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Eroica Fenice

Stati Uniti, Obama e il successore sbagliato

Stati Uniti, Obama e il successore sbagliato

 

Negli Stati Uniti la famiglia è un elemento importante nella vita politica e amministrativa del Paese. Il caso dei Kennedy è solo il più famoso, con John Fitzgerald eletto presidente nel 1960 e Robert Francis senatore dal 1965 al 1968. Entrambi nelle fila del Partito Democratico, lo stesso che lo scorso 8 novembre ha provato a riprendere questa secolare tradizione nella maniera più spettacolare che si potesse immaginare. Hillary Diane Rodham in Clinton ha rischiato di riportare il cognome del marito Bill dietro la scrivania più pesante dello Studio Ovale.

Tutti sappiamo bene com’è andata e in che modo si sono infranti i sogni di gloria della candidata democratica. Anche se la maggior parte dei commentatori di tutto il mondo – ma soprattutto quelli statunitensi – hanno capito realmente in che direzione stavano andando le cose solo a partire dai primi scrutini, che interessavano Indiana, Kentucky e Vermont. E’ l’una e venti minuti circa in Italia, e Donald Trump è in vantaggio su Hillary Clinton, 19 grandi elettori contro 3.

Partito Democratico, Clinton e sondaggi: i tre grandi sconfitti delle elezioni negli Stati Uniti

Ciechi, sordi o solo superficiali? Volutamente o in maniera del tutto inconscia? Qualunque sia stato l’atteggiamento della maggior parte degli opinionisti e dei sondaggisti degli Stati Uniti, il risultato è che l’improponibile – secondo i più – candidato repubblicano Donald Trump ha letteralmente ricoperto il ruolo del perfetto outsider. Come? Sbranando avversari, a partire dai suoi compagni di partito durante le primarie, contro politici di professione e sostenitori di lunga data al seguito, molti dei quali, fino alla fine, hanno lasciato trasparire le loro perplessità sulla credibilità del tycoon nelle vesti di presidente. Stracciando pronostici, nonostante le uscite poco felici praticamente su tutto: donne, omosessuali, afroamericani, ispanici, immigrati. E ignorando, e a volte ridicolizzando, le polemiche riguardanti il suo rapporto non proprio trasparente col fisco degli Stati Uniti. Visti oggi, questi particolari sembrano aver indignato più l’opinione pubblica mondiale che l’elettorato americano, soprattutto quello di campagne e periferie. Al contrario, Trump ha vinto proprio sfruttando queste armi. Si è mostrato schietto, dall’inizio, e politicamente scorretto, in un momento in cui molti statunitensi stentano più del solito a mantenere la calma e non hanno voglia di approfondire troppo le questioni (stato d’animo condiviso anche in molti paesi europei).

Così, al risveglio in un mondo con Trump presidente degli Stati Uniti, ma dove il sole sorge ancora (come ha scritto Obama alla vigilia delle elezioni), in Italia c’è chi, nel Partito Democratico nostrano, vive il risultato dell’8 novembre come “una tragedia peggiore del terremoto”, a leccarsi le ferite stavolta è un altro Partito Democratico, quello d’oltreoceano. Dopo otto anni di presidenza Obama, in cui gli Stati Uniti hanno vissuto momenti difficili e cambiamenti significativi, dalla crisi economica alle modifiche al sistema sanitario, passando per gli immancabili interventi militari in altri paesi, il Partito Democratico dice addio alla Casa Bianca, insieme alla sua candidata, Hillary Clinton.

Hillary Clinton: siamo sicuri non ci fossero altre strade da percorrere?

Già, Hillary. Perché proprio lei? Certo, il peso della “dinastia” familiare conta, ma fino ad un certo punto. Secondo molti, infatti, qualsiasi altro candidato democratico avrebbe sconfitto Trump. Tutti, ma non Hillary, che pure ha le mani in pasta da circa quattro decenni, prima come first lady più influente e attiva d’America poi come senatrice, candidata sconfitta alle primarie da Obama e Segretario di Stato durante il secondo mandato dello stesso Obama. Una donna, insomma, che ha già scritto pagine importanti nella storia recente degli Stati Uniti. Non proprio la figura ideale da proporre in un’epoca che chiede “rottamazione” (sedicente o autentica che sia) a destra e a manca, al di qua e al di là dell’Atlantico.

Ma questa è anche l’epoca degli hashtag. Probabile, quindi, che il Partito Democratico si sia fatto ammaliare dal fascino delle etichette: dopo il primo presidente afroamericano, ecco a voi anche il primo presidente donna degli Stati Uniti. Sembrava tutto perfetto, tutto già scritto. Peccato che, stavolta, il passo fosse più lungo della gamba. Gli elettori americani hanno preferito ascoltare gli insulti di chi urlava al loro posto, pur di non veder salire Hillary Clinton al comando di una nave su cui viaggia da troppo tempo. Allora niente donna al potere: il “glass ceiling”, il soffitto di cristallo di cui Clinton parlò dopo la sconfitta alle primarie del 2007 ha subito solo qualche altra crepa, ma sarà un’altra donna ad infrangerlo. Forse. Non lei, non più ora. Perché ora non è il momento del primo presidente donna alla Casa Bianca. No. Ora è il momento del primo presidente nella storia degli Stati Uniti d’America senza alcuna esperienza politica o militare alle spalle. I tempi sono cambiati. Good luck, world!

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