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Eroica Fenice

essere vegani

Vegan? Non è una scelta! (parte terza)

Dopo la prima e la seconda parte dell’intervista Vittorio ci invita all’unica rivoluzione possibile, quella interiore e culturale. Di seguito le sue risposte che non possono o almeno non dovrebbero lasciarci indifferenti.

Come fai quando devi mangiare fuori casa? Non hai trovato alcun ostacolo o al contrario credi che non ci siano abbastanza ristoranti che mettano a disposizione un menù vegano?
Di sicuro l’arretratezza del mercato e della legge nelle mense pubbliche rispetto a questo fenomeno è impressionante. Ma non mi stupisco se penso agli interessi economici macroscopici che girano dietro l’industria della carne e dei derivati. Di ristoranti con un menu vegano se ne trovano difficilmente, io ne conosco appena uno o due. Tuttavia il modo di mangiare senza fare male a nessuno (né agli animali e né a sé stessi) si trova sempre, se lo vuoi davvero ci riesci, serve solo convinzione e un po’ di fantasia. Ma lasciami dire un’altra cosa: non trovare nulla da mangiare quando si è fuori casa non può essere un buon motivo per non diventare vegetariano. Lo scrittore Jonathan Safran Foer, autore di un’ indagine durata 3 anni sugli allevamenti intensivi, visitati anche di notte per raccontare tutto quello che gli animali subiscono per diventare nostro cibo, racconta che sua nonna, ebrea, durante la seconda guerra mondiale si trovò costretta a viaggiare per tutta l’Europa per cercare di fuggire alla shoah e dovendo nascondersi più volte rimase per lunghi giorni senza mangiare, rischiando di morire di fame, seriamente. Una di queste volte, mentre era ridotta allo stremo delle forze, un uomo, un russo, che la vide distesa a terra fuori casa sua, vedendola così ridotta le offrì una fetta di carne di maiale, lei ringraziò quell’uomo ma rifiutò quella fetta di carne che avrebbe potuto essere decisiva per salvarle la vita. Quando il nipote, lo scrittore J.S.Foer, le chiese il perché, lei disse<<come perché??? Era maiale!!!>>. Lui le disse che però in quel caso le avrebbe salvato la vita e lei rispose <<Se niente importa, allora non c’è nulla da salvare>>. Credi ancora che non trovare facilmente un pasto vegan fuori casa possa essere considerato un ostacolo?

Hai mai sentito in tutto questo tempo la necessità o almeno la voglia di assaggiare di nuovo cibi animali e ti sono mai mancati quei sapori?
Non mi ci sono mai soffermato in realtà, forse perché ormai la mia mente disconosce il petto di un pollo come alimento piuttosto che come pezzo di un essere che si muoveva. Vorrei però far notare che il sapore del prosciutto o di una bistecca arrostita, ben condita e insaporita e poi servita in un piatto di porcellana non ha nulla a che fare col sapore reale della carne, dei tendini, del sangue e delle ossa. Ciò che rende buono questi alimenti è il processo di lavorazione, le spezie e il condimento, l’arte culinaria insomma, che purtroppo si è evoluta quasi esclusivamente in modo carnivoro. Certo è che diventare vegani non annulla il sapore del parmigiano ( ad es.), ma non sarebbe esatto dire che “mi manca”: quando le tue convinzioni sono così forti, quando sai che non è più una “scelta” personale, non esistono tentazioni.

Devo farti una domanda “scomoda”. Non sono esseri viventi anche i vegetali?
Certo, ma sono il mio cibo. È il nostro alimento. Io non posso rinunciarci. Quando guardo quei documentari in cui un leone sbrana una zebra non mi fa alcun effetto. È un affare che non mi riguarda. Lui è carnivoro, è la sua natura mangiare animali. Inoltre non ha senso paragonare la sofferenze dei vegetali, che non hanno un sistema nervoso, con quella degli animali, che sono invece esseri senzienti dotati di un complesso sistema nervoso, come noi, capaci di avvertire dolore come noi, in modo identico. Prova a raccogliere una carota dalla terra e prova a ficcare una lama tagliente nell’esofago di una mucca: ti fa lo stesso effetto? Credi davvero che sia la stessa cosa?

Ad oggi, cosa significa per te l’espressione “vivere vegan”?
Significa tornare nel cerchio della vita e smettere di crederci arrogantemente al vertice del regno animale e di tutto il mondo. Significa smetterla con questo antropocentrismo da “checche isteriche” (prendo l’accezione al netto della sua pretesa omofoba). Significa capire che l’uomo non è superiore a nessun’altra specie e che ogni animale nel suo ambiente è semplicemente completo! Né superiore, né inferiore: completo! È questo il termine che dovremmo avere di riferimento nell’osservare gli animali. Noi invece ci crediamo superiori alle altre specie solo perché li giudichiamo attraverso la lente umana, e pertanto l’intera immagine che ne risulta è enormemente deformata. E sbagliamo enormemente. Perché gli animali non devono essere giudicati con il metro umano. Diciamo: “l’uomo è più intelligente quindi gli altri animali sono inferiori” e tanto basta per giustificare ogni tortura e sopruso e negazione della vita a tutte le altre specie. Ma è un concetto molto stupido, come se i cani ci giudicassero inferiori per via del fatto che abbiamo “poco olfatto”. È assurdo! Inoltre, ho un altro quesito per chi utilizza il livello di intelligenza dell’uomo per giustificare tutte le sopraffazioni contro le altre specie: se un giorno ci imbattessimo in una forma di vita molto più potente e intelligente della nostra e  ci guardasse come noi guardiamo i pesci, quale argomentazione sfrutteremmo per non farci mangiare? Tutto questo è stupido. Molto stupido. E c’è bisogno, tra l’altro, di soffermarsi su un’ altra verità: la superiorità non significa sopraffazione! Perché, come sottolinea Luigi Lombardi Vallauri, docente universitario di Filosofia del Diritto e autore del “Trattato di Biodiritto – La questione animale”, <<Noblesse Oblige>>: la nobilità obbliga, non dà privilegi. Dovremmo utilizzare la nostra superiorità (che è solo relativa) o meglio le doti più sviluppate rispetto a quelle degli altri animali per aiutare gli altri, i più deboli e non per sopraffarli. Significa essere persone semplici che non hanno bisogno di basare la propria felicità sull’agonia di altri esseri viventi.

Se volessi provare a convincere qualcun altro dell’importanza vitale di una scelta di questo genere cosa gli diresti?
Oltre al discorso etico e logico-naturale del non mangiare animali per non infliggere loro sofferenza ingiusta c’è tutta un’altra serie di problematiche relative all’acquisto di alimenti animali. Secondo l’ONU il settore dell’allevamento è responsabile del 18% delle emissioni di gas serra (40% in più dell’intero settore dei trasporti – auto, camion, aerei, treni e navi – nel suo complesso). È responsabile del 37% delle emissioni di metano (che ha un potenziale di riscaldamento globale 23 volte superiore a quello della CO2) e del 65% delle emissioni di ossido di nitroso con un potenziale di riscaldamento globale di 296 volte superiore quello della CO, è un valore impressionante. I prodotti animali sono la causa numero 1 del riscaldamento globale e di tutte le sue conseguenze. Ancora: ogni anno 1 miliardo di persone soffre la fame e di questi 9 milioni muoiono di fame ogni anno, la maggioranza sono bambini. Il motivo principale? Gli allevamenti.
Circa il 70% della terra coltivabile in tutto il mondo (di cui la maggior parte si trova in Africa, Asia e Sud America) viene sfruttato per produrre semi, grano e cereali che andranno a sfamare gli animali d’allevamento per farli ingrassare e poi ucciderli e ricavare carne destinata per lo più alla popolazione del Nord del mondo. Usando lo stesso tempo e la stessa superficie del suolo necessari a produrre 1 kg di carne si potrebbero produrre 200kg di pomodori più 160kg di patate. Quante persone sfami con 200kg di pomodori e 160kg di patate? E quante ne sfami con 1kg di carne? Dati e studi della FAO confermano che se mangiassimo direttamente i prodotti coltivati, senza impiegarli per far ingrassare gli animali d’allevamento per poi mangiare la loro carne, nessuno morirebbe di fame. Ci sarebbe cibo per tutti. La verità è che l’unica rivoluzione possibile è quella culturale. E la si fa nella nostra stanzetta. Da soli. Cambiare noi stessi per cambiare il mondo. Volete una rivoluzione? Diventate vegetariani!

Ringrazio Vittorio per la disponibilità e colgo l’occasione per esprimere la mia più sincera ammirazione. Non pochi sono gli ostacoli ma in fondo ognuno ha il diritto – dovere di cercare di vivere nel modo che considera più degno.

-Vegan? Non è una scelta! (parte terza)-

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