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Eroica Fenice

La Tag: film al cinema contiene 74 articoli

Cinema & Serie tv

Perché dobbiamo vedere “Sulla mia pelle”, il film sul caso di Stefano Cucchi

Sulla mia pelle, il film dedicato agli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, ha fatto parlare di sè da quand’era ancora in produzione. Ora, che viene visto in proiezioni organizzate grazie a cineforum, centri sociali, centri polivalenti ed è presente sulla piattaforma Netflix, questo gran parlare non gli fa che bene. Oltretutto, la pellicola è stata selezionata come apertura della sezione “Orizzonti” durante l’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Devastante e allo stesso tempo sublime: questi sono i due commenti che più spesso, in rete, gli vengono associati. Ma andiamo con ordine, ricordando innanzitutto “perché” il regista Alessio Cremonini ha deciso di dirigere film sulla vita di un ragazzo che ora non c’è più, e perché Alessandro Borghi – che interpreta il protagonista – è così calato nel personaggio? Sulla mia pelle, una storia sbagliata? Una storia sbagliata, direbbe qualcuno. Stefano Cucchi, giovane geometra romano, viene messo in custodia cautelare dopo essere stato sorpreso nello “scambio” e detenzione di una certa quantità di droga. Dopo una settimana nel carcere di Regina Coeli, si sa della morte di Stefano: sul suo corpo, chiari i segni delle percosse oltre che una malnutrizione in stato avanzato. Per tutte le informazioni aggiuntive, rimandiamo all’ottima pagina di Wikipedia dedicata all’argomento. Nella morte di Cucchi, coinvolti tutti: coinvolti gli agenti di polizia, coinvolti i medici, coinvolto lo Stato. Coinvolti noi, soprattutto, e questo film ce lo ricorda. Ilaria Cucchi – la sorella di Stefano, da sempre impegnata affinché la verità venga a galla – ce lo ricorda da sempre. Sulla mia pelle non è un film violento in senso stretto. È un film cupo, dove la violenza ha l’odore sia della vittima che del carnefice. I carnefici, che attuano su di lui i pestaggi, hanno l’odore della violenza legale; lo stesso Stefano, che in una forma di autolesionismo molto diffusa, tende prima a proteggere i suoi aguzzini, rifiuta di collaborare. È violenza anche il senso di colpa genitoriale. Ma, più di tutti, colpisce la violenza della burocrazia cieca. Colpiscono i genitori di Stefano, che inermi ogni volta devono tornare indietro; colpisce la sorella di Stefano, il suo strazio. Colpisce Stefano – un Alessandro Borghi di una potenza espressiva eccezionale, che verrà ricordato a lungo. C’è chi invoca la censura, l’oblio: non è forse anche questo un tentativo di violenza? Probabilmente l’obiettivo del film è appunto ricordarci che la violenza esiste sotto molte forme. E che il crimine, spesso, è alla luce del sole.

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Separati ma non troppo, la nuova commedia di Dominique Farrugia | Recensione

Separati ma non troppo. Si tratta di una nuova commedia francese esilarante e da non perdere quella che il regista Dominique Farrugia propone agli spettatori e che viene proiettata nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 13 settembre 2018. Il regista decide di ambientare il film a Parigi e descrive la situazione reale e piuttosto attuale del 60% delle coppie parigine divorziate che si vedono costrette a vivere una convivenza forzata a causa della mancanza di fondi. Nonostante la tematica sia complessa viene interpretata con grande maestria dagli attori Gilles Lellouche nei panni di Yvan, marito senza un posto fisso che cerca di migliorare la sua carriera come agente sportivo e Louise Bourgoin, che interpreta la moglie Delphine, infermiera in carriera che si prende cura del lavoro e dei suoi figli. Separati ma non troppo di Dominique Farrugia – Trama Delphine e Yvan divorziano. Poiché la situazione economica di Yvan non gli permette di trovare una casa, si ricorda che, in realtà, è detentore del 20% della casa in cui vive ancora la ex-moglie. Torna, allora, a vivere sotto lo stesso tetto con Delphine, in quel 20% che gli spetta: sarà in questa situazione particolare e piuttosto assurda che i due ex-coniugi si renderanno conto della bellezza dei piccoli momenti di felicità di questa convivenza forzata sotto lo stesso tetto per riprendere il titolo originale in lingua francese “Sous le même toit!”  Si tratta di un film molto luminoso, l’ambientazione é nel 19 distretto di Parigi popolato da case operaie ricco di personaggi secondari che fanno da sfondo alla vicenda. Mélange di emozioni: Separati, ma non troppo è una commedia che racchiude in sé diversi generi e lo spettatore può osservare momenti comici e momenti drammatici, ogni protagonista si ritrova a recitare momenti diversi ed interpretare un mélange di emozioni differenti. Yvan e Delphine con i due figli ci regalano numerosi spunti di riflessione. Il protagonista Yvan rappresenta la precarietà esistenziale, un uomo con due figli che non ha una stabilità economica, Delphine rappresenta, invece, una donna in carriera, stanca della disoccupazione del marito Yvan e che vuole dare una svolta alla sua vita. I due figli rappresentano le caratteristiche tipiche dei teenagers, adolescenti pieni di incertezze della società odierna dove le opportunità scarseggiano. Separati ma non troppo – Struttura e momenti salienti Questa commedia è ricca di episodi che si susseguono con un ritmo dinamico e coinvolgente, momenti ridicoli, di gelosia e sequenze divertenti si alternano fino a terminare con un colpo di scena finale, inatteso e carico di riflessioni per ciascun spettatore. Gilles Lellouche si é dimostrato un attore dal potenziale comico straordinario, adatto all’interpretazione di un uomo complesso come Yvan e l’ attrice Louise Bourgoin grazie al suo appeal straordinario si è ben calata nei panni di Delphine. Il regista Dominique Farrugia propone uno slancio comico con sequenze diverse che comprendono battute improvvisate degli attori, l’emotività é il motore centrale della scena iniziale e finale della pellicola, mentre la commedia domina per quasi tutta la durata del film, […]

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Hereditary – Le radici del male: il terrore nascosto

Hereditary, film di puro distillato horror, è già un cult movie dei nostri giorni. L’opera cinematografica diretta dall’esordiente documentarista Ari Aster, al suo primo lungometraggio per il grande cinema, è stata ampiamente apprezzata dalla critica mondiale che lo ha battezzato come l’Esorcista dei nostri giorni. Terrificante, emozionante, funesto, agghiacciante, questi sono gli aggettivi maggiormente utilizzati da numerosi quotidiani per connotare il genere horror come intramontabile, in misura maggiore quando la trama nel contesto oltrepassa i limiti della percezione umana. “Questa è una storia che parla di persone che sono incapaci di agire, i Graham sono come delle statuette in una casa di bambole manipolate da forze maligne” – A. Aster Hereditary, una tragedia familiare Hereditary, scritto e diretto dallo stesso Aster, racconta di una tragedia familiare inquietante ed inafferrabile, piena di oscuri ed agghiaccianti segreti mai svelati nel corso del tempo, pronti a riemergere successivamente al decesso di Ellen, un’anziana signora, capostipite della famiglia Graham. La sua eredità non è altro che una catena di tragici destini riguardanti tutti i componenti della famiglia, per ovvie ragioni d’appartenenza legati gli uni agli altri come eterni prigionieri di una casa delle bambole, esattamente come quelle realizzate da Annie (Toni Collette), madre di Charlie (interpretata da Milly Shapiro), un’artista creativa di case di bambole in miniatura. Gli eventi drammatici e le conseguenze inevitabili sembrano essere pilotati dalla piccola Charlie Graham, nipote di Ellen, sulla quale aleggia il suo spirito nefasto, una bambina dall’aspetto inquietante ed ermetica nei presagi che spesso svela a sua madre. Ad uno ad uno, i componenti dell’intera famiglia, Steve (Gabriel Byrne nel ruolo del psicoterapeuta, coniuge di Annie), e Peter (Alex Wolff nel ruolo di suo figlio), soccombono al misterioso ed inafferrabile maleficio familiare generato da eventi soprannaturali ed inspiegabili. “Dai produttori di “Split”, prende forma il miglior film horror di quest’anno” Hereditary – Le radici del male, dramma horror d’affresco barocco, ha già conquistato il plauso della critica in occasione del “Sundance Film Festival 2018”, per la sezione Midnight. Il film di A. Aster, ampiamente acclamato dalla stampa mondiale, è stato riconosciuto come una delle opere cinematografiche di maggiore interesse del nostro decennio. Ottima realizzazione per l’esordiente regista che aveva avuto già modo di farsi notare dalla critica per alcuni suoi corti: “The Strange Things About the Johnson” e “Munchausen”, sempre incentrati su tematiche tenebrose e di tipo familiare. Hereditary, chiaramente, rappresenta un’evoluzione naturale del suo pensiero, attraverso il quale ha modo di perfezionare la trama e i ruoli dei singoli protagonisti che ne prendono parte con risultati davvero di grande impatto emotivo; tutta la critica pertanto concorda l’efficacia sul pubblico di alcuni aspetti terrificanti paragonandolo per impatto al più recente Babadook, ma anche a film più datati come l’Esorcista e Rosemary’s Baby, confronti ad ogni modo da evitare nei contenuti ma anche per gli effetti visivi e sonori considerando il notevole lasso di tempo che intercorre tra loro. Il regista Aster in una sua intervista riferisce di essere contrario ad un’idea di horror rivolto unicamente al motivo […]

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12 Soldiers: un film di Nicolai Fuglsig tratto da un’incredibile storia vera

Uscito in Italia l’11 luglio, 12 Soldiers segna l’esordio alla regia di un lungometraggio per il danese Nicolai Fuglsig. All’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, l’esercito statunitense si prepara a reagire alla minaccia rappresentata da Osama Bin Laden e dal movimento terroristico da lui fondato, Al-Qaeda, che rivendica i terribili attacchi condotti quel giorno in America. Il capitano Mitch Nelson (Chris Hemsworth), che nell’esercito ha sempre svolto mansioni di stratega senza mai scendere in campo a combattere, grazie all’aiuto del compagno Cal Spencer (Michael Shannon), riesce a farsi assegnare una squadra composta da lui e altri undici soldati delle Forze Speciali che verrà mandata immediatamente nel deserto roccioso dell’Afghanistan. Il loro compito – un’impresa impossibile e di dubbia riuscita – sarà quello di mettersi in contatto, in un Paese a loro ostile e ormai nelle mani dei feroci e sanguinari talebani, con il generale uzbeko Abdul Rashid Dostum (Navid Negahban), per poter ricostituire l’Alleanza del Nord e lottare uniti contro il nemico comune. 12 Soldiers, la guerra raccontata da chi l’ha fatta e da chi l’ha vista Nicolai Fuglsig, ex reporter di guerra, adatta per il grande schermo il libro Horse Soldiers del giornalista Doug Stanton ,che narra quanto vissuto dall’agente della CIA nonché militare delle Forze Speciali Mark Nutsch a un mese dall’attentato alle Torri Gemelle. La storia di Nutsch e dei suoi valorosi uomini, che si ritrovarono a dover combattere in inferiorità numerica – 5000 nemici per ognuno di loro – e con poco tempo a disposizione – si parla di 21 giorni – è rimasta sconosciuta ai più per poi essere svelata al mondo. Della pellicola colpiscono, in particolar modo, le scene dei combattimenti girate sapientemente e con la camera sempre pronta, capace di cogliere anche i più piccoli particolari. Ammirevole anche l’impeccabile fotografia che cattura i paesaggi di una terra impervia e selvaggia ammantandola di fascino e bellezza malgrado la devastazione che l’ha impietosamente colpita. Il tutto è costantemente accompagnato da una colonna sonora essenziale ma d’impatto. Per quanto riguarda gli attori, Chris Hemsworth non delude le aspettative e il suo personaggio viene supportato, oltre che dai colleghi che interpretano i compagni d’impresa, soprattutto da Navid Negahban che si rivela essere la chiave di volta per far comprendere ciò che anima il suo popolo e ciò che realmente serve a un soldato come il capitano Nelson per diventare un vero guerriero. 12 Soldiers non è soltanto un film di guerra tutto esplosioni, strategie e uccisioni, ma è innanzitutto una storia vera che ha dell’incredibile per ciò che dodici uomini sono riusciti a fare con l’intento – purtroppo non realizzatosi visto che la minaccia del terrorismo, assumendo volti e nomi nuovi, non è stata ancora estirpata  – di compiere il loro dovere verso se stessi, le loro famiglie e la loro Patria.

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Stronger – Io sono più forte, la storia vera di Jeff Bauman

Uscito il 4 luglio nei nostri cinema, Stronger – Io sono più forte (qui il trailer) è l’ultimo lavoro drammatico diretto dal regista, produttore e sceneggiatore cinematografico americano David Gordon Green. Basato sull’omonimo libro autobiografico scritto da Jeff Bauman in collaborazione con Bret Witter, il film ha per protagonista proprio Bauman (interpretato da Jake Gyllenhaal) il quale, in seguito all’attentato avvenuto durante la maratona di Boston il 15 aprile 2013, perse entrambe le gambe. Jeff, all’epoca ventottenne, si era recato all’evento per incitare l’ex-ragazza Erin (Tatiana Maslany) che partecipava alla competizione, aspettandola al traguardo e dandole così prova dell’amore che provava per lei e della sua intenzione a tornare insieme. L’esplosione di due ordigni rudimentali a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro getta la folla nel caos lasciando dietro di sé morti e feriti. Tra questi ultimi c’è anche Jeff che si risveglia in ospedale senza le gambe, stordito per quanto è accaduto – eppure pronto a fornire una descrizione di uno degli attentatori – con al suo fianco i familiari, gli amici ed Erin che si sente responsabile per ciò che gli è accaduto. Determinata a non abbandonarlo, la giovane decide di trasferirsi da lui che vive ancora con la madre Patty (Miranda Richardson) – un’incallita bevitrice e fumatrice pronta a organizzare gli eventi mediatici cui il figlio dovrà prendere parte perché divenuto il simbolo del movimento Boston Strong e che non vede di buon occhio la loro relazione amorosa; Erin rinuncia a tutto pur di stargli accanto e prendersene cura. Tuttavia, la ragazza non dovrà occuparsi soltanto delle difficoltà pratiche sopravvenute con la condizione di invalido di Jeff ma, piuttosto, dovrà confrontarsi con il grave e forte trauma psicologico da lui subito e che rischierà di mettere nuovamente in discussione la loro relazione e il loro futuro. Stronger – Io sono più forte : strepitoso Jake Gyllenhaal Trama toccante a parte – le storie vere hanno sempre quella marcia in più che fa da subito presa sull’animo degli spettatori – la pellicola di Green deve gran parte, se non tutto, il suo successo alla perfetta interpretazione di un irriconoscibile Jake Gyllenhaal. Che questo attore si sia affermato nel panorama cinematografico internazionale distinguendosi per la sua bravura – molti lo ricorderanno nel ruolo del cowboy gay in I segreti di Brokeback Mountain del 2005 accanto al talentuoso collega scomparso prematuramente Heath Ledger – è ormai noto, ma che riuscisse a sorprendere trasformandosi come per questo ruolo è stata una vera e propria rivelazione. A dare maggiore risalto alla sua prova hanno contribuito le due figure femminili che spiccano nel film per importanza e per il loro essere antitetiche l’una all’altra: l’espressiva Tatiana Maslany e l’impeccabile, nel suo essere una madre complicata, Miranda Richardson. Stronger – Io sono più forte parte da un evento drammatico che ha cambiato irreversibilmente chi è stato vittima del terrore insensato di quel 15 aprile di cinque anni fa, si sviluppa sulle conseguenze concentrandosi più sulla forza dell’amore e della dedizione che sul dolore e […]

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Papillon: dal film cult degli anni ’70 al remake di Michael Noer

Papillon, il film che ha segnato un’intera generazione   Era il 1974 quando nelle sale cinematografiche davano Papillon, autentico capolavoro tratto dal romanzo autobiografico scritto da Henri Charrière e pubblicato precedentemente in Francia nel lontano 1969; inizialmente il film, girato in Spagna e Giamaica, fu sottostimato, ma, in breve tempo, divenne pietra miliare del XX secolo ed oggi è passato alla storia in particolar modo per la straordinaria regia di Franklin J. Schaffner, per la sceneggiatura di Dalton Trumbo e le memorabile e iconiche interpretazioni di Dustin Hoffman e Steve McQueen (nei ruoli di Dega e Papillon), due autentici mostri sacri della settima arte. A distanza di 43 anni, al danese Michael Noer, al suo primo lavoro in lingua inglese, affiancato per gli script da Aaron Guzikowski, al regista gli è stata data l’opportunità di dirigere il primo remake ispirato al romanzo francese ed in parte al precedente film diretto da Schaffner, incentrato su fatti ispirati ad una storia realmente accaduta ed ambientata nell’epilogo iniziale intorno agli anni ‘30 del secolo passato, per poi protrarsi nel tempo. Stando a questi presupposti, risulta chiaramente difficile azzardare dei termini di paragone con il precedente e granitico Papillon, quindi ci si ritrova di fatto davanti ad un nuovo film intenso, potente ed assestante nella riscrittura, ben strutturato nel contenuto girato, interamente su set allestiti presso Belgrado, Montenegro e Malta. Papillon ad ogni modo vanta un cast notevole, godibile e apprezzabile nel suo risultato finale. Papillon, un remake di Michael Noer  In una Parigi degli anni trenta, un uomo di nome Henri Charrière (C. Hunnan che ricordiamo per la serie “Sons of Anarchy”), ma conosciuto da tutti come Papillon per via di un tatuaggio, mentre si trattiene intimamente con la sua fidanzata Nenette (Eve Hewson, figlia di Bono, leader del gruppo musicale U2), si ritrova la polizia in camera ed in stato di arresto per un omicidio mai commesso. Davanti agli occhi della sua ragazza Papillon viene condotto via e condannato all’ergastolo e ai lavori forzati presso una colonia penale della Guyana Francese, in un penitenziario su un’isola tropicale, dove le possibilità di evadere sono pari allo zero. Papillon, durante il periodo di detenzione sull’Isola del Diavolo, non perde mai la speranza di escogitare il modo migliore per riconquistare la libertà, ad aiutarlo durante i numerosi tentativi di fuga si ritrova al suo fianco l’eccentrico Luis Dega (R. Malek, che interpreterà Freddie Mercury nel biopic di prossima uscita “Bohemian Rhapsody”), un falsario di professione che in cambio della sua protezione si adopera su come studiare il modo migliore per evadere dall’isola detentiva. Tra i due galeotti si instaura un profondo legame di autentica e inossidabile amicizia, nata da un comune senso di fratellanza e sofferenza nell’ossessiva e perseverante ricerca della libertà. Michael Noer, tra libertà e ossessione    M. Noer con il suo nuovo Papillon non esita a mettere in evidenza il crudo realismo vissuto all’interno di un penitenziario super controllato, nei suoi aspetti più drammatici, a stemperare il dramma ci sono la speranza e […]

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Macbeth Neo Film Opera: l’esordio di Daniele Campea

Macbeth si rivolge al pubblico mondiale in una nuova veste, unica nel suo genere, proponendo un’inedita simbiosi, tra cinema espressionista e lirismo teatrale. L’opera messa in scena dall’innovativo regista, sceneggiatore e compositore Daniele Campea, nel suo esordio cinematografico sembra viaggiare fuori dal tempo e dallo spazio, attraverso un bianco e nero d’autore d’altri tempi, idoneo ad esaltare le tonalità drammatiche, amplificate e scandite musicalmente dal “Requiem, Te Deum” di Giuseppe Verdi. Il nuovo Macbeth è un’opera visiva e fotografica d’autore senza precedenti per un ritorno, anzi un nuovo espressionismo d’avanguardia contemporaneo, l’opera shakespeariana rivisitata in chiave moderna, in appena 50 minuti di durata, immerge lo spettatore in una dimensione visiva e sonora sublime e totalizzante, ispirandosi nelle interpretazioni degli attori all’antica tragedia teatrale greca. Daniele Campea e il suo cinema fuori dal tempo La nuova opera cinematografica di Daniele Campea narra dell’annuncio profetico di tre streghe rivolto a Macbeth, su fatti riguardanti il suo imminente insediamento sul trono di Scozia, la rivelazione sibillina fa precipitare il futuro sovrano in uno stato di follia e solitudine che trova sfogo in una disperata e incontrollata spirale di violenza. Il film, prodotto da “Creatives” in collaborazione con “Fondazione Pescarabruzzo”, e realizzato anche grazie alla partecipazione degli allievi esordienti dell’Accademia Teatrale Arotron e dell’associazione teatrale “Il posto delle fragole”, è stato inserito tra le migliori dieci opere cinematografiche del 2016, ricevendo numerose recensioni positive, inoltre è stata accolto in modo entusiastico dal pubblico in occasione delle anteprime al Cinema Massimo di Pescara (il 7 Marzo con ingresso gratuito al pubblico) e nel corso della “63° Taormina Film Fest” (2017). La pellicola, dal budget ridotto, girata in appena otto giorni (a differenza del montaggio che ha richiesto circa 6 mesi di lavorazione) dentro una ex fabbrica in disuso presso il Comune di Popoli ed in altre location individuate all’interno del parco naturale d’Abruzzo, si avvale di atmosfere allucinanti post apocalittiche, evidenziate da chiaroscuri di interni ed esterni naturali e panoramici, in costante mutamento (come il movimento delle nuvole), quasi a preannunciare avvenimenti inevitabili e funesti. I protagonisti sottoposti ad una continua metamorfosi visiva vengono plasmati dal regista attraverso un’ottica teatrale, singolare è il ruolo di Macbeth assegnato per la prima volta ad un’attrice donna, Susanna Costaglione (proveniente dal teatro), per una performance davvero unica e ben congeniata nel proporre un personaggio inafferrabile ed androgino, tra gli altri protagonisti del cast hanno preso parte in modo determinante: l’attore e doppiatore Franco Mannella (nel ruolo di Macduff), la musicista e attrice Irida Gjergji Mero (in quello di Lady Macbeth) e il regista teatrale Claudio Di Scanio ( per il personaggio di Banquo). Daniele Campea con il suo primo mediometraggio si colloca di diritto tra alcuni mostri sacri della cinematografia come Welles, Kurosawa, Polanski, Bela, Tarr e C. Bene, raggiungendo un lungimirante traguardo professionale in prospettive future su altre opere da realizzare. Macbeth Neo Film Opera è stato distribuito nelle sale cinematografiche dal 14 Giugno 2018. Buon cinema a tutti.

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End of Justice – Nessuno è innocente, un film di Dan Gilroy (Recensione)

Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, End of Justice – Nessuno è innocente è l’ultimo film drammatico scritto e diretto dal regista statunitense Dan Gilroy in programmazione nei nostri cinema dal 31 maggio. Roman J. Israel (Denzel Washington), fervente e appassionato attivista per i diritti civili sin dagli anni ‘70, svolge la professione di avvocato a Los Angeles presso uno studio legale nel quale si occupa di studiare i vari casi mentre il suo socio li dibatte nei tribunali. Alla morte di quest’ultimo Roman si ritrova disoccupato e, a causa delle ristrettezze economiche e gli infruttuosi risultati nella ricerca di una nuova occupazione, decide di accettare l’offerta del giovane e ambizioso collega George Pierce (Colin Farrell) di andare a lavorare per lui. Sarà a causa di uno dei nuovi incarichi affidatigli che il protagonista, difensore di un ragazzo accusato di omicidio, metterà in discussione tutto ciò in cui ha fino ad allora creduto e per cui ha duramente e instancabilmente lottato in nome di una realtà che non gli appartiene e che finirà per fagocitarlo senza nessuna pietà costringendolo a fare i conti con chi era e chi è diventato. End of Justice – Nessuno è innocente : il peso della coscienza tradita Il regista Dan Gilroy punta – a ragione e con cognizione di causa – sulla spiccata indole trasformista dell’impeccabile Denzel Washington candidato, grazie a questo ruolo, all’ultima edizione del Premio Oscar come Migliore attore protagonista – ad aggiudicarsi la statuetta è stato l’attore brittanico Gary Oldman per la sua interpretazione in L’ora più buia. Il protagonista veste i panni – ormai fuori moda non soltanto per quanto riguarda acconciatura e abiti, ma soprattutto per i modi di pensare e gli atteggiamenti – di un personaggio eccezionale: dai modi bizzarri, di una precisione maniacale, dotato di una memoria straordinaria, fervente credente nell’universale e inviolabile diritto alla giustizia. Una giustizia che deve essere garantita a tutti perché tutti devono sì pagare per i reati da loro commessi ma devono farlo dopo aver ricevuto la giusta pena. «Se non puoi cambiare la legge, sfida il sistema». Questa è la grande utopia di Roman J. Israel che, vissuto troppo a lungo dietro la scrivania tra tomi e scaffali e sempre meno nel tempo presente che è andato avanti lasciandolo indietro, perde se stesso nel momento in cui decide di voltare le spalle a tutto ciò su cui ha costruito la sua vita e la sua carriera. End of Justice – Nessuno è innocente è un film che poggia principalmente – forse in maniera eccessiva – sulla bravura dell’attore protagonista eppure, la trama, funziona perché infonde speranza in un cambiamento che, anche se tardivo, può sempre arrivare.

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Mektoub, My Love – Canto uno: sensuale e brioso

Mektoub, My Love – Canto uno, è un autentico inno ai piaceri della giovane età, un’autentica conquista della gioia e della libertà vissute in un luogo dove non esistono regole ma solo coinvolgenti emozioni. Il regista franco/tunisino Adbellatif Kechiche dopo il passionale “La vita di Adele”, con il quale nel 2013 si è aggiudicato al “Festival di Cannes” la Palma d’Oro, fa ritorno sulla tematica passionale attraverso gli sguardi, le espressioni e il linguaggio del corpo in un turbinio di attrazioni vissute con grande intensità da un gruppo di giovani. “Le irrefrenabili e sane passioni degli anni della giovinezza infrante dai sogni”. Mektoub, My Love ( prima parte di un dittico) trae ispirazione dal romanzo autobiografico “La blessure, la vraie” scritto da Francois Bégaudeau. Mektoub viene letteralmente tradotto dall’arabo in “destino”, caotico ed imprevedibile per Amin (Shain Boumedine), aspirante sceneggiatore perduto tra le spiagge del sud della Francia, tra le soleggiate locande di Séte, alla ricerca di nuove avventure e incontri passionali su cui poter scrivere un film. I genitori gestiscono un ristorante tunisino mentre Amin lascia Parigi e gli studi di medicina per far ritorno nella piccola località di pescatori, sua città natale, dove ha modo di vivere momenti indimenticabili ed attimi effimeri che non avranno alcun peso nelle scelte della sua esistenza, dissolvendosi come una bolla di sapone sospesa in aria. La compagnia di suo cugino Toni (Lou Luttiau), diametralmente opposto a lui, rafforza la sua voglia di libertà. Toni è un conquistatore, ama le belle donne come Ophélie (Ophélie Bau) solo per il gusto di vivere momenti materiali attraverso la passione e il sesso. Amin  invece cerca l’amore etereo e, osservando la sensuale Ophélie dalla bellezza mediterranea, scopre che l’amore per lui non è nella concretezza nei gesti, ma solo in alcuni momenti di forti emozioni rivelati attraverso uno sguardo, nel calore della pelle o in un sorriso luminoso. Ophélie vorrebbe sposare Clément, in sevizio militare, mentre Amin flirta anche con Céline e Charlotte, in uno strano intreccio di libere passioni spensierate e senza regole. Come una macchina da presa che non si ferma davanti a nulla, il protagonista cattura i momenti più febbrili nel corso di giorni sospesi come in un limbo, tra giochi d’acqua illuminati dal sole cocente e serate trascorse a ballare, tra il rimbombare della musica degli anni ’90, elementi caratterizzanti di fine secolo, che danno maggiore forza agli attimi vissuti in modo intenso e passionale. Mektoub, My Love, un’ esplosione di sentimenti effimeri Kechiche nel corso delle riprese di Mektoub, My Love, dà forte rilievo alla fotografia e alle inquadrature dei corpi, sottolineando le forme perfette delle curve femminili, che certamente non passano inosservate ma che vanno a rafforzare il punto di vista del protagonista, un aspirante sceneggiatore conquistato da un’insolita e passeggera euforia estiva. Non c’è interiorità dal punto di vista osservativo di Amin e neanche intime emozioni ma solo il gusto di osservare con lo sguardo attento, immortalando attraverso la fotografia la bellezza del corpo femminile e le espressioni del volto, tra gioie […]

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Solo: A Star Wars Story di Ron Howard, il nuovo spin-off è un successo

“Parti dal principio che ti tradiranno e non rimarrai mai deluso”. Solo: A Star Wars Story, diretto da Ron Howard, nasce come sequel anthology a sé stante all’intera saga di “Star Wars”, ideata e creata da George Lucas nel lontano 1977. Ron Howard prosegue sulla stessa linea narrativa tracciata con il precedente “Rogue One: A Star Wars Story” su fatti che trovano svolgimento 11 anni prima di Star Wars, per un periodo cronologico della durata di sei anni. Il nuovo capitolo, scritto da Lawrence e Jon Kasdan (entrambi veterani dopo la scrittura di “L’impero colpisce ancora” e “Il risveglio della forza”), narra l’avventurosa giovinezza spaziale del contrabbandiere Han Solo, accompagnato dal suo inseparabile amico Wookiee Chewbecca. Star Wars risulta essere una delle saghe cinematografiche più longeve alla pari di Alien, divenendo nel corso dei decenni un autentico cult movie monumentale ed inesauribile nei contenuti, un interminabile universo fantasmagorico conosciuto da più generazioni attraverso i numerosi attori che ne prendono parte, tutti soggetti a numerosi ad inevitabili cambiamenti narrativi, interpretativi e d’ambientazione oltre allo storico rifacimento digitale dei primi episodi proiettati al cinema. Lo sceneggiatore Lawrence Kasdan per il suo nuovo spin off prodotto dalla Walt Disney (dopo aver acquisito la “Lucas Film” nel 2012), concentra la sua attenzione su come il giovane Han Solo impara a truffare ed ingannare per poter sopravvivere, grazie agli insegnamenti del suo mentore Beckett (Woody Harrelson), di professione malvivente. Han tra i 18 e i 24 anni, si costruisce da solo il proprio futuro, facendo esperienza di pilota infallibile alla guida dell’intramontabile Millenium Falcon, sua inseparabile nave spaziale, indispensabile per la futura alleanza con i ribelli. Il film si ispira ad atmosfere associabili al genere western, quando le regole e le leggi erano considerate un autentico optional da valutare. Le riprese girate tra “Pinewood Studios” e a Fuerteventura (Canarie) oltre che alcune località italiane (lago d’Antorno, il monte Piana, le cime di Lavaredo e Misurina) godono di scenari mozzafiato, di una natura incontaminata contrastante con un’avanzatissima tecnologia del futuro. Notevole la fotografia di Bradford Young e la colonna sonora curata da John Powell (che ricordiamo per le colonne sonore di “L’era glaciale” e “Dragon Trainer”). Ron Howard e A. Ehrenreich per il nuovo spin – off La selezione per la scelta di Han Solo è risultata alquanto ardua e difficile se consideriamo il numero di partecipanti, circa tremila; tra i tanti concorrenti il giovane attore A. Ehrenreich (che abbiamo già conosciuto in “Blue Jasmine” di W. Allen e “L’eccezione alla regola”) è stato preferito nel ruolo di protagonista, nonostante gli ostacoli iniziali in fase di ripresa e l’impiego di un acting coach in suo aiuto per lo studio di una performance ideale. La regia di Solo affidata inizialmente a Lord & Miller, a tre settimane circa dalla conclusione delle riprese, subisce una brusca frenata perché i due registi abbandonano le scene per divergenze creative sull’adattamento della sceneggiatura, la loro libera interpretazione si rivela lontana dagli scritti originali dei Kasdan, pertanto la direzione viene affidata a Ron Howard nel Giugno del […]

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