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Eroica Fenice

Supplici di Eschilo

Le Supplici di Eschilo: ballata folk in siciliano

In queste calde sere di giugno, il Teatro Greco di Siracusa ospiterà il riadattamento sicilian-popolare de “Le Supplici” di Eschilo, a cura del regista di ascendenza ebraica Moni Ovadia e del cantautore ennese Mario Incudine, pezzo forte del cinquantunesimo ciclo di spettacoli classici dell’INDA siracusano. I due artisti hanno trasfigurato la proto tragedia di Eschilo in una ballata folk in piena regola, valendosi del dialetto siciliano commisto al verso greco originario. La rivoluzione ovadiana ha riguardato, innanzitutto, gli schemi mentali consolidati circa l’intangibilità del testo e della struttura della tragedia: “cuntu” siciliano e musical contemporaneo ora si fondono, conservando magicamente integra l’intonazione classica, evocata nei ritmi orientali di tipo giambico, negli accenti strumentistici, nella stessa ridondanza dei cori che, anziché farsi rutilante ripetitività, assume l’accordo di una percussività non solo capace di risvegliare ancestrali suggestioni mistiche e tribali, ma anche di cogliere il senso di collettiva orazione civile.

Le Supplici di Eschilo secondo Ovadia

Ovadia sceglie il dialetto siciliano, immediato ed efficacissimo, in omaggio ad Eschilo, attivo in Sicilia al punto da guadagnarsi il titolo di “antropos sikelos”«Ccà – recita Pelasgosi parla la lingua della libbertati»; e, democraticamente, aggiunge che egli non ha il potere di decidere, senza prima aver ricevuto il voto del popolo: «Sugnu cu sugnu, ma nun cuntu nenti. Ccà dicidi la me genti». La sgraziata invocazione, «Zeus, Zeus!», cantata dalle figlie di Danao, lontana dalla melodiosità classica, restituisce l’enormità della tragedia dei migranti, mentre l’ode finale esalta le qualità morali di un popolo che, liberato dal pregiudizio e dalla paura, rispetta la sacralità dell’accoglienza. La scelta del greco moderno è una scelta politica, per quanto accade oggi e per ricordare che tutto il nostro apparato concettuale è di derivazione greca. La scenografia è solo accennata, ma di grande impatto: enormi mezzibusti africani, innalzati su alti pali, sovrastano la scena e raccontano una storia che si rinnova, quella delle Danaidi, o quella dei migranti africani, che fuggono da guerre e fame. Perché la storia – avverte nell’incipit il cantastorie – ritorna. Ogni fronzolo sarebbe stato fuori luogo: l’azione è tutta dominata dal febbrile andamento delle coreografie, cadenzate su frenetiche ballate, e dalla varietà dei motivi musicali, scanditi su un modello vagamente ispirato alle antiche cantate contadine in siciliano, ma impastati a significativi apporti mediorientali e africani.

Il risultato non è un collage multiforme, ma una messa in scena che restituisce pathos al testo corale e lascia emergere i temi morali e politici del testo greco: l’idea di giustizia, la forza dell’amore, la libertà della donna contro la violenza del maschio, il dramma della migrazione, la radice femminile dell’accoglienza che fiorisce nel “maschile” della democrazia. La potenza della parola, inserita in una magistrale cornice musicale, riconsegna al teatro greco la dimensione schiettamente pedagogica, in una prospettiva inevitabilmente etica. Pelasgo-Ovadia attualizza quel sentimento solidaristico di accoglienza incondizionata e lo rende sotteso alla migliore politica internazionale di ogni tempo, con la forza sorgiva che gli viene dalla sua lunga militanza umanitaria. Impossibile non pensare ai migranti che oggi chiedono asilo alle nostre coste salvifiche, all’unicità e continuità della storia di questo nostro Mediterraneo, oggi, come tremila anni fa, testimone delle stesse sventure. Impossibile non guardare con gli occhi delle Supplici, donne cresciute libere, costrette a fuggire e supplicare «a testa bassa e cun lentu parrari», per conservare la libertà.

Insomma, “Le Supplici” sono una tragedia corale, un insieme di energie che nascono dalla determinazione, dalla paura, dalla rivolta, dal senso di sofferenza e ingiustizia, che si contrappone a un mondo prevaricatore e tracotante. Consapevole dei rischi che il suo temerario adattamento correva per eccesso di novità, il regista ha nondimeno creduto nella sua operazione fortemente innovativa, quasi dirompente, e il pubblico gli ha dato ragione. 

Le Supplici di Eschilo: ballata folk in siciliano

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