Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Olive tunisine

Olive tunisine, l’Europa dice “sì”

ll Parlamento europeo ha dato il via libera, il 10 marzo scorso, all’importazione di olio d’oliva con olive tunisine. Allo scopo di sostenere l’economia tunisina, duramente colpita dagli attentati dell’ISIS del 18 marzo e del 21 giugno 2015, la corte di Strasburgo ha concesso l’importazione di 35.000 tonnellate di olio tunisino senza pagamento di dazi.

In realtà, si tratta di una decisione che il parlamento europeo aveva in cantiere già da settembre 2015. Il vicepresidente Federica Mogherini, il commissario per l’agricoltura Phil Hogan e la commissaria Cecilia Malmstrom avevano sottolineato quanto fosse importante sostenere la Tunisia in un momento così difficile, e si è scelto di puntare sull’olio di oliva, una delle punte di diamante dell’agricoltura di quel Paese.

Come era facile immaginare si è trattata di una decisione che ha fatto discutere non poco in Spagna e in Italia, i Paesi europei considerati i maggiori produttori di olio d’oliva. In particolare nel nostro, che è il secondo produttore al mondo di olio, la Coldiretti ha sottolineato come molte aziende italiane siano a rischio e che con l’importazione di olio tunisino possa esserci il rischio di frodi alimentari, mettendo a repentaglio il Made in Italy. Non sono neanche mancate proteste, come quella di alcuni agricoltori a Catania lo stesso 10 marzo.

Pro e contro dell’olio con olive tunisine

Alla luce di quanto si è detto, bisogna valutare quali possano essere vantaggi e svantaggi di una decisione del genere. La prima cosa da dire è che, messi in chiaro i motivi di questo provvedimento, non si può di certo pensare che sia l’ennesima imposizione all’Italia di un’ordine dell’UE venuto dal nulla. Perché, se il motivo principale è quello di aiutare l’economia di un Paese colpito più volte dalla violenza del terrorismo, allora bisognerebbe mettere da parte il nostro orgoglio nazionalista e porgere la mano a chi è in difficoltà.

Tuttavia, ciò non toglie che, indubbiamente, si tratta di un segnale che mostra ancor di più la debolezza di un paese come il nostro. Un Paese che accetta tutto senza fare storie, senza tentare di farsi valere. Si ha la sensazione che l’Italia sia ormai divenuta un enorme ripostiglio in cui gli altri paesi possono piantarvi tutti i semi della loro economia: olio tunisino, grano arabo, pomodori cinesi e così via, offuscando i vanti agroalimentari che danno lustro all’Italia e facendo perdere non soltanto posti di lavoro, ma anche la nostra stessa identità.

Alla fine di questo discorso, una domanda nasce spontanea: l’Italia è destinata a divenire nuovamente una colonia?

Ciro Gianluigi Barbato