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Eroica Fenice

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Riflessioni

Che io non sia per te il barattolo

Vorrei scrivere, un giorno, riguardo l’utilità dei barattoli. Pratici, dai materiali migliori a quelli più scadenti, dalle forme più strambe ai colori più variopinti. Capaci di contenere qualsiasi sostanza, adatti a giacere ovunque. Creati appositamente per la conservazione, il mantenimento, la custodia di tutto e niente affinché un’anima pia non scelga finalmente di liberare ciò che essi contengono. Mi apri e prendi di me ciò che vuoi. Al mattino, ti svegli voglioso di avermi. Mi fai prendere una boccata d’aria per spalmarmi sulle tue fette biscottate. Mi richiudi e quasi mi lanci, ormai sazio, non badando all’indelicatezza con cui lo fai. A pranzo, mi cerchi in frigo tra il ketchup finito e la bottiglia d’acqua ormai vuota. Mi trovi, lì, immobile, ermeticamente chiuso. Ti sono fedele, ho tutto ciò che desideri: il mio contenuto è buono, saporito, fresco. Ti sfami, affondi in me la forchetta e quasi mi svuoti, in pochi bocconi. Non badi a sistemare quello che tu stesso hai spostato, ruttando, mi lasci nel posto in cui mi avevi trovato. Alla sera, quando la luce è poca e il vuoto nello stomaco è tanto, cerchi me nella dispensa. In fondo, in un angolo, mi vedi. In fondo, sapevi che ci sarei stato. Mi guardi con desiderio, le mani frettolose mi privano del tappo. Con le dita, ripetutamente affondi in ciò che contengo, con la lingua, assapori il mio contenuto. Ma quasi hai sonno, esausto e con le mani sporche di me, incurante del fatto che io sia aperto, ti addormenti. Che io sia pieno di cioccolato, pietanze sottolio, marmellate, sappi che non è come sembra. Sappi che mi troverai sempre dove mi hai lasciato, ma che ogni volta in cui prenderai un po’ di me, oltre a finirmi, a sfinirmi lentamente, farai sì che l’aria mi entri dentro. E la stessa aria che tu respiri, l’aria che ti fa vivere, l’aria che ti permette di avere la sete, il sonno o la fame di me, che spesso prende il sopravvento nei tuoi giorni più bui, è la stessa aria che mi sta contaminando. Ogni qualvolta mi apri e non mi richiudi, i batteri cominciano a crescermi dentro. Ogni volta in cui non sistemi ciò che contengo, non fai in modo che ciò che tanto ti piace resti al sicuro, ricoperto dall’olio, ma che sia soggetto al peso e alla forma dell’ossigeno che a te dà la vita ma che invece mi priva della mia. Sappi che ci vuole cura, occorre saper aprire e saper anche chiudere, perché non chiudendo, i contenuti vanno a male. Mi hai aperto troppe volte, hai superficialmente trascurato il fatto che io avessi bisogno del mio tappo. Non sono finito, restano di me le macchie disposte caoticamente sulla superficie liscia di questo vetro al quale mi arrampico, senza scivolare. Non scivolo, ci si può aggrappare con tutte le forze nonostante non si abbiano più le mani. Ti aspetto, attendo con ansia la tua fame. Sazierò per l’ultima volta la tua ingordigia. Il botulino non […]

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