Ci sono maglies che diventano pelle e uomini che diventano bandiere: la numero 6 del Milan è stata la pelle di Franco Baresi per vent’anni. Franco Baresi è stato la storia del calcio italiano e del club rossonero per altrettanto tempo, tanto da essere nominato dai suoi stessi tifosi, in occasione della festa per il centenario del club del 1999, “milanista del secolo“. Questa notte il calciatore se n’è andato a 66 anni, dopo una battaglia che combatteva ormai da mesi, inaspritasi recentemente, tenendo con il fiato sospeso non solo i tifosi rossoneri, storici e nuovi, ma l’Italia intera.
| Dettaglio | Informazione Sportiva |
|---|---|
| Calciatore | Franco Baresi (Ruolo: Libero / Difensore centrale) |
| Club principale | AC Milan (1977-1997, 719 presenze ufficiali) |
| Palmarès con il Milan | 6 Scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali |
| Carriera in Nazionale | Campione del Mondo Spagna 1982, Vice-campione USA 1994 |
| Riconoscimenti | Milanista del secolo (1999), Maglia numero 6 ritirata |
Indice dei contenuti
Chi era Franco Baresi
Il suo nome rimanda subito a un calcio d’altri tempi: quello dei difensori che non si limitavano a difendere, ma comandavano il campo con lo sguardo prima ancora che con i piedi; l’epoca del carattere che in campo si vedeva tutto, negli interventi più e meno regolari dei difensori “vecchio stile“. Baresi, poi, aveva una marcia in più che lo ha fatto passare alla storia: quella capacità rara, che nelle scuole calcio non si insegna, di leggere il gioco un secondo prima di tutti gli altri, di trasformare un pallone perso in un contropiede letale, il rischio in occasione, rimescolando totalmente gli equilibri in campo, con una leadership e un carisma capaci di trascinare tutti i suoi compagni sul terreno di gioco. Chi lo ha visto in campo racconta ancora oggi la stessa sensazione: sembrava sapere cosa sarebbe successo almeno tre secondi prima che succedesse. E se oggettivamente tre secondi sono pochi, nel calcio possono cambiare le sorti di una partita, se non di una stagione.
Arrivato al Milan da ragazzino (scartato dall’Inter perché troppo minuto), si è preso una rivincita personale contro chi era suo detrattore. Vincerà con il “suo” Milan sei Scudetti e tre Coppe dei Campioni, arricchendo anche una bacheca personale che lo ha reso leggenda. Ma è con l’Italia e con il tricolore sul petto che ha scritto forse la pagina più emozionante della sua carriera nella Nazionale azzurra, rendendolo un idolo anche per chi, ogni domenica, sperava che mancasse un intervento, affinché la propria squadra potesse segnare un goal: nel 1994, in occasione del Campionato del mondo di calcio svoltosi negli Stati Uniti, giocò la finale mondiale contro il Brasile appena tre settimane dopo un intervento al menisco, con le lacrime agli occhi durante l’inno e un dolore fisico che nascondeva orgoglio e fatica dietro la fierezza di chi non vuole mai tirarsi indietro, neppure quando il fisico lo imporrebbe. Quella partita, persa ai rigori col “celebre” errore del Divin Codino, resta uno dei simboli più puri di cosa significhi indossare e lottare per una maglia fino in fondo, oltre ogni limite, “solo” per un profondo senso di appartenenza. Altro calcio, altri uomini, altre emozioni.
I problemi di salute
La malattia era arrivata in silenzio, come arrivano certe notizie che nessuno vuole davvero ascoltare: un nodulo polmonare scoperto un anno fa, un intervento chirurgico, la speranza di una ripresa, tra una fake news e l’altra circolata sui social ancora fino a qualche giorno fa. Lo scorso febbraio si era rifatto vedere in pubblico, a San Siro, come tedoforo insieme a Beppe Bergomi per l’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
Il Milan ha dato l’annuncio con parole che pesano come pietre: la storia del club è in lacrime, hanno scritto, per la perdita di un pezzo del proprio cuore. E non è retorica. Chi ha vissuto il calcio italiano degli anni Ottanta e Novanta sa che con Baresi se ne va uno degli ultimi testimoni di un modo di intendere lo sport oggi quasi introvabile: fedeltà assoluta a una maglia, silenzio operoso, testa bassa, impegno, autorità e rispetto conquistati sul campo.
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Restano i video di quel braccio alzato dopo un intervento perfetto, restano le foto di un capitano che consolava i compagni più che festeggiare se stesso. Restano, soprattutto, due generazioni di tifosi che in lui hanno trovato un’idea di eroismo silenzioso. Franco Baresi non c’è più. Ma quella maglia numero 6 resterà per sempre appesa nella storia del calcio, quel numero che Silvio Berlusconi stesso aveva deciso di ritirare in occasione del ritiro dal calcio giocato del marcatore azzurro, per fissare ancora di più nella storia rossonera l’icona che Baresi ha represented. Oggi ci lascia l’uomo. La leggenda, invece, resta. Perché le leggende, in fondo, non muoiono mai.
Fonte foto in evidenza: pagina Wikipedia, di FotoZucchi

