Dulce et decorum est pro patria mori: i due volti della guerra

Dulce et decorum est pro patria mori è l’esortazione al coraggio nell’ode 2 del III libro dei Carmina di Orazio. L’ode ripropone un tema caro alla lirica greca arcaica, in particolare all’elegia dello spartano Tirteo. L’ode oraziana propone una visione della guerra radicata nella cultura romana: la patria richiede il sacrificio dei suoi cittadini, e quindi “dulce et decorum est pro patria mori” (è dolce e onorevole morire per la patria).

L’ideale antico: il coraggio come virtù suprema

Nella società spartana o romana, fare la guerra era un diritto e un dovere del cittadino. Il coraggio era la virtù più importante e la viltà una colpa imperdonabile. A chi fuggiva spettava solo la vergogna. “Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila” tuonava Tirteo. Sulla stessa linea, Orazio ammoniva che “raro antecedentem scelestum deseruit pede Poena claudo” (raramente la Pena, seppur zoppa, lascia andare lo scellerato che fugge). Questo messaggio, ripreso durante la Rivoluzione francese e il Risorgimento, mantenne la sua potenza per secoli.

Confronto di visioni Orazio / Tirteo (Mondo antico) Wilfred Owen (Prima guerra mondiale)
Visione della guerra Un dovere eroico e un’occasione di gloria per il cittadino. Un orrore disumano, fatto di sofferenza fisica e degrado.
Valore della morte per la patria Il sacrificio più “dolce e onorevole”, fonte di fama eterna. Una morte atroce e insensata, mascherata da una “vecchia bugia”.
Messaggio finale Esortazione al coraggio e al sacrificio. Denuncia della propaganda e della retorica militarista.

La critica del ‘900: la “vecchia bugia” di Wilfred Owen

Quando, agli inizi del ‘900, il nazionalismo aggressivo chiamò al sacrificio, la poesia divenne testimonianza dell’orrore. Sul finire del primo conflitto mondiale, il poeta inglese Wilfred Owen, in una celebre poesia intitolata proprio “Dulce et Decorum Est”, definì questa esortazione una old lie, una vecchia bugia.

E lo fece nel modo più efficace possibile: scolpendo con le parole l’immagine della morte per asfissia da gas. Owen descrive un compagno che muore annegato nel gas, con gli “occhi bianchi contorcersi nel suo volto […] il sangue che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi dal gas”.

La conclusione della sua poesia è una condanna senza appello della retorica eroica. Chiunque abbia visto l’orrore della guerra, scrive Owen, non racconterebbe “con tale profondo entusiasmo ai figli desiderosi di una qualche disperata gloria, la vecchia bugia: Dulce et decorum est pro patria mori.”

Articolo aggiornato il: 06/09/2025

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