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Eroica Fenice

Intervista a Catherine Lacey

Catherine Lacey, scrittrice americana, classe ’85, ha pubblicato il suo primo romanzo “Nessuno scompare davvero” nel 2014, arrivato da noi nel febbraio di quest’anno grazie alla casa editrice SUR. Catherine Lacey era stata scelta dalla rivista Granta come una delle migliori nuove voci nel 2014 ed è stata finalista, nello stesso anno, allo Young Lions Award. È stato anche incluso fra i migliori libri dell’anno da alcune riviste come il New York Times. Il suo tour italiano l’ha portata anche a Napoli, ospite della prima giornata della manifestazione “Un’altra galassia” insieme a Diego De Silva e Niccolò Ammaniti.

Una interessante chiacchierata con Catherine Lacey

Leggendo delle interviste precedenti, mi sei sembrata una persona molto determinata. Chi è, oggi, Catherine Lacey?

In realtà sono una persona molto confusa. Forse è più facile sembrare controllata dopo aver fatto tante interviste: sai già cosa dire e poi parli del libro e di te come scrittrice, non di te come persona. Più mi abituo a rispondere agli intervistatori, più sembro decisa, ma in realtà non è così. Credo valga un po’ per tutti. In questi casi fai vedere solo una parte di te, un po’ come al primo appuntamento: tu conosci l’agente di quella persona, qualcuno che deve vendere le parti migliori di sé. 

Il libro lo hai scritto dopo il viaggio fatto in Nuova Zelanda. Pensi che il viaggio cambi le persone?

Sì, il viaggio può cambiare moltissimo una persona. Può farti comprendere meglio chi sei perché ti trovi fuori dal tuo contesto abituale, quindi lontano dalle persone che ti conoscono e che hanno una determinata visione di te che ti rimandano. Sei sola in viaggio e sei fuori dalla tua routine. Cambiando tutta una serie di dettagli riesci a capire cosa di te resta sempre uguale: vedere questo può rivelare molto di te.

“Nessuno scompare davvero” ha avuto un bel successo qui in Italia, è stato letto e recensito tanto e positivamente. Mi è capitato di leggere, però, qualche giudizio negativo in particolare sulla protagonista, Elyria, ritenuta una figura antipatica e stereotipata. 

Per me non è un problema che a qualcuno non sia piaciuto il libro. Anche a me è capitato di non apprezzare libri che altri invece hanno adorato; saranno sicuramente buoni libri ma a me non sono piaciuti, e questo dimostra solo che il mio è stato un rapporto diverso con quel determinato libro, soggettivo, ma non toglie nulla alla sua qualità.
Sono stata molto contenta dell’accoglienza che il libro ha ricevuto, non mi aspettavo solo critiche positive. Credo che sia molto bello che il libro sia stato pubblicato, che abbia girato, sia stato letto e abbia provocato delle reazioni: di questo sono molto felice. Capisco che qualcuno abbia fatto fatica a entrare in rapporto con Elyria perché ha, effettivamente, un carattere difficile. Anche per me non è stato sempre facile rapportarmi a lei. Se non tutti se la sentono di provare a entrare in sintonia con lei bene, d’altra parte io non sento il bisogno di essere capita da un lettore che non conosco, cosa che invece voglio da chi mi sta vicino.

Nel romanzo Elyria sta leggendo un libro: Mrs Bridge di Evan S. Connell. Ha un significato particolare?

In questo libro ci ho trovato questo terrificante lato oscuro che cova sotto una superficie molto placida, una vita domestica molto tranquilla. Lo stavo leggendo in Nuova Zelanda, l’ho letto più di una volta. In realtà è un’associazione totalmente mia, il motivo per cui l’ho messo è che lo stavo leggendo in quel periodo e quindi nel parlare della Nuova Zelanda nel libro, ho inserito anche questo particolare nella prima stesura. Ho deciso poi di lasciarlo proprio per quello che mi ha dato: questa oscurità che anche Elyria conosce, nonostante i periodi di ambientazione siano diversi, questo sprofondare in silenzio, senza drammi, in una routine quotidiana che lentamente ti uccide e di cui Elyria ha molta paura.

Il gesto di Elyria, la sua fuga, è più coraggiosa o vigliacca?

Io credo che sia un atto di coraggio anche se è un gesto che dà tanto dolore alle persone che lascia. Mettersi in gioco, prendere una decisione così grossa, rendersi così vulnerabili è una cosa coraggiosa. Lei si mette a rischio, parte senza sapere come andrà a finire, si lancia e inconsapevolmente rivela molto di se stessa alla sua famiglia e a suo marito. È una scelta complicata la sua e ci vuole coraggio. 

Cosa ne pensi dell’Italia e del tuo tour?

L’Italia è bellissima, vorrei poterci rimanere di più. È stato il primo paese che ho visitato da piccola con i miei genitori, inoltre tutti i ragazzi con cui sono stata avevano origini italiane quindi c’è qualcosa che mi fa gravitare verso l’Italia.

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