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Eroica Fenice

Prageeth Eknaligoda e la libertà di stampa in Sri Lanka

Prageeth Eknaligoda, giornalista, commentatore politico e vignettista, proveniente da una ricca famiglia aristocratica di etnia cingalese, è scomparso nel nulla cinque anni fa.

Di lui si sono perse le tracce il 24 gennaio 2010, alla vigilia delle elezioni politiche che hanno visto trionfare l’ex presidente Mahinda Rajapaksa sul generale Sarath Fonseka.
Nel quadro di questa campagna presidenziale Prageeth aveva pubblicato sulla testata online indipendente per la quale lavorava all’epoca della sua sparizione – nota come Lanka E-news  – un’analisi comparativa dei due candidati, prendendo posizione in favore di Fonseka. Per tale motivo, i figli e la moglie, Sandhaya Eknaligoda, da sempre affermano che siano stati i sostenitori di Rajapaksa ad aver ordito il sequestro.

Fu proprio la donna l’ultima persona a sentire la voce di Prageeth Eknaligoda, il quale la sera della scomparsa le telefonò dopo aver lasciato il suo ufficio per avvisarla che stava rientrando a casa. E fu proprio lei che, dopo ore di attesa, si recò alla stazione di polizia per denunciare l’accaduto, ma, per oltre due settimane, gli agenti non fecero nulla perché ritenevano si trattasse solo di una mossa propagandistica e, in seguito, affermarono che i registri di polizia nei quali erano consegnati i dettagli di tutta la vicenda erano stati persi. La stessa donna a cui, nonostante i disperati appelli successivi, il governo dello Sri Lanka ha sempre negato il lancio di un’investigazione sul caso, rifuggendo da qualsiasi responsabilità.

Secondo diverse organizzazioni per la libertà di stampa ed i diritti umani – tra cui PEN ed Amnesty International – l’ipotesi più plausibile è che i responsabili della sparizione di Prageeth siano forze pro-governative. Non a caso, egli era da tempo nella lista nera del governo dello Sri Lanka a causa della sua satira sferzante e delle sue critiche anti-governative che, poco prima della sparizione, lo condussero ad un’investigazione sul presunto uso di armi chimiche contro i civili da parte delle forze governative negli scontri contro i ribelli delle Tigri Tamil.

Per anni, infatti, lo Sri Lanka è stato teatro di una sanguinosa guerra civile (1983 – 2009), combattuta tra le autorità statali ed il movimento separatista delle Tigri Tamil. Il sanguinoso conflitto era esploso a causa delle tensioni tra la minoranza tamil, prevalentemente di religione hindu, e la maggioranza buddista dei cingalesi.  Dopo decenni di combattimenti, nel 2008, il presidente Rajapaksa lanciò un’ultima offensiva. I civili furono spinti dall’esercito verso la cosiddetta no-fire zone, un’area neutrale ove era stata promessa loro assoluta protezione. Ovviamente, si rivelò una trappola: il governo bombardò intenzionalmente l’area, colpendo anche i campi per i rifugiati e gli ospedali. Dai dati dell’Onu si evince che nell’ultima fase del conflitto furono uccise tra le 40 e le 70 mila persone. Gran parte dei crimini commessi all’epoca sono ancora impuniti.

Nel paese giornalisti e scrittori sono spesso vittime di violenze ed intimidazioni. Basti pensare che dal 1992, 19 giornalisti sono stati uccisi a sangue freddo, nella più totale impunità. Lo stesso Prageeth era già stato vittima di un attacco nell’agosto del 2009: fu bendato e sequestrato per una notte intera. Secondo l’associazione Committee to Protect Journalists, i suoi sequestratori affermarono che stava parlando troppo e che avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa. Nei mesi seguenti, Prageeth Eknaligoda e sua moglie continuarono a ricevere chiamate intimidatorie e, nel frattempo, notarono che di fronte la loro abitazione era parcheggiato un camion bianco senza numero di targa. Questi camion bianchi sono tristemente noti nello Sri Lanka: oppositori del regime, giornalisti ed attivisti, che vengono caricati con forza sui white vans, difficilmente tornano a raccontare le loro storie.

Nonostante la guerra civile si sia conclusa nel 2010, le ferite sono ancora aperte ed è per questo che l’attuale presidente Maithripala Sirisena ha incentrato la sua campagna elettorale sulla lotta alla corruzione e sul rendere giustizia alle vittime del conflitto.

In seguito all’attacco alla redazione di Charlie Hebdo dello scorso 7 gennaio, diverse associazioni hanno lanciato appelli alla comunità internazionale per non dimenticare gli attacchi alla libertà di stampa nello Sri Lanka e per puntare i riflettori sulle varie testate in stile “Charlie Hebdo” di cui raramente si sente parlare.

-Prageeth Eknaligoda e la libertà di stampa in Sri Lanka-