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Bob Dylan: voce e armonica che hanno cambiato la musica evi

Bob Dylan: voce e armonica che hanno cambiato la musica

Cinquantaquattro anni dopo Blowing in the wind, la voce di Bob Dylan torna in studio per il suo trentasettesimo album, Fallen Angels in uscita venerdì 20 maggio.
Lo sguardo appassionato al repertorio di Frank Sinatra, cui è dedicato questo progetto musicale, sembra ricondurre Dylan in un passato turbolento e nostalgico, a contatto con un genere diverso dal folk che aveva tracciato un solco importante nelle sue prime produzioni.

Bob Dylan, non solo un folksinger

Chiunque abbia tentato una chiave di lettura da considerarsi oggettivamente valida della vita personale e artistica di Dylan, di certo non potrà dire di avere avuto successo.
Il timbro ruvido e melanconico, lo spirito libero e ribelle, l’animo contorto e travagliato, sfuggono senza posa ad ogni tipo di categorizzazione. Sono gabbie soffocanti da cui Dylan prende le distanze, artifici retorici di chi lo vuole profeta, poeta, mistico. La stessa intenzione si respira anche nelle sue note. Non potremmo, infatti, credere che il suo percorso musicale sia chiaro e lineare, ma è necessario seguirlo nei suoi salti da un genere all’altro, nei suoi intrecci innovativi, nel giro vorticoso dei temi affrontati.

Durante l’esilio volontario nella casa di Woodstock, Bob Dylan matura una consapevolezza artistica nuova, stanco di essere additato sempre e solo come il folksinger delle proteste americane. Frutto del sudore di quegli anni è il capolavoro Like a Rolling Stone, il brano che ha consacrato il cantautore del Minnesota come il più influente dell’ultimo secolo. Chitarra, pianoforte e organo inviano un messaggio di libertà e provocazione, sfidando chi ascolta a mettersi in gioco per inseguire i propri sogni, per ritrovare se stessi, senza farsi inibire dalle sovrastrutture, a costo di perdere tutto ciò in cui si crede.
Come ci si sente/ a contare solo su se stessi/ senza un posto dove andare?“.

Bob Dylan e il rapporto conflittuale con il suo pubblico

Nonostante la rivista Rolling Stone lo inserisca al secondo posto nella classifica dei migliori cantanti della storia, Bob Dylan si è sempre distinto per un rapporto molto conflittuale con il suo pubblico, osannato e martoriato allo stesso tempo. Eppure, contro la violenza di molte contestazioni, Dylan non ha mai cessato una risposta prepotente spesso da identificarsi nelle parole biascicate e poco comprensibili delle canzoni, durante i suoi concerti.

Quella che sembrava essere una corsa sfrenata per scappare dalle pretese degli altri si configura ben presto come la volontà di scappare da sé stesso, dall’ombra del mito Bob Dylan ormai eretto e consolidato. Una fuga frenetica, febbrile, un vicolo cieco che non sembra avere via d’uscita, la paura di un presente instabile e la ricerca di consolazione in un passato oramai troppo lontano. Questo sentimento di smarrimento, ridisegnato ogni volta in forme diverse, accompagnerà l’artista per tutta la sua carriera, diventando una dimensione privilegiata di produzione artistica.

Bob Dylan e il Never Ending Tour

Il Never Ending Tour, iniziato il 7 giugno 1988, non è ancora terminato e continua a condurre Dylan in giro per il mondo, abbracciato a un’armonica a bocca. Ad accompagnarlo ancora sui palchi più importanti del panorama internazionale c’è la band composta da Stu Kimball (chitarra), Donnie Herron (steel guitar, banjo, violino, mandolino elettrico), Charlie Sexton (chitarra solista), Tony Garnier (basso) e George Receli (batteria, percussioni).
Sebbene la voce del cantante non goda più della forza degli esordi giovanili, Dylan non ha mai smesso di collezionare sold-out a dimostrazione del fatto che l’amore per la sua musica ha attraversato le generazioni, ha scavalcato le critiche e ha continuato ad essere un punto di riferimento insostituibile.

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