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Eroica Fenice

Interno 5, “Alice, cara grazia” e il bisogno di essere guardati

Alice, cara grazia è una pièce teatrale sul dramma dell’apparire, con il quale le donne sono inevitabilmente chiamate a scontrarsi. E se Alice fosse una giovane donna e vivesse uno dei peggiori drammi del nostro tempo? Si sarebbe adeguata alle leggi che governano la società, oppure l’avremmo vista ancora una volta perdersi nel bosco alla ricerca di un coniglio col panciotto? Cosa direbbe Alice se scoprisse che la società imperversa in una condizione brutalmente ferina senza precedenti? Ce lo dice Filippo Renda, regista e drammaturgo di “Alice, cara Grazia”, un monologo tratto da un testo di Dario Fo e Franca Rame, composto da un solo atto, interpretato da Valentina Picella, vincitrice del premio Mariangela Melato per gli Attori Emergenti, che veste i panni di Alice, una giovane donna, molto differente dal personaggio fiabesco, provata dalle esperienze negative, ossia quelle enormi buche oscure e profonde in cui è accidentalmente caduta nel corso del suo difficile cammino verso la conquista della libertà, che si traduce nella ricerca di un posto nel mondo. Ma questa ricerca è ostacolata, e il prezzo da pagare per raggiungere questo obiettivo è emotivamente troppo alto.

“Alice, cara grazia”, che ha avuto luogo il 18 e il 19 aprile presso l’ Associazione Culturale Interno 5, situata in via San Biagio dei Librai, si lascia piacevolmente guardare e ascoltare per un’ora, grazie a un’ingegnosa scenografia, che coincide con il costume ottocentesco indossato da Alice e che muta nel corso della rappresentazione, procedendo di pari passo con l’evoluzione del pensiero della giovane donna, trasformandosi da semplice indumento a spazio scenico entro il quale si svolge la pièce, fino al suo crollo sul pavimento. Oltre alla forte simbolicità della scenografia, una menzione speciale va alla performance assai coinvolgente dell’attrice Valentina Picello, che riesce ad esprimere in maniera realistica il carattere nevrotico e insicuro di una figura femminile ambiziosa ma ingenua, che dialoga con altri personaggi (o meglio, con burattini ai quali la stessa attrice presta la sua voce), ognuno simboleggiante scelte di vita che lei decide di rifiutare radicalmente, sopprimendole: il mondo dell’ apparire incentrato interamente sul sesso, da un lato, e la vita di clausura, incentrata sul silenzio e sul nascondersi.

Eppure Alice non capisce: perché “sesso e amplesso” sembrano le uniche cose attorno alle quali ruota la società? Perché apparire deve significare necessariamente mettersi a nudo, di fronte a una telecamera o di fronte a un agente dello spettacolo che fa tante promesse inutili? Perché non può essere semplicemente sé stessa? Ma forse è lei che sta sbagliando tutto. Forse è bene che si adatti, perché il mondo ormai va così, e che la smetta di fare pensieri troppo complessi. Oppure è bene rimboccarsi le maniche, mettere in ridicolo e allontanare quei vili sfruttatori, e riconquistare quel sincero diritto di essere guardati per quel che si è.

“Interno 5, Alice, cara grazia”: il bisogno di essere guardati

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