Seguici e condividi:

Eroica Fenice

kenya

Strage in Kenya: la deriva dei diritti umani

Risale a giovedì 2 aprile l’attacco ad un campus universitario di Garissa in Kenya, in cui sono morti 147 studenti per lo più di fede cristiana. L’attacco, iniziato alle cinque del mattino e durato più di 14 ore, è stato rivendicato dal gruppo terroristico di Al Shabab, che negli ultimi anni ha ripetutamente attaccato il Kenya dopo che Nairobi ha inviato l’esercito in Somalia per combattere contro i gruppi legati ad Al Qaeda.

Il commando, formato da quattro terroristi rimasti uccisi nello scontro armato, si è introdotto alle prime ore dell’alba nella moschea dell’Università mescolandosi ai ragazzi che si erano lì riuniti per la preghiera del mattino. Una volta entrati, dopo aver sparato all’impazzata, hanno diviso per credo religioso gli studenti, rilasciando 15 musulmani e tenendo in ostaggio i cristiani, massacrandoli.

Intanto, è esploso il dramma delle persone che non hanno più notizie dei loro cari che si trovavano all’interno del Campus al momento dell’attacco. Centinaia sono le persone che cercano notizie, scorrendo l’elenco dei superstiti o quello dei corpi che giacciono all’obitorio di Nairobi. Inutile dire che il riconoscimento delle salme, in alcuni casi, è praticamente impossibile. Le autorità hanno emesso un mandato di arresto per l’ex insegnante Mohamed Kuno, capo di una madrasa (scuola islamica) fino al 2007, che ha gestito le attività del gruppo jihadista in Kenya negli ultimi anni. Un portavoce del Ministero dell’Interno del Kenya ha dichiarato che è stato identificato uno dei quattro uomini di Al Shabab, responsabili per la strage di Garissa: si tratta di Abdirahim Abdullahi, figlio di un funzionario del governo, che si era recato in Somalia per unirsi al gruppo di Al Shabab.

Strage in Kenya, il pensiero di Uhuru Kenyatta

Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta ha proclamato, in un discorso alla televisione, tre giorni di lutto nazionale, promettendo di rispondere “il più severamente possibile” all’attentato del gruppo somalo di Al Shabab e assicurando che il paese non si piegherà alla minaccia dei jihadisti. Anche in questo caso, come in quello della strage di Charlie Hebdo, c’è qualcosa da difendere e si tratta sempre del medesimo valore: la libertà. È necessario, anzi obbligatorio, che questa venga difesa non solo quando si tratta di rivendicare il proprio diritto a pubblicare su una rivista la vignetta di Maometto e dei suoi rapporti sessuali con una testa di maiale, ma anche quando si tratta di difendere il sacrosanto diritto di custodire una propria fede – qualunque essa sia- e professarla su qualsiasi puntino della terra. Entrambe le cose sono degli imperativi per una società che vuole proporsi interculturale, mirando alla pace e alla tolleranza. Pertanto, questa strage non merita un silenzio raggelante poiché un silenzio assordante come questo significa qualcosa in più di una spaventosa complicità.