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Eroica Fenice

Peggy Guggenheim: donna allo specchio

Peggy Guggenheim – Donna allo specchio è un monologo in quattro atti scritto da Lanie Robertson e diretto da Alessandro Maggi, in scena presso il Teatro Nuovo in occasione del Napoli Teatro Festival Italia.

Fiorella Rubino porta sul palcoscenico con un ingresso metateatrale l’eccentrica personalità di Peggy Guggenheim, figlia di Benjamin Guggenheim, nipote di Solomon Guggeheim (fondatore del Museo Guggenheim di New York), e probabilmente una delle personalità più influenti del suo tempo. Vissuta a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, Peggy si afferma sul panorama europeo e americano come protettrice e mecenate di artisti nei cui talento nessuno credeva, diventando così fautrice dell’arte moderna, di cui si porrà sempre alle prime fila per la sua difesa contro i critici d’arte e persino contro il nazismo.

Fiorella Rubino/Peggy Guggenheim si pone come interprete della complessità del suo personaggio, esplorandone i lati più intimi, dal rapporto con il pubblico di curiosi e di intervistatori immaginari che fa capolino dal giardino di Palazzo Venier dei Leoni, al rapporto con gli uomini della sua vita (due mariti, un grande amore stroncato dalla morte, innumerevoli amanti e spasimanti, del calibro di Beckett e Duchamp); ma largo spazio è dato soprattutto alle due uniche ragioni della sua vita: sua figlia Pegeen Vail e le opere d’arte, o, come era solita chiamarle, i suoi bambini, per il cui affidamento la si vede indaffarata in svariate trattative con i musei più importanti del mondo, tranne tuttavia quello di suo zio, per il quale prova un disprezzo non indifferente.

Pegeen è l’unico personaggio secondario a cui viene dato spazio nell’opera (oltre a uno degli amati cagnolini di Peggy e al suo silente maggiordomo). Peggy prova un amore smodato per la figlia, al punto da considerarla molto di più di quanto non consideri suo figlio Sinbad; eppure, proprio questa accecante adorazione che la madre ha della figlia non le consente di vedere al di là del talento artistico di Pegeen: la sua depressione e le sue perenni crisi nervose, causate dalla responsabilità di dover essere sempre all’altezza di una madre singolare come la sua e di una società mondana ed elitaria nella quale la madre sta preparando il suo esordio, la condurranno inevitabilmente al suicidio. Ed è con la notizia della morte di Pegeen che la vita di Peggy giunge a un capolinea irreversibile e lo spettacolo cala il sipario.

La scenografia è spoglia di qualsiasi elemento di disturbo, per dare così risalto ad alcuni dei moltissimi quadri collezionati da Peggy (tra cui Kandinsky, del quale ella rivendica a più riprese la sua scoperta) proiettati sullo sfondo, ma soprattutto a Peggy Guggenheim stessa, la cui figura spicca in un modo che sembra voler prepotentemente oltrepassare la dimensione teatrale per porsi a contatto con il suo pubblico e con il mondo stesso, ragion per cui la sua eccentricità e il suo desiderio di distinguersi si manifestano sia nel vestiario che nel modo di esprimersi, diretto e senza peli sulla lingua.

Lo spettatore viene catapultato così nel mondo sfavillante di Peggy Guggenheim fatto di abiti Chanel e Balenciaga, balli e notti folli con personaggi di spicco nel panorama artistico e letterario, per lei compagnie consuete. Sarà proprio la morte dell’amata Pegeen probabilmente a convincerla a lasciare i suoi bambini e il suo palazzo, la sua intera vita insomma, alla fondazione Solomon Guggenheim, conscia del fatto che “le cose devono rimanere in famiglia”.

L’arte moderna non è una risposta, è una domanda.

– Peggy Guggenheim: donna allo specchio – Eroica Fenice – 

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