Giosuè Carducci (1835-1907) è stato uno dei massimi poeti e critici letterari del secondo Ottocento italiano. La sua poesia, intrisa di classicismo, senso patriottico e un profondo legame con la storia e il paesaggio italiano, gli valse il Premio Nobel per la letteratura nel 1906. Attraverso opere come le “Odi barbare” e le “Rime nuove”, Carducci ha saputo rinnovare la tradizione lirica, mescolando rigore formale e un’intensa partecipazione emotiva. Analizziamo cinque delle sue poesie più celebri.
In questo approfondimento:
Le 5 poesie in sintesi: un percorso tematico
| Poesia | Tema principale |
|---|---|
| San Martino | Il contrasto tra la malinconia del paesaggio autunnale e il calore della vita del borgo. |
| In riva al mare | La similitudine tra il mare in tempesta e il tormento interiore del poeta. |
| Pianto antico | Il dolore per la morte del figlio Dante, contrapposto al ciclo vitale della natura. |
| Di notte | La notte come rifugio consolatorio dai tormenti e dalle angosce della vita. |
| Passa la nave mia | La metafora della vita come una nave in un mare selvaggio, segnata dal dolore amoroso. |
Testo e analisi delle poesie più belle
1. San Martino
La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.
Analisi: parte della raccolta Rime nuove, questa celebre lirica è costruita su un netto contrasto. Le prime due quartine oppongono un paesaggio esterno, malinconico e freddo (“nebbia”, “maestrale”, “urla il mar”), a un ambiente interno, caldo e vitale (il borgo con l'”aspro odor dei vini” e lo “spiedo scoppiettando”). L’ultima strofa ritorna all’esterno, chiudendo la poesia con una nota di malinconia: gli “stormi d’uccelli neri” sono paragonati a “esuli pensieri” che migrano, simbolo della fugacità della vita e della felicità.
2. In riva al mare
Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo,
e di tempeste, o grande, a te non cede:
l’anima mia rugge ne’ flutti, e a tondo
suoi brevi lidi e il picciol cielo fiede.
Tra le sucide schiume anche dal fondo
stride la rena: e qua e là si vede
qualche cetaceo stupido ed immondo
boccheggiar ritto dietro immonde prede.
La ragion de le sue vedette algenti
contempla e addita e conta ad una ad una
onde belve ed arene invan furenti:
come su questa solitaria duna
l’ire tue negre e gli autunnali venti
inutil lampa illumina la luna.
Analisi: il sonetto si basa su una potente similitudine tra il mare in tempesta e l’animo tormentato del poeta (“anche il mio petto è un mar profondo”). La ragione è una sentinella (“vedette algenti”) che osserva impotente la furia delle passioni (“onde belve ed arene invan furenti”). Proprio come la luna illumina la tempesta senza poterla placare, così la ragione può solo contemplare il caos interiore, senza poterlo dominare.
3. Pianto antico
L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.
Analisi: dedicata al figlio Dante, morto a soli tre anni, questa poesia è una delle più commoventi di Carducci. È costruita sull’opposizione tra la natura, che ogni anno rinasce con la primavera (“rinverdì tutto or ora”), e il bambino, che giace nella “terra fredda” e non può essere risvegliato né dal sole né dall’amore. Il poeta si paragona a una “pianta percossa e inaridita”, incapace di rifiorire, sottolineando la disperata immobilità del suo dolore di fronte al ciclo eterno della vita.
4. Di notte
Pur ne l’ombra de’ tuoi lati velami
gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi
crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami,
e con te sola il mio cuor solo stassi.
Di quai d’ozio promesse adempi e sbrami
gl’irrequïeti miei spiriti lassi?
E qual doni potenza a i pensier grami
onde a l’eterno o al nulla errando vassi?
O diva notte, io non so già che sia
questo pensoso e presago diletto
ove l’ire e i dolor l’anima oblia:
ma posa io trovo in te, qual pargoletto
che singhiozza e s’addorme de la pia
ava abbrunata su l’antico petto.
Analisi: in questo sonetto, la notte è invocata come una divinità consolatrice (“O diva notte”). Essa è l’unico rifugio in grado di placare i “crucci” e i “tedi” della vita. Il poeta si abbandona alla notte con la stessa fiducia di un bambino (“qual pargoletto”) che si addormenta sul petto dell’ava. La notte non offre risposte ai grandi interrogativi esistenziali (“l’eterno o al nulla”), ma dona una pace profonda e un oblio temporaneo dal dolore.
5. Passa la nave mia
Passa la nave mia con vele nere,
con vele nere pe ‘l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
tu ti diverti a farla sanguinare.
È, come il vento, perfido il tuo core,
e sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
con vele nere pe ‘l selvaggio mare.
Analisi: questa breve lirica, simile a un canto popolare nella sua struttura ritmica e nelle ripetizioni, usa la metafora della vita come una nave che naviga in un “selvaggio mare”. Le “vele nere” simboleggiano il lutto e il dolore, causati da una ferita d’amore che la donna amata continua a riaprire. La perfidia del cuore di lei è paragonata a quella del vento, che rende la navigazione incerta e pericolosa.
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Articolo aggiornato il: 11/01/2026

