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Eroica Fenice

Pietro Sparacino e Diodegradabile

Pietro Sparacino e “Diodegradabile”, l’intervista

Per chi non lo conoscesse, Pietro Sparacino si definisce “uno Stand up comedian, comico, autore, attore, incline a ogni forma di dipendenza”.
La serata del 29 settembre il comico siculo sarà a Napoli, armato di microfono e cose da dire senza censure, né filtri, per arrivare, oltre che alla pancia, alla testa di chi sarà presente. Il suo tour autunnale parte dal Kestè, al Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, con il suo sesto monologo satirico, intitolato “Diodegradabile”.

Per l’occasione, Pietro Sparacino si è reso disponibile per un’intervista e abbiamo avuto modo di parlare con lui. Ho avuto il piacere di scandagliare varie tematiche insieme a Pietro Sparacino, che ha spaziato dal suo mestiere, alla sua carriera, al suo nuovo spettacolo sulla scia di ragionamenti importanti e corposi che sono sublimati deliziosamente in risate multiformi.

Pietro Sparacino, l’intervista

Innanzitutto, grazie per la disponibilità! Mettiti comodo, perché sono quindici le domande.
Se permetti, però, inizierei subito con una domanda “scomoda”. Ti va?

Che meraviglia.  Assolutamente sì! Sono comodissimo.

Dai tuoi spettacoli si percepisce un tipo di comicità dal sapore agrodolce.
Quanto Pietro Sparacino libera sul palco ciò che gli fa più male senza inibizioni?

Metto in gioco tantissimo di me, sul palco.
Proprio l’altro ieri facevo un workshop qui a Roma con dei ragazzi e parlavamo appunto di quanto ci si metta in gioco con la Stand Up Comedy.
È importante che tutto ciò di cui ti liberi sul palco in qualche modo tu l’abbia già vissuto e ci abbia già fatto i conti nella vita, altrimenti diventa “psicodramma” e non Stand Up Comedy. Quindi, tutto quello di cui io parlo parte dal “dramma” (per usare un parolone), parte dal vissuto di ognuno di noi e non un vissuto che necessariamente fa ridere di per sé, ma un’esperienza nella quale poi  si trova un lato comico.
Nel vecchio spettacolo facevo un pezzo sulla mia psoriasi e la pubblicizzavo come una malattia straordinaria. A me dispiace per chi non ha le malattie autoimmuni perché non è avvisato quando sta attraversando un periodo del cavolo.
Quindi, ribaltando il concetto della malattia, ovviamente libero tantissimo sul palco e il messaggio più bello che abbia ricevuto in questi anni di carriera è stato quello di un ragazzo che mi ha scritto: Grazie al tuo monologo io adesso riesco a vedere la mia malattia in maniera diversa.
E poi mi ha fatto un piccolo appunto.

Nel pezzo in questione dico che non ho mai avuto la psoriasi sul “pisello” perché credo che il fallo sia auto – auto immune, e lui mi ha detto –No, non è vero, ti sbagli perché viene anche sul “pisello” e non sai quanto è doloroso!-
Detto ciò, è il caso di fare la differenza fra i Cabaret e la Stand Up Comedy. Il cabaret ti chiede di spegnere il cervello e non pensare ai problemi, la Stand Up Comedy, invece, ti ricorda che ne hai un sacco, ma per fortuna non sei solo.

Il senso dell’umorismo va a braccetto con la resilienza, perciò è importante svilupparlo. È uno strumento su cui una persona può contare per tutta la vita.
Se siamo d’accordo su questo, pensi sia giusto vietare gli spettacoli della Stand Up Comedy ai minori di diciotto anni?

Assolutamente no. È una considerazione alla quale sono arrivato nell’ultimo mese, tanto che nelle ultime locandine di “Diodegradabile”, rispetto alle precedenti, è sparito il marchio “Vietato ai minori di diciotto anni”. Perché? Perché da poco sono entrato nel bruttissimo mondo di Instagram (ho aggiunto un altro social alla mia vita già parecchio difficoltosa) e ho scoperto che qui ci sono ragazzini dai dodici, ai tredici, ai quattordici, quindici anni.
Magari un ragazzino di dieci anni è opportuno che non venga allo spettacolo di Stand Up Comedy perché non capirebbe tantissime cose, ma proprio a livello di conoscenza, a livello culturale, ma per un ragazzo di quindici, sedici anni di oggi assolutamente non è così. Anche perché se tu stai su Instagram vuol dire che automaticamente stai con uno smartphone in mano e hai la possibilità di accedere a qualunque tipo di contenuto che è in rete, quindi sicuramente uno spettacolo di Stand Up Comedy ti fa molto meno male di tantissima altra spazzatura che gira e forse, magari, impari qualcosa in più.
Io quasi quasi comincerei a vietarlo ai maggiori di cinquant’anni, piuttosto.
A Catania c’era un gruppetto di sedicenni allo spettacolo. Lo so perché mi avevano chiesto se potevano venire, pur avendo sedici anni, e io li ho rassicurati dicendo loro che nessuno avrebbe chiesto la carta d’identità all’ingresso. Accanto a loro c’era un gruppetto di cinquantenni. Durante lo spettacolo, vuoi per bigottismo, vuoi per immagine, vuoi perché non potevano “sguaiarsi” su alcune cose, sono stati dei “signori” dall’inizio alla fine, senza mai eccedere, senza mai farsi trasportare particolarmente. Il trasporto, invece, c’era nei ragazzi di sedici anni ed era vitale. Quindi, probabilmente, lo vieterei agli adulti.

Sostieni che si possa ridere di qualunque cosa? E Pietro Sparacino riesce a ridere di tutto?

Credo che si possa ridere di qualunque cosa, ma che ci sia un momento per ridere di ogni cosa.

È un po’ il discorso che ti facevo prima, il dramma deve essere accettato prima di diventare oggetto e soggetto di un monologo, di una battuta, di una riflessione. È per questo che molte volte quando succedono i drammi e ci si scaglia immediatamente in rete a scrivere battute magari non fanno ridere, non perché siano inopportune, ma perché è inopportuno il momento, il contesto e il luogo.

Come si rapporta Pietro Sparacino con chi si prende troppo sul serio e non ride mai di gusto?

Uuh! Quindi come mi rapporto con Pietro Sparacino? Con me stesso?!
Guarda, io mi prendo tantissimo sul serio. Capita, a volte, quando sono in giro con la mia compagna che le dicano “Ah, ma chissà quanto ridi a casa!” In realtà, e questo lo dico nello spettacolo, io faccio il comico, ma non sono comico. Penso che il mio habitat naturale sia il palco perché è lì che riesco veramente a ridere di gusto. Per carità, nella vita sono un idiota, scherzo, rido, faccio battute, ma ci sono momenti in cui mi adombro e mi metto nell’angolino perché devo riprendermi. Sono, per questo, terribilmente empatico con chi si prende sul serio, ma questo non esclude che c’è anche una forma di mal sopportazione nei loro confronti.
Quindi, mal sopportando chi si prende sul serio, mi mal sopporto io, e perciò agisco.
Capisci che delirio la mia vita?

Come scopre Pietro Sparacino di poter far sua l’arte di far ridere?

Faccio teatro da quando avevo tredici anni. Poi ho fatto una stagione in un villaggio turistico e il capo villaggio mi disse che ero portato per il cabaret e, così, mi si è aperto un mondo.
Ritornato a Roma, mi sono iscritto a un’accademia di teatro comico e da lì è nato tutto.
Il piacere di salire su un palco e di avere un microfono in mano, comunque, l’ho sempre avuto. L’egocentrismo malato è dentro di me, fondamentalmente. L’ho solo canalizzato nella comicità.

Il principale modello comico di riferimento di Pietro Sparacino?

Non ho mai avuto un modello specifico di riferimento, anche perché credo sia sbagliato.
Il comico deve sviluppare il proprio personalissimo stile. Quindi, nel momento in cui segui eccessivamente un modello, rischi di andare a imitarlo. Penso, comunque, di aver rubato molto da tantissimi colleghi. Tranne le battute, ovviamente.

La paternità ha influito sulla comicità di Pietro Sparacino?

Moltissimo. Ha influito sia la paternità, sia il lavoro che ho fatto con i bambini. È un argomento del quale parlo nello spettacolo.
Ho insegnato teatro ai bimbi per oltre dieci anni e i bambini sono stati fondamentali nello sviluppo delle mie corde comiche. Dico nello spettacolo, infatti, che i bambini non hanno sviluppato il senso dell’opportuno, cioè, “non gliene frega un cacchio”. Se li fai ridere, ridono, altrimenti ti umiliano come solo i bambini sanno fare. Quindi, c’è tutto un passaggio in cui parlo del mio mondo da insegnante teatrale con i bambini.

Definiscimi cos’è per Pietro Sparacino la comicità con una metafora.

Penso che la comicità possa essere associata a…(perdonami, sto cercando il termine meno volgare possibile)…a…una sana “defecatio”.
Dalla qualità della cacca, e quindi dalla sua consistenza, capisci la qualità della comicità.

Parlo della liberazione di qualcosa. In base al risultato ti rendi conto che ti sei liberato di alcune cose o di altre.

Se non avesse intrapreso questo tipo di carriera, oggi Pietro Sparacino sarebbe…

Un cartolaio.
Starei in cartoleria da mio padre a vendere libri, giornali, penne, a giocare le schedine, a fare le battute ai clienti e a frustrarmi nel tempo libero non essendo riuscito a fare altro, se non il cartolaio.

La comicità della Stand Up Comedy non prevede la “battuta semplice”, in un certo senso.
Cosa pensi del resto della comicità italiana? Per te, quali sono i mali che l’affliggono?

In realtà non è vero che la Stand Up non prevede battute semplici. Noi con Satiriasi nel 2009 abbiamo avuto la necessità di essere fondamentalisti per demarcarci nettamente da ciò che era la comicità italiana, quindi il cabaret italiano, ma in realtà le battute non sono tutte complicate e non è vero che la Stand Up è necessariamente migliore di certi comici, di certi cabarettisti.

La Stand Up Comedy è una tipologia di comunicazione, una forma d’arte a sé stante rispetto al cabaret.
Io conosco alcuni cabarettisti bravissimi e alcuni stand up comedian “cani”.
La Stand Up è quella comicità che in qualche modo ti chiede un impegno, non solo politico, civile e partigiano, ma anche di ascolto semplicemente. Devi stare lì ed esserci. 

Se parliamo di semplicità in questo senso, bene, ci sto. L’ascolto di uno spettacolo di Stand Up Comedy è diverso rispetto all’ascolto di uno spettacolo di cabaret.

C’è un discorso da fare che non riguarda la comicità in Italia, ma riguarda l’Italia.
Siamo il paese della Commedia dell’Arte, siamo il paese dell’Avanspettacolo, siamo il paese di Petrolini, di Walter Chiari, siamo il paese di un certo tipo di comicità che è andata bene e va bene ancora adesso perché le masse ci saranno sempre ed è giusto che ci sia una comicità per loro. È altrettanto giusto, però, che da dieci anni a questa parte sia nata una nuova forma di comicità, che è la Stand Up Comedy. C’è bisogno dell’alternativa.
La comicità va di pari passo con quella che è la realtà. Qualche anno fa Zelig e Colorado andavano benissimo perché c’era l’illusione di stare bene in questo paese, l’illusione che tutto fosse paillettes, che in giro tutto fosse lustrini e luccichii. Poi, piano piano, la situazione è cambiata: la crisi economica, la gente che non arriva a fine mese, le varie tragedie e drammi quotidiani. Secondo me anche per questo la Stand Up Comedy ha trovato terreno fertile.
Noi siamo riusciti e riusciamo a intercettare tutta quella cerchia di persone che si erano, per principio, precluse la possibilità di partecipare a una serata di cabaret, quindi di comicità. Non c’era niente per quella gente. Oggi, invece, c’è la Stand Up Comedy.
La comicità si sviluppa in base al periodo storico. Noi siamo nati perché sentivamo l’esigenza di fare un percorso artistico e culturale in Italia, quindi la comicità va di pari passo con la realtà.

Nel momento in cui la stessa realtà quotidiana che viviamo noi come artisti la vive lo spettatore, ci possiamo trovare nella stessa dimensione io su un palco e il pubblico seduto ad ascoltarmi.

L’intervista a Pietro Sparacino continua focalizzando l’attenzione sul suo nuovo monologo satirico

Già dal titolo di questo tuo sesto monologo, “Diodegradabile”, c’è un riferimento alla religione.
In uno dei tuoi monologhi precedenti, ti sei definito “un cordon bleu cattolico cotto a fuoco lento, farcito, infarcito e impanato di cattolicesimo”.

Quanto rimane dentro ciò che ci viene inculcato da piccoli?

Oggi Pietro Sparacino è realmente libero da questo condimento a sfondo religioso, pur dichiarandosi ateo?

Assolutamente no! (Ride,ndr)
Ci sono delle cose che faccio e i miei più chiari amici mi dicono -Ecco, questo è il retaggio cattolico!-
E il retaggio cattolico non te lo scrolli di dosso.
Ancora mi capita d’intonare sotto la doccia le canzoni di quando cantavo in chiesa e poi mi sento in colpa perché mi sono venute in mente.
A proposito di ciò io penso di educare mio figlio alla libertà di pensiero, però lui sa che io sono ateo e altrettanto la madre. In qualche modo sto facendo la stessa cosa che hanno fatto i miei genitori con me. Loro, consapevolmente, non mi stavano inculcando niente, stavano vivendo, hanno vissuto e hanno continuato a vivere da genitori così come avevano fatto prima di diventarlo.
Quindi, mi rendo conto che, in realtà, sto inculcando a mio figlio l’ateismo.
È un paradosso, lo capisco, ma è così, tant’è che il piccolo comincia già a diventare molto critico nei confronti di chi crede. È inevitabilmente condizionato.
A quattro anni, uscito da scuola, ha visto per la prima volta un rosario e vedendo Gesù in croce attaccato a una collana l’ha definito “Gesù, quello che fa le collanine”.
Abbiamo iniziato prestissimo con mio figlio. (Ride)

 

Il tuo monologo parla di potere in ogni forma e di tutte le sue contraddizioni.
Ognuno di noi subisce o esercita il potere su qualcuno in questa società, che è decisamente orientata al controllo. Se ci guardiamo bene intorno, siamo immersi in una rete opprimente di relazioni di potere e persino quelle amorose spesso ne sono intrise. Ma “il potere logora chi ce l’ha” è la citazione che troneggia sulla locandina dello spettacolo.
Cosa puoi dire dello spettacolo che presenterai il 29 settembre al Kestè, a Napoli?
Hai l’antidoto contro la stupidità del potere?

No, per niente. Anzi, sto facendo questo tour magari per trovarlo insieme l’antidoto, ma credo che non ci sia. O, meglio, penso che l’antidoto sia la conoscenza e la consapevolezza costante.
Sì, lo spettacolo parla di potere in ogni sua forma. È evidente la citazione di una frase di Andreotti “Il potere logora chi non ce l’ha”, in questo caso, nello spettacolo, “il potere logora chi ce l’ha” perché noi stiamo vivendo anni in cui ci sono parabole di politici, artisti, personaggi, che arrivano all’apice del successo e crollano in men che non si dica.
Mi viene da pensare ultimamente a Renzi, che era dio e poi è ritornato ad essere un comune mortale, se non di meno. (Spero che succeda presto con Salvini, che questa parabola cominci ad essere presto discendente). Lo vediamo quotidianamente con lo spettacolo, noi lo viviamo. È in tutte le situazioni così. I genitori sono completamente logorati dal proprio potere, non hanno la minima idea di come educare i figli e quando ce l’hanno, ce l’hanno sbagliata, fondamentalmente.

Quindi, sono anni in cui pensiamo di avere potere tutti, pensiamo di poterlo esercitare sempre, da quando ci sono i social diciamo di essere padroni delle nostre vite e in realtà siamo completamente devastati.
Questo è lo spettacolo.
È un flusso di coscienza nel quale io, più che divertirmi, ho proprio voglia di dire alcune cose.

Ci terrei a soffermarmi con te sui rapporti di potere tra genitori e figli.
Da padre, cosa pensi della frase “Bisogna far capire ai propri figli chi comanda”? I piccoli non dovranno mica imparare a rassegnarsi alla volontà del più forte?
Come pensi si possano gestire i conflitti con i bambini senza decretare un “dittatore” e un “prigioniero”?

Secondo me, uno dei grandi drammi della genitorialità oggi in Italia è che i genitori non ascoltano mai i bambini.
Ieri ero in macchina con mio figlio che mi spiegava come nasce l’ambra, mi diceva che si forma dalla resina degli alberi, che ci s’incastonano gli insetti dentro, ecc.
A un certo punto gli ho detto -Amore, non la conoscevo questa cosa!- e lui, soddisfatto, ha esclamato – Che bello!-
È importante riconoscere ai bambini il fatto che su qualcosa ne sanno più loro.
Io picchierei i genitori che, abusando della loro posizione, picchiano i bimbi, ne parlo nel vecchio spettacolo.
Picchiare un bambino vuol dire arrendersi, vuol dire arrivare a comunicare col proprio figlio con armi civili e sono questi i casi in cui dovrebbero intervenire i servizi sociali.

Il pubblico, pagando il biglietto per vedere un tuo spettacolo, in un certo senso ti delega il potere di prenderlo in giro e di superare ogni barriera. Anche il comico rischia, quindi, di abusare del suo potere e divenire per questo scadente.
In che modo cerchi di restare fedele alla serietà imprescindibile dell’arte di far ridere?
Qual è il tuo mantra quando scrivi un pezzo?

Mi capita di fare spettacoli con quattrocento persone, com’è successo la settimana scorsa a Ragusa, ma mi capita anche di fare spettacoli, come quelli non pubblicizzati bene, a Roma, in un teatro di duecento posti, con dodici persone.
Vivo ancora situazioni del genere e questo mi ancora a terra tantissimo.
Inoltre, nel momento in cui il comico sbaglia a gestire il potere sul palco non si diverte più. Quindi, quando comincerò a non divertirmi più, secondo me sarà un campanello d’allarme importante che spero di riuscire ad ascoltare.
Non ho un mantra particolare mentre scrivo un pezzo perché ogni pezzo è una storia a sé, ogni monologo è una storia a sé, ogni battuta è una storia a sé. Magari mi dedico per una settimana o dieci giorni alla struttura di un monologo e vivo in funzione di quello, nel senso che lo penso, lo ripenso, guardo le persone e cerco di capire su quell’argomento che possibilità mi offrono, però oltre al lavoro e al pensiero costante e continuo sul monologo non ho altri mantra.

Concludiamo con una considerazione sullo slogan dell’era “del tutto e subito”: “Volere è potere!”. Spesso è una frase che ripetiamo a noi stessi, ma ci rende alquanto nevrotici.
Cosa dice Pietro Sparacino a se stesso quando gli tocca scalare una montagna?

Bah…diciamo che prima di scalare una montagna, innanzitutto, io mi faccio una canna.