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Eroica Fenice

Servillo a Caserta

Servillo a Caserta con “Le Voci di dentro”

Sono giorni di ottobre: fuori fa freddo, dentro il teatro si riscalda il pubblico accorso incuriosito ad assistere le “Voci di dentro” di Eduardo de Filippo. Il 2014 non è semplicemente l’anno in cui ricorre il trentennale della morte del grande drammaturgo napoletano, “il nostro Molière”, come direbbe Toni Servillo, è soprattutto il simbolo di un’epoca che non ha terminato di fare i conti con le voci della propria coscienza, dilaniate, in questo caso, dalle difficoltà pani quotidiani. La produzione dello spettacolo è di Teatri Uniti/ Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa / Teatro di Roma con anteprima al Théâtre du Gymnase di Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013.

Eduardo de Filippo scrisse “Le Voci di dentro” in pochissimi giorni, in un dopoguerra prima che materiale, soprattutto morale: un testo su cui si concentra il fuoco creativo di personaggi quali continuamente si identificano in tutti noi, nel pubblico che applaude ma non esita a ricordare la narratività della scena teatrale, non dimentica il buco della serratura grazie alla quale non ha avuto solo l’occasione di conoscere la famiglia Cimmaruta o i fratelli Saporito, bensì l’angolo buio della propria coscienza. Di questo il teatro si occupa, di questo il teatro si nutre.

L’elemento interessante dello spettacolo si inscrive nella fisicità dei personaggi, nei loro movimenti uniti alla dinamicità e forse alla finta “furbizia” cui i personaggi pensano continuamente di “pulirsi” la coscienza. Come, però, è desumibile dal titolo, la coscienza non è ciò che appare, non è il centro di proiezione visiva che la società vede in mezzo alle convenzioni, è la voce di dentro, è la voce che si manifesta esclusivamente nel proprio io, che ti viene a trovare di notte, nei sogni. Il testo è del 1948, la rappresentazione del 2014. “Perché allora tutta questa attualità, come mai?” Forse il magnetismo testuale che Eduardo costruisce non è di secondo piano. I personaggi sembrano smuoversi dallo spettacolo per entrare nel pubblico, o viceversa: sembriamo dirci che gli eventi non sono fortuiti, che “la guerra non è ancora finita”, che forse non ci conviene tanto diffidare l’uno dell’altro. Che senso ha applaudire continuamente quei personaggi se poi siamo noi stessi? Applaudiamo i nostri bizzarri comportamenti, le nostre debolezze, ridendoci su è forse l’atteggiamento giusto? E allora perché trascurare dalla propria poltrona il personaggio, a mio avviso, più importante della storia, l’anziano Zi Nicola: un personaggio che ha deciso di essere muto perché intanto non vale più la pena parlare in un mondo dove la comunicazione è mera formalità, costituita da accettabili segni linguistici dal punto di vista del significante, poco concreta dal punto di vista del significato. L’unica forma di resistenza che resta a Zi Nicola è lo sputo, la saliva da posare su una società già sporca e macchiata e, povero Zi Nicola, quel “poco di pace” che richiedeva l’ha ritrovata solo nella morte.

Toni Servillo non è solo Alberto Saporito: la sua regia è stata straordinaria perché è riuscito a rivestire di un colore moderno l’intera commedia. La comunicazione, il modo di parlare , rispetto ai tempi di Eduardo, sono cambiati . Quella tradizione teatrale richiedeva un tempo tecnico molto più lento, con Servillo riusciamo a notare dialoghi essenziali, non inutili. Inoltre, se avesse deciso di rispettare l’integralità del testo eduardiano, lo spettacolo molto probabilmente sarebbe durato molto più di un’ora e cinquanta minuti. I due aspetti da apprezzare, a mio avviso, sono l’agile tecnica con la quale gli attori abilmente hanno saputo adottare sui corpi in termini fisici e l’idea di non puntare su una scenografia naturalista. Questi due elementi sembrano dipendere l’uno dall’altro , soprattutto se pensiamo che una scenografia minimalista è più dinamica di uno spazio relativamente pieno , e per essere tale si può dire grazie solo agli attori quali, attraverso il proprio corpo, sono stati intelligenti a calcare lo spazio rendendo l’immaginazione dello spettatore una priorità. Ciò però non vuol dire che il lavoro sulle scene di Lino Fiorito sia stato del tutto semplice: scegliere la parete di colore bianco non è un caso, dare priorità a un oggetto rispetto a un altro vorrebbe dire innanzitutto comprendere la carica stessa del testo. I costumi di Ortensia de Francesco sono stati straordinari, in relazione al cambio di scena e al peso sociale che i personaggi stessi rivestivano. Non da dimenticare tutto il lavoro che c’è dietro: il grande aiuto – regia di Costanza Boccardi, così come la responsabilità delle luci di Cesare Accetta e di Daghi Rondanini per il suono. Gli attori, nel loro complesso, sono stati tutti eccellenti. Non ci va di dimenticarne nessuno: Betti Pedrazzi, Chiara Baffi, Marcello Romolo, Lucia Mandarini, Gigio Morra, Peppe Servillo, Toni Servillo, Antonello Cossia, Vincenzo Nemolato, Marianna Robustelli, Daghi Rondanini, Rocco Giordano, Maria Angela Robustelli, Francesco Paglino. E non si tratta in ogni caso di sottolineare chi tecnicamente sia stato più bravo rispetto a un altro collega, ciò che conta è evidenziare la macchina teatrale cui hanno fatto parte per trasmettere sia la significatività che l’emotività della situazione e il concetto secondo cui gli attori sono concepiti come”strumenti” di una grande orchestra palpitante e reale: è da qui che parte l’umiltà di un professionista del mestiere, cioè mettersi al servizio del testo e del regista, condividendone l’ossatura ideologica.

Toni Servillo è tornato a Caserta, nel suo teatro. Teatro Comunale “Parravano”: un nome che l’amministrazione comunale di Caserta ha deciso di associare , il quale però Toni Servillo ha dimostrato la sua contrarietà, definendo Parravano un personaggio sconosciuto, un “Carneade”; avrebbe voluto che il Teatro Comunale commemorasse più che altro la memoria di Franco Carmelo Greco. Dal 22 al 26 ottobre il pubblico campano potrà avere l’occasione di assistere questo spettacolo nel Teatro di via Mazzini, ma anche riflettere sull’immensa natura significativa che Eduardo trasmette ancora oggi. Caserta e la sua provincia è il centro di ottime sperimentazioni teatrali, non di certo figlia delle istituzioni e di un fantomatico “Modello Caserta”: i disagi logistici e di espressività dei gruppi teatrali nel territorio sono la dimostrazione più lampante.

-Servillo torna a Caserta con “Le Voci di dentro”-

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