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Eroica Fenice

USA, vittoria Sioux

USA, vittoria Sioux: il “Serpente Nero” ghiacciato dall’inverno di Standing Rock

Si dà la colpa alle temperature rigide dell’inverno del North Dakota, dove nei prossimi mesi il termometro scenderà fino a toccare i meno 16 gradi. E invece, se le spire del “Serpente Nero” resteranno per ora impigliate nella coltre di gelo che nei giorni scorsi ha ricoperto l’accampamento di Oceti Sakowin, facendolo sembrare uno di quei paesaggi surreali imprigionati nelle classiche palle di neve da souvenir, il merito è della resistenza delle popolazioni Sioux-Lakota. Pare infatti che sei lunghi mesi di proteste, durante le quali le tribù dei Sioux asserragliate a Standing Rock hanno affrontato bufere di neve, soprusi e atti di forza spesso ingiustificati, abbiano prodotto un primo, importantissimo, a tratti insperato risultato: l’oleodotto Dakota Access Pipeline (il “Serpente Nero”) non passerà sotto il lago Oahe e “saranno invece cercati percorsi alternativi”.

La notizia è arrivata domenica sera, quando la Casa Bianca e lo Us Army Cops of Engineers (il genio militare USA) ne hanno dato comunicazione ufficiale, delegando al capo tribù Harold Frazier di darne a sua volta notizia agli occupanti del Camp, che l’hanno accolta con gioia in un tripudio di applausi.

Una vittoria storica: la Standing Rock Sioux Tribe esulta e ringrazia l’amministrazione Obama

 “La Standing Rock Sioux Tribe è grata all’amministrazione Obama per questa decisione storica”: così si legge nel comunicato, firmato dalle popolazioni native della valle del Missouri e dai loro numerosi sostenitori, in risposta alla notizia della sospensione dei lavori di scavo.

L’amministrazione del Presidente americano uscente si era più volte pronunciata in merito alla costruzione del “Serpente Nero”, che avrebbe dovuto collegare il bacino petrolifero di Bakken col Canada e fino al Texas, al Mid-West e agli altri Paesi dell’estremo Sud degli Stati Uniti. Riconoscendo come legittime le istanze dei Sioux di Standing Rock, dei “Protectors” (ovvero i “Protettori delle Acque”, minacciate dall’inquinamento delle falde che il progetto avrebbe inevitabilmente comportato) e dell’associazione dei “Veteran Stand for Standing Rock”, il governo di Barack Obama scrive un importante precedente e, al tempo stesso, un lascito per Donald Trump, atteso per l’insediamento alla Casa Bianca il prossimo 20 Gennaio. Il rischio di un ripensamento è possibile, dato che il tycoon ha più volte dichiarato di appoggiare il progetto della Dakota Access Pipeline, investendo da 500mila a circa un milione di dollari nella “Energy Transfert Crude Oil”, il consorzio che fino ad oggi ha gestito i lavori.

Ma il pericolo sembra per il momento scongiurato, grazie anche all’autonomia di cui gode l’Army Cops of  Engineers in fatto di approvazione alla realizzazione di infrastrutture e opere civili e pubbliche, tra cui quella dell’oleodotto.

Intanto, mentre il terreno riarso e l’erba rada scompaiono sotto un manto di neve sempre più spesso, nell’aria pungente di Standing Rock si alzano quei canti di vittoria che la dura repressione degli scorsi mesi non è riuscita a zittire e che risuonano, oggi, in tutta la loro forza.

La protesta dei Lakota-Sioux: intimidazioni, resistenza e la lettera a Michelle Obama di Joan Baez

 “Cara Michelle Obama, mi rivolgo a te come una madre che si preoccupa per un’altra madre […]. Ci sono ragazze dell’età delle tue figlie e di mia nipote che stanno rischiando la vita nella riserva di Standing Rock. Sono coraggiose e pazienti. E andrebbero difese dai venti del North Dakota, dai proiettili di gomma, dallo spray urticante e dai cannoni ad acqua gelida”: così ha scritto nei giorni infuocati della protesta, in una lettera aperta alla first lady uscente, la cantautrice statunitense Joan Baez, nota per la sua sensibilità e il suo impegno civile e politico già dagli anni della guerra in Vietnam fino agli eventi più recenti.

Parole colme di partecipata empatia, che scelgono di andare oltre la musica, di valicare le note e di denunciare la barbarie e i soprusi che si sono susseguiti incessantemente nei mesi scorsi nel Camp Oceti Sakowin. Tenuti sotto torchio da una campagna intimidatoria, spesso eccessivamente violenta e brutale messa in atto dal governatore del North Dakota Jack Dalrymple e dallo sceriffo della Contea di Morton Kyle Kirchmeier (oggi citato in giudizio per “uso eccessivo della forza”), i manifestanti hanno più volte rischiato la vita durante l’occupazione dell’accampamento, senza però mai desistere, all’insegna di una delle più strenue resistenze degli ultimi anni. Due donne Lakota hanno perso rispettivamente un occhio e un braccio, ree solo di aver resistito allo sgombero del campo previsto per il 5 Dicembre scorso, mentre un numero non precisato di manifestanti è rimasto gravemente ferito dall’uso delle pistole a bossoli di gomma. Oltre 400 arresti, granate, cannoni ad acqua, che con le temperature proibitive dell’inverno del Mid-west hanno rischiato di tramutarsi in una vera e propria arma di sterminio di massa, non sono però riusciti a sopire il desiderio dei Sioux di preservare la “Terra Sacra”; anzi, piuttosto che estinguerne le fiamme, hanno rinvigorito ancora di più il focolaio della resistenza, guadagnando alla causa di Standing Rock adesioni non solo da parte dei nativi, ma da ambientalisti, ecologisti, veterani, giornalisti e cineasti, fino a una petizione online che ha raccolto migliaia di  firme da tutto il mondo.

Ebbene, quella che era sembrata una battaglia disperata, destinata a restare ai margini della rilevanza mediatica e all’ombra dei riflettori, si traduce in una vittoria clamorosa che non appartiene solo ai Sioux, ma a tutte quelle popolazioni che ogni giorno combattono e resistono per la propria autodeterminazione e contro ogni forma minatoria della dignità collettiva e individuale.

Ed ora che il termometro tocca i meno dieci gradi, forse ci si può permettere di abbassare momentaneamente la guardia e di godersi la – strameritata ed epocale – vittoria.

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