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Eroica Fenice

Ragazza con l'orecchino di perla Palazzo Fava

La ragazza con l’orecchino di perla arriva a Palazzo Fava

Dicono che “partire è un po’ morire”.  È vero, ma solo perché partendo si rinasce in un posto diverso con gli occhi pieni di luce nuova. Dicono anche che “ogni viaggio è una fuga”, ma ho sempre pensato che, per quanto si possa correre forte, non si sfuggirà mai all’angoscia che ci si porta dentro, perché essa è il vero bagaglio. Assomiglia a una fuga anche la mia corsa verso Bologna alla ricerca de La ragazza con l’orecchino di perla, circa una settimana fa.   E come altro si potrebbe definirla, se non proprio “corsa”, una partenza improvvisata il giorno prima, la borsa preparata all’ultimo minuto, per fare, in un solo giorno, sotto una pioggia dirotta, dodici ore di viaggio andata/ritorno?     Sono quelle idee folli che ti toccano all’improvviso, quelle cose a cui non puoi rinunciare… Volevo scappare, e sono fuggita da lui, da Vermeer.   Non avevo mai visto Bologna. È vero Lucio: mi appare proprio grande la tua città… È così aperta Bologna, con quegli spazi immensi, sfaccettata dal caleidoscopio delle tante persone che la animano, tutte diverse, così accogliente con ciascuno e così austera a un tempo, con le facciate antiche, le guglie aguzze, gli archi acuti dei palazzi e le bifore eleganti silenziose. Fa paura Bologna, con la sua Torre altissima, che sovrasta ogni cosa, immensa scala per il cielo, che fa sentire minuscoli, infinitamente piccoli; eppure è protettiva, con i porticati, che ti nascondono dalla pioggia battente, dalle intemperie, che ti accolgono facendo anche della strada un po’ una casa; ed è calda, rossa di mattoni, come un immenso focolare.   Dovevo raggiungere Palazzo Fava, a via Manzoni, la mostra era là; pioveva a dirotto e la struttura ortogonale della città non aiutava la mia ricerca, visto che le indicazioni dei Bolognesi mi mandavano ora da una parte ora dalla parte opposta, facendomi girare a vuoto come una trottola.

Palazzo Fava accoglie la Golden Age olandese

Quando sono arrivata ero completamente fradicia e gocciolante; entrare nelle sale affrescate dell’allestimento aveva un ché di ristoratore. C’erano tutti i pittori del Mauritshuis de L’Aia, i più importanti della Golden Age olandese: c’erano Carel Fabritius col suo dolcissimo Cardellino, Jan Steen e la “spiritosa” Ragazza che mangia ostriche, Frans Hals con il Ritratto di  Jacob Olycan e di Aletta Hanemans, Rembrandt, di cui si può ammirare il famosissimo Autoritratto e poi, protagonista assoluta, sola nell’ultima sala, “corteggiata” da due giovani stewart, lei, La ragazza con l’orecchino di perla.   Ho sempre amato Vermeer: ho visto i suoi quadri per la prima volta sui libri di scuola – avevo 14 anni – ricordo che mi lasciarono affascinata; qualche tempo dopo mi trovai per caso a Napoli, alla Feltrinelli, e riconobbi sulla copertina del libro di Tracy Chevalier La ragazza con l’orecchino di perla. Comprai il libro ma non mi soddisfò, e così cominciai a cercare tutti gli altri dipinti e a studiarli. Quello che amai dei suoi quadri, dapprima, fu la minuzia, perché quando c’è minuzia c’è mistero, ogni dettaglio acquista un significato particolare, diventa totem; le sue opere hanno qualcosa di estremamente caldo, di familiare, impari a conoscere gli oggetti che ricorrono, ti ci abitui, diventano tuoi, ti muovi nello spazio riconoscibile fatto di una finestra istoriata, di un tavolo cesellato, con le immancabili cartine, il tendaggio damascato, la tovaglia blu, sempre la stessa… Riesci quasi a scorgere, nell’avvicendarsi dei personaggi delle varie tele, una vita che scorre, un pittore che invecchia, ma si perfeziona anche, che ama – perché nella scelta dei soggetti c’è sempre amore – ma che con l’andare del tempo finisce con l’amare qualcosa di diverso: qualcosa di più etereo, che devia e si discosta con violenza dall’esasperato realismo della Golden Age Olandese.   Dicono che si debba considerare  La ragazza con l’orecchino di perla come un tronie, un esperimento, lo studio manieristico di un soggetto particolare, esotico con il turbante orientaleggiante; e lo dimostrerebbe il fatto che, un po’ prima del celebre quadro, Vermeer avesse dipinto il Ritratto di giovane donna, con identica acconciatura, stessa posa a ¾, mentre guarda da sopra la spalla. Eppure La ragazza con l’orecchino di perla è così diversa dagli altri ritratti e dagli stessi canoni pittorici che hanno reso celebri gli artisti della Golden Age Olandese: scompaiono i panneggi elaborati, gli orditi dalle particolari fantasie, i merletti quasi veri, i ricami arzigogolati e fitti dei corsetti, l’accumulo roboante di oggetti minuscoli ritratti nei minimi dettagli. Il quadro che ho visto a Bologna non aveva niente di tutto questo: l’abito era appena visibile mentre scompariva nel nero, e il turbante solo accennato, sgrossato con veloci pennellate, l’unico dettaglio, l’orecchino, finisce col risultare solo un punto luce che crei pendant con gli occhi. Il volto al contrario è curatissimo: bianchissimo viene fuori dal buio assoluto del fondale, le iridi screziate, la torsione così mobile del collo… più che un quadro sembrava di guardare una donna in carne ed ossa che si affacci al davanzale, e la cornice è la sua finestra.   Ora che ho finalmente visto La ragazza con l’orecchino di perla dal vivo, penso che non possa essere semplicemente un tronie. La sua emotività è palpabile, la tela ne è carica, ed è per questo che è ammirata incessantemente da secoli, un onore riservato a poche opere d’arte, come la Gioconda. Non conosco la storia reale di quel quadro, nessuno la conosce, non so se per dipingere quel volto Vermeer si sia servito di una modella, e se la conoscesse; cioè non so se la ragazza che si è messa quello strano turbante sia esistita e Vermeer l’abbia amata, ma quel quadro traspira passione, è un dato di fatto, e non possiamo ignorarlo. Penso che, anche nell’ipotesi che l’Autore abbia avuto intenzione di sperimentare un qualcosa di nuovo e di esotico, abbia scelto per la posa una persona a cui doveva tenere molto, o che, quanto meno, per qualche motivo solo a lui noto ormai perso nei secoli, abbia tenuto enormemente a questa sua particolare e insolita creatura.