile fu l’intervento di Benedetto Croce non solo nella qualità di perito a difesa del commediografo napoletano ma, più in generale, nel ruolo di portavoce della difesa del diritto universale di libera espressione. Dopo anni di battaglie legali a colpi di letteratura, l’autore napoletano fu assolto dalle accuse mosse a suo carico da D’Annunzio. Scarpetta, commediografo dialettale, non solo osò irridere il Vate e la sua poetica altisonante, ma la spuntò pure in Tribunale contro di lui!

A quanto pare, nel nostro paese, specie in determinati contesti socio-culturali e politici, è sempre stato considerato disdicevole sbeffeggiare personaggi consacrati ad icone intoccabili dagli intellettuali del momento, o beatificati come maestri incontrastati nel loro genere dai fans dell’ultima ora (ossia  tutti coloro sempre pronti a saltare sul carro del vincitore, senza sapere nemmeno bene chi quest’ultimo sia). Oggi, fatte le dovute differenze sociali, culturali, storiche e contingenti, cosa accade al genere parodistico?

Una delle ultime parodie degne di nota è quella proposta ad “Amici” da Checco Zalone (alias Luca Medici) nei confronti di Jep Gambardella/Toni Servillo, il protagonista del film premio Oscar “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

Ebbene, l’irriverente Checco, assunte le sembianze e vestiti i panni alquanto colorati di Gambardella, ha dato vita ad una parodia esilarante e pungente del personaggio in questione. Aria di sufficienza verso tutti, toni altezzosi, marcato accento napoletano, flemma esaltata all’ennesima potenza, ha inanellato una serie di battute in perfetto stile Jep nei confronti della sua vittima occasionale, Maria de Filippi, suscitando ilarità persino il colei che la spalla cinematografica di Servillo è stata davvero, ossia Sabrina Ferilli (presente in studio) la quale, con le sue risate sotto i baffi e i suoi occhi strabuzzati ad ogni battuta, sembrava confermare quanto verosimile fosse la suddetta parodia.

Che oltraggio! La caricatura proveniva da un ragazzotto di provincia che ha esordito in un cabaret televisivo proponendo la parodia (oltretutto volgare) dei cantanti neomelodici e che, ad oggi, con i suoi filmetti insulsi ricava più del sommo Sorrentino! Ma ecco pronti tutti i “neo sorrentiniani” giù duri a criticare il signor Medici, il quale, a detta loro, poteva pure risparmiarsi di deridere il protagonista del mitico film che ha riportato il premio Oscar in Italia dopo 20 anni.

Ma cos’è in fin dei conti una parodia e, soprattutto, che rapporto ha con le icone del momento, con il potere e chi lo esercita? Ci risponde l’Avvocato Carlo Fioravante, proprio nella sua arringa a difesa di Eduardo Scarpetta: “che cosa rappresenta la parodia? Rappresenta il bisogno imprescrittibile di ridere(…)La parodia volta il cannocchiale(…),capovolge gli uomini e le situazioni. Intorno ad un luminoso artista come Gabriele D’Annunzio è giusto si raccolgano gli ammiratori. Di questi ammiratori potrei indicare tre categorie: gli ammiratori coscienti, consapevoli, che credono di trovarsi al cospetto della più alta manifestazione della forza dello spirito: costoro sono in buona fede e sono rispettabili. Ve n’è una seconda che io non posso determinare in lingua italiana poiché non trovo una parola così energica e precisa che renda il mio concetto e chiedo permesso di attingere al dialetto: vi sono i patuti. I patuti che effondono i tesori della loro ammirazione inconsapevole su coloro che meno intendono. Ve n’è, infine, una terza più pericolosa delle altre: quella dei servitori ai quali è concessa una sola libertà: esagerare gli ordini del loro padrone!

In conclusione, caro Checco Zalone / Luca Medici: a quando un altro dei tuoi pezzi forti, ovvero la parodia di Roberto Saviano?

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