Khamriyya: la poesia bacchica nella letteratura araba

Khamriyya

Si sa, i musulmani non possono bere vino – o qualsiasi bevanda che contenga alcool – ma, durante il periodo abbaside, nella letteratura araba si sviluppò un genere letterario chiamato «khamriyya», il cui tema principale è il vino e le sue caratteristiche organolettiche.

Il vino tra Corano e Sunna

Secondo la legge islamica – la Sha’ria – bere alcolici è haram: è proibito, vietato, un reato capitale punibile a tutti gli effetti.

La posizione del Corano‎ nei confronti del vino è salda, anche se inizialmente presentava questa bevanda inebriante come un  dono fatto da Dio ai suoi fedeli. La Sura 16 (Le Api), infatti, recita così: «E dei frutti delle palme e delle viti vi ricavate una bevanda inebriante e buon alimento». Ben presto, però, si cambia completamente atteggiamento, visibile già nella Sura 2 (La Giovenca), il cui versetto 219 recita così: «Se ti chiedono del vino e del gioco d’azzardo, dì: “In entrambi c’è un grande peccato e qualche vantaggio per gli uomini, ma in entrambi il peccato è maggiore del beneficio!”».

Anche nella Sunna, alcuni hadith – cioè i racconti e le narrazioni sulla vita del profeta Muhammad – ruotano attorno al tema del vino e delle bevande inebrianti, accentuandone il carattere peccaminoso. In un testo della raccolta di Ibn Majah possiamo leggere: «Il Messaggero di Allah disse: “Il vino è maledetto da dieci punti di vista: Il vino stesso, colui che lo spreme, colui per il quale viene spremuto, colui che lo vende, colui che lo compra, colui che lo trasporta, colui al quale viene portato, colui che lo beve e colui che lo versa” […] “Chi beve vino e si ubriaca, la sua preghiera non sarà accettata per quaranta giorni e se muore entrerà nell’Inferno”».
Dunque, che ruolo ha la khamriyya?

Khamriyya: quando il vino diventa un tema centrale nella letteratura araba

Sempre nella Sunna possiamo leggere: «Il Messaggero di Allah disse: “Tutte le bevande che inebriano sono illegali […] Le bevande alcoliche sono state proibite per ordine divino […] La bevanda alcolica disturba la mente”».

Il vino e tutte le bevande alcoliche, perché danneggiano la salute mentale e fisica dell’uomo, vennero ben presto proibiti ai musulmani e agli arabi. Ma in una comunità tanto vasta quanto variegata, c’è sempre qualcuno che si oppone alle regole imposte dall’alto. Tra le personalità ribelli apparivano principalmente i poeti della cosiddetta epoca abbaside – gli anni di regno del califfato abbaside, che governò nel Mondo Arabo dal 750 al 1258 a.C. –, come Abu Nuwas.

Khamriyya – dalla parola «kham» che in arabo significa vino – è un genere letterario sviluppatosi durante l’epoca abbaside. È la poesia del vino, è la poesia-simbolo di trasgressione verso la morale musulmana e di rifiuto dei canoni della tradizione letteraria precedente, specie della Qasida, una lode politematica, pietra miliare della tradizione letteraria arabo-islamica.

Il contesto che fa da sfondo a queste nuove poesie è un contesto urbano – non beduino come quello che incornicia la storia d’amore di Majnun e Layla e dei ghazal beduini; vengono rappresentate città, taverne, locande e tutti quei luoghi dove si può prendere parte ai «majlis»: incontri dove tipicamente si balla, si canta e dove le coppiere – schiave che spesso si ritrovano a diventare oggetto di desiderio nelle hamriyyat – servono del vino. Il vino diventa centrale in questo genere letterario della khamriyya: viene elogiato, vengono esaltate tutte le sue caratteristiche organolettiche (il suo profumo, il suo sapore, il suo colore) e il suo effetto inebriante.

Abu Nuwas (756-815) era un poeta iranico stabilito a Baghdad, dove conduce una vita lussuriosa dedita al vino e agli amori omosessuali. Esprime le tensioni e le contraddizioni della sua epoca rompendo con la tradizione e con la moralità del tempo. È il massimo esponente della Khamriyya: vino, amore, sensualità e vizi diventano i motivi principali dei suoi versi, come possiamo leggere nelle prossime poesie.

Questi pochi versi riuniscono tutte le caratteristiche tipiche della Khamriyya: il contesto (la taverna), le qualità e gli effetti del vino e le persone rappresentate, come la coppiera, il cui sguardo crea sonnolenza proprio come il vino.

Risparmia dunque il biasimo, che suona come invito,
e curami piuttosto con vera medicina:
dorato è il fiele ambito che scansa ogni mestizia,
che a spargerla sui sassi dà gioia anche alla pietra,
servito dalle grazie di donna in maschia guisa –
due amanti la contendono: di certo il donnaiolo,
senz’altro il sodomita.
Turgido s’alza il bricco, fuori la notte avanza
ma il volto suo è di perla, e abbaglia la taverna.
Dal labbro di caraffa purezza somministra,
infonde al solo sguardo ebbrezza e sonnolenza.

[…] (Trad. F. Gabrieli)

E ancora, nella khamriyya il tema del vino si intreccia con quello amoroso: gli occhi della persona amata, spesso di un’altra religione e spesso dello stesso sesso, lacerano e feriscono il poeta come una freccia.

Dammi vino, coppiere, di vino dissetami:
non senti il clangore dell’aurora?
L’esercito notturno retrocede,
illumina l’alba la sua fuga.
Placami la sete mattutina
col puro cristallo della coppa,
dai puri riflessi adamantini,
lampada al labbro di chi beve.
Di identica natura cristallina
è il dardo che mi lancia la tua mano di copto,
la cui fede è rivestita di un panno che ricorda antichi arcieri.
Da frecce di cristallo è aperto il giorno
ed ebbri a chi ci giudica diremo:
«Non frangete il turcasso del coppiere»

(Trad. F. Gabrieli)

 

Immagine in evidenza: pixabay

 

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