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Eroica Fenice

Nero Dostoevskij

Nero Dostoevskij di Antonio Mesisca alla Mooks

 

Un noir che supera i confini del genere per divertire il lettore.

Così è stato descritto Nero Dostoevskij, romanzo di Antonio Mesisca, presentato ieri venerdì 30 ottobre alla Mooks (Mondadori Bookstore) di piazza Vanvitelli, edito dalla casa editrice Scrittura & Scritture, che ha sede a Napoli.
Antonio Mesisca è un novarese che nella vita, si limita a dire, produce e vende bulloni. Era già noto in ambiente partenopeo per aver partecipato al concorso letterario nazionale Il racconto nel cassetto di Villaricca.
Qualche spunto dei primi scritti ritorna anche in quest’ultima fatica, che incuriosisce il lettore già dal titolo, un accattivante (e quasi dissacrante) accostamento di quel terribile «nero» al nome di un mostro sacro della letteratura russa.

Intervista ad Antonio Mesisca, autore di Nero Dostoevskij

Il punto è: perché «nero»? Ma soprattutto, cosa c’entra Dostoevskij?
«Nero» è ovvio: è un romanzo noir, anche se ingabbiarlo in questo genere sembra riduttivo. Di nero c’è la storia, di nero c’è il contesto e di nero ci sono i personaggi. Il protagonista, Oscar Peretti, non è affatto un esempio positivo, così come non lo sono le sale da gioco che frequenta, né i tipi a cui deve dei soldi (che pure hanno dei soprannomi singolari!). Tuttavia, di quello stile narrativo drammatico e serioso, squisitamente noir, c’è solo lo sfondo. A prevalere è invece l’ironia, il gioco. La scrittura è fresca e leggera, anche quando la storia si fa cruda e infelice.
«Dostoevskij» è un po’ meno ovvio. L’idea nasce quando Mesisca scopre, con grande stupore, che il celebre romanziere aveva dettato in pochi giorni l’intera opera Il giocatore, solo per la necessità di saldare dei debiti di gioco. Da lì, ogni riferimento a persone o cose che lo riguardano non è per niente casuale: le vicende narrate ricordano vagamente Delitto e Castigo, poiché effettivamente il racconto si apre con un delitto; inoltre, i titoli dei capitoli corrispondono ai titoli delle sue opere; infine, il cane, presenza costante e quasi avversa al protagonista, si chiama proprio Fëdor, e la sua padrona è amante di Dostoevskij.
Come vogliono le regole della verosimiglianza, molti volti del romanzo nascono su imitazione di persone esistenti, che l’autore ha conosciuto o che magari ha solo incontrato per strada. Ognuno di essi si muove lungo il filo conduttore del gioco d’azzardo e della conseguente disperazione, che, fortunatamente, non ha colpito personalmente l’autore. Almeno così precisa lui all’ironica domanda del mediatore della presentazione, Gianluca Calvino, dell’Associazione Culturale Librincircolo.
Durante la presentazione, le letture espressive di Rita Raimondo hanno convinto il pubblico che il romanzo di Mesisca sia un’ottima miscela di elementi macabri e sarcastici, capace di divertire oltre che accompagnare il lettore.
E allora che aspettate? Non volete sapere se Peretti fa davvero il gioielliere? E se Fëdor sarà sempre Fëdor? E il castigo, ci sarà?