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Eroica Fenice

La Tag: film al cinema contiene 68 articoli

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Macbeth Neo Film Opera: l’esordio di Daniele Campea

Macbeth si rivolge al pubblico mondiale in una nuova veste, unica nel suo genere, proponendo un’inedita simbiosi, tra cinema espressionista e lirismo teatrale. L’opera messa in scena dall’innovativo regista, sceneggiatore e compositore Daniele Campea, nel suo esordio cinematografico sembra viaggiare fuori dal tempo e dallo spazio, attraverso un bianco e nero d’autore d’altri tempi, idoneo ad esaltare le tonalità drammatiche, amplificate e scandite musicalmente dal “Requiem, Te Deum” di Giuseppe Verdi. Il nuovo Macbeth è un’opera visiva e fotografica d’autore senza precedenti per un ritorno, anzi un nuovo espressionismo d’avanguardia contemporaneo, l’opera shakespeariana rivisitata in chiave moderna, in appena 50 minuti di durata, immerge lo spettatore in una dimensione visiva e sonora sublime e totalizzante, ispirandosi nelle interpretazioni degli attori all’antica tragedia teatrale greca. Daniele Campea e il suo cinema fuori dal tempo La nuova opera cinematografica di Daniele Campea narra dell’annuncio profetico di tre streghe rivolto a Macbeth, su fatti riguardanti il suo imminente insediamento sul trono di Scozia, la rivelazione sibillina fa precipitare il futuro sovrano in uno stato di follia e solitudine che trova sfogo in una disperata e incontrollata spirale di violenza. Il film, prodotto da “Creatives” in collaborazione con “Fondazione Pescarabruzzo”, e realizzato anche grazie alla partecipazione degli allievi esordienti dell’Accademia Teatrale Arotron e dell’associazione teatrale “Il posto delle fragole”, è stato inserito tra le migliori dieci opere cinematografiche del 2016, ricevendo numerose recensioni positive, inoltre è stata accolto in modo entusiastico dal pubblico in occasione delle anteprime al Cinema Massimo di Pescara (il 7 Marzo con ingresso gratuito al pubblico) e nel corso della “63° Taormina Film Fest” (2017). La pellicola, dal budget ridotto, girata in appena otto giorni (a differenza del montaggio che ha richiesto circa 6 mesi di lavorazione) dentro una ex fabbrica in disuso presso il Comune di Popoli ed in altre location individuate all’interno del parco naturale d’Abruzzo, si avvale di atmosfere allucinanti post apocalittiche, evidenziate da chiaroscuri di interni ed esterni naturali e panoramici, in costante mutamento (come il movimento delle nuvole), quasi a preannunciare avvenimenti inevitabili e funesti. I protagonisti sottoposti ad una continua metamorfosi visiva vengono plasmati dal regista attraverso un’ottica teatrale, singolare è il ruolo di Macbeth assegnato per la prima volta ad un’attrice donna, Susanna Costaglione (proveniente dal teatro), per una performance davvero unica e ben congeniata nel proporre un personaggio inafferrabile ed androgino, tra gli altri protagonisti del cast hanno preso parte in modo determinante: l’attore e doppiatore Franco Mannella (nel ruolo di Macduff), la musicista e attrice Irida Gjergji Mero (in quello di Lady Macbeth) e il regista teatrale Claudio Di Scanio ( per il personaggio di Banquo). Daniele Campea con il suo primo mediometraggio si colloca di diritto tra alcuni mostri sacri della cinematografia come Welles, Kurosawa, Polanski, Bela, Tarr e C. Bene, raggiungendo un lungimirante traguardo professionale in prospettive future su altre opere da realizzare. Macbeth Neo Film Opera è stato distribuito nelle sale cinematografiche dal 14 Giugno 2018. Buon cinema a tutti.

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End of Justice – Nessuno è innocente, un film di Dan Gilroy (Recensione)

Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, End of Justice – Nessuno è innocente è l’ultimo film drammatico scritto e diretto dal regista statunitense Dan Gilroy in programmazione nei nostri cinema dal 31 maggio. Roman J. Israel (Denzel Washington), fervente e appassionato attivista per i diritti civili sin dagli anni ‘70, svolge la professione di avvocato a Los Angeles presso uno studio legale nel quale si occupa di studiare i vari casi mentre il suo socio li dibatte nei tribunali. Alla morte di quest’ultimo Roman si ritrova disoccupato e, a causa delle ristrettezze economiche e gli infruttuosi risultati nella ricerca di una nuova occupazione, decide di accettare l’offerta del giovane e ambizioso collega George Pierce (Colin Farrell) di andare a lavorare per lui. Sarà a causa di uno dei nuovi incarichi affidatigli che il protagonista, difensore di un ragazzo accusato di omicidio, metterà in discussione tutto ciò in cui ha fino ad allora creduto e per cui ha duramente e instancabilmente lottato in nome di una realtà che non gli appartiene e che finirà per fagocitarlo senza nessuna pietà costringendolo a fare i conti con chi era e chi è diventato. End of Justice – Nessuno è innocente : il peso della coscienza tradita Il regista Dan Gilroy punta – a ragione e con cognizione di causa – sulla spiccata indole trasformista dell’impeccabile Denzel Washington candidato, grazie a questo ruolo, all’ultima edizione del Premio Oscar come Migliore attore protagonista – ad aggiudicarsi la statuetta è stato l’attore brittanico Gary Oldman per la sua interpretazione in L’ora più buia. Il protagonista veste i panni – ormai fuori moda non soltanto per quanto riguarda acconciatura e abiti, ma soprattutto per i modi di pensare e gli atteggiamenti – di un personaggio eccezionale: dai modi bizzarri, di una precisione maniacale, dotato di una memoria straordinaria, fervente credente nell’universale e inviolabile diritto alla giustizia. Una giustizia che deve essere garantita a tutti perché tutti devono sì pagare per i reati da loro commessi ma devono farlo dopo aver ricevuto la giusta pena. «Se non puoi cambiare la legge, sfida il sistema». Questa è la grande utopia di Roman J. Israel che, vissuto troppo a lungo dietro la scrivania tra tomi e scaffali e sempre meno nel tempo presente che è andato avanti lasciandolo indietro, perde se stesso nel momento in cui decide di voltare le spalle a tutto ciò su cui ha costruito la sua vita e la sua carriera. End of Justice – Nessuno è innocente è un film che poggia principalmente – forse in maniera eccessiva – sulla bravura dell’attore protagonista eppure, la trama, funziona perché infonde speranza in un cambiamento che, anche se tardivo, può sempre arrivare.

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Mektoub, My Love – Canto uno: sensuale e brioso

Mektoub, My Love – Canto uno, è un autentico inno ai piaceri della giovane età, un’autentica conquista della gioia e della libertà vissute in un luogo dove non esistono regole ma solo coinvolgenti emozioni. Il regista franco/tunisino Adbellatif Kechiche dopo il passionale “La vita di Adele”, con il quale nel 2013 si è aggiudicato al “Festival di Cannes” la Palma d’Oro, fa ritorno sulla tematica passionale attraverso gli sguardi, le espressioni e il linguaggio del corpo in un turbinio di attrazioni vissute con grande intensità da un gruppo di giovani. “Le irrefrenabili e sane passioni degli anni della giovinezza infrante dai sogni”. Mektoub, My Love ( prima parte di un dittico) trae ispirazione dal romanzo autobiografico “La blessure, la vraie” scritto da Francois Bégaudeau. Mektoub viene letteralmente tradotto dall’arabo in “destino”, caotico ed imprevedibile per Amin (Shain Boumedine), aspirante sceneggiatore perduto tra le spiagge del sud della Francia, tra le soleggiate locande di Séte, alla ricerca di nuove avventure e incontri passionali su cui poter scrivere un film. I genitori gestiscono un ristorante tunisino mentre Amin lascia Parigi e gli studi di medicina per far ritorno nella piccola località di pescatori, sua città natale, dove ha modo di vivere momenti indimenticabili ed attimi effimeri che non avranno alcun peso nelle scelte della sua esistenza, dissolvendosi come una bolla di sapone sospesa in aria. La compagnia di suo cugino Toni (Lou Luttiau), diametralmente opposto a lui, rafforza la sua voglia di libertà. Toni è un conquistatore, ama le belle donne come Ophélie (Ophélie Bau) solo per il gusto di vivere momenti materiali attraverso la passione e il sesso. Amin  invece cerca l’amore etereo e, osservando la sensuale Ophélie dalla bellezza mediterranea, scopre che l’amore per lui non è nella concretezza nei gesti, ma solo in alcuni momenti di forti emozioni rivelati attraverso uno sguardo, nel calore della pelle o in un sorriso luminoso. Ophélie vorrebbe sposare Clément, in sevizio militare, mentre Amin flirta anche con Céline e Charlotte, in uno strano intreccio di libere passioni spensierate e senza regole. Come una macchina da presa che non si ferma davanti a nulla, il protagonista cattura i momenti più febbrili nel corso di giorni sospesi come in un limbo, tra giochi d’acqua illuminati dal sole cocente e serate trascorse a ballare, tra il rimbombare della musica degli anni ’90, elementi caratterizzanti di fine secolo, che danno maggiore forza agli attimi vissuti in modo intenso e passionale. Mektoub, My Love, un’ esplosione di sentimenti effimeri Kechiche nel corso delle riprese di Mektoub, My Love, dà forte rilievo alla fotografia e alle inquadrature dei corpi, sottolineando le forme perfette delle curve femminili, che certamente non passano inosservate ma che vanno a rafforzare il punto di vista del protagonista, un aspirante sceneggiatore conquistato da un’insolita e passeggera euforia estiva. Non c’è interiorità dal punto di vista osservativo di Amin e neanche intime emozioni ma solo il gusto di osservare con lo sguardo attento, immortalando attraverso la fotografia la bellezza del corpo femminile e le espressioni del volto, tra gioie […]

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Solo: A Star Wars Story di Ron Howard, il nuovo spin-off è un successo

“Parti dal principio che ti tradiranno e non rimarrai mai deluso”. Solo: A Star Wars Story, diretto da Ron Howard, nasce come sequel anthology a sé stante all’intera saga di “Star Wars”, ideata e creata da George Lucas nel lontano 1977. Ron Howard prosegue sulla stessa linea narrativa tracciata con il precedente “Rogue One: A Star Wars Story” su fatti che trovano svolgimento 11 anni prima di Star Wars, per un periodo cronologico della durata di sei anni. Il nuovo capitolo, scritto da Lawrence e Jon Kasdan (entrambi veterani dopo la scrittura di “L’impero colpisce ancora” e “Il risveglio della forza”), narra l’avventurosa giovinezza spaziale del contrabbandiere Han Solo, accompagnato dal suo inseparabile amico Wookiee Chewbecca. Star Wars risulta essere una delle saghe cinematografiche più longeve alla pari di Alien, divenendo nel corso dei decenni un autentico cult movie monumentale ed inesauribile nei contenuti, un interminabile universo fantasmagorico conosciuto da più generazioni attraverso i numerosi attori che ne prendono parte, tutti soggetti a numerosi ad inevitabili cambiamenti narrativi, interpretativi e d’ambientazione oltre allo storico rifacimento digitale dei primi episodi proiettati al cinema. Lo sceneggiatore Lawrence Kasdan per il suo nuovo spin off prodotto dalla Walt Disney (dopo aver acquisito la “Lucas Film” nel 2012), concentra la sua attenzione su come il giovane Han Solo impara a truffare ed ingannare per poter sopravvivere, grazie agli insegnamenti del suo mentore Beckett (Woody Harrelson), di professione malvivente. Han tra i 18 e i 24 anni, si costruisce da solo il proprio futuro, facendo esperienza di pilota infallibile alla guida dell’intramontabile Millenium Falcon, sua inseparabile nave spaziale, indispensabile per la futura alleanza con i ribelli. Il film si ispira ad atmosfere associabili al genere western, quando le regole e le leggi erano considerate un autentico optional da valutare. Le riprese girate tra “Pinewood Studios” e a Fuerteventura (Canarie) oltre che alcune località italiane (lago d’Antorno, il monte Piana, le cime di Lavaredo e Misurina) godono di scenari mozzafiato, di una natura incontaminata contrastante con un’avanzatissima tecnologia del futuro. Notevole la fotografia di Bradford Young e la colonna sonora curata da John Powell (che ricordiamo per le colonne sonore di “L’era glaciale” e “Dragon Trainer”). Ron Howard e A. Ehrenreich per il nuovo spin – off La selezione per la scelta di Han Solo è risultata alquanto ardua e difficile se consideriamo il numero di partecipanti, circa tremila; tra i tanti concorrenti il giovane attore A. Ehrenreich (che abbiamo già conosciuto in “Blue Jasmine” di W. Allen e “L’eccezione alla regola”) è stato preferito nel ruolo di protagonista, nonostante gli ostacoli iniziali in fase di ripresa e l’impiego di un acting coach in suo aiuto per lo studio di una performance ideale. La regia di Solo affidata inizialmente a Lord & Miller, a tre settimane circa dalla conclusione delle riprese, subisce una brusca frenata perché i due registi abbandonano le scene per divergenze creative sull’adattamento della sceneggiatura, la loro libera interpretazione si rivela lontana dagli scritti originali dei Kasdan, pertanto la direzione viene affidata a Ron Howard nel Giugno del […]

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A Beautiful Day – You Were Never Really Here, un film con Joaquin Phoenix

Presentato in anteprima e in concorso alla 70ͣ edizione del Festival di Cannes dello scorso maggio, A Beautiful Day – You Were Never Really Here è un film scritto e diretto dalla regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica scozzese Lynne Ramsay basato sul libro dello scrittore americano Jonathan Ames Non sei mai stato qui. Joe (Joaquin Phoenix) è un veterano di guerra che vive insieme all’anziana madre malata (Judith Roberts) di cui si prende amorevolmente cura. Il suo lavoro, in una New York corrotta e traviata, è quello di sicario al soldo di chiunque sia disposto a pagare per fargli sporcare le mani al suo posto. Ingaggiato tramite il suo contatto John McLean (John Doman) dal Senatore Votto (Alex Manette) per ritrovarne la figlia adolescente Nina (Ekaterina Samsonov), abituata a scappare di casa dopo la morte della madre. Joe scoprirà che la ragazzina è finita in un giro esclusivo di pedofilia e prostituzione minorile per clienti ricchi e influenti. Intenzionato a portare a termine il suo incarico e salvarla, Joe non esiterà a ricorrere alla brutalità per la quale è conosciuto trovandosi, tuttavia, non soltanto a fare i conti con i demoni che lo perseguitano dall’infanzia e dall’esperienza come soldato ma a dover aggiungere e sopportare altro dolore a quello che prova ormai da tutta la vita. A Beautiful Day – You Were Never Really Here: violenza chiama violenza Vincitore al Festival di Cannes dei premi per il Miglior Attore e per la Migliore sceneggiatura, il thriller drammatico della Ramsay si affida oltre che a una macchina da presa il cui occhio vuole cogliere e riprodurre ogni minimo dettaglio anche alla bellissima fotografia di Thomas Townend. Se, tuttavia, la trama non spicca per originalità – il richiamo a film come Taxi Driver (1976), Léon (1994) e Drive (2011) si nota sin da subito – a risaltare è senza alcun dubbio l’interpretazione di un formidabile, disturbato e disturbante Joaquin Phoenix che, dopo aver interpretato Gesù Cristo nel recentissimo Maria Maddalena di Garth Davis, fa un’inversione di ruolo totale. Il suo Joe non è mai realmente presente a se stesso mentalmente e fisicamente – da qui il suo continuo comparire e scomparire sulla scena con un martello insanguinato tra le mani che, in fondo, rimanda al titolo dell’opera di Ames. La bravura dell’attore si riscontra negli sguardi persi in traumatici ricordi lontani, nelle azioni ripetute con lentezza esasperante, nella violenza che domina il suo essere che, come quello di Nina e delle altre piccole vittime di mostri crudeli, è quello di un bambino abusato. A Beautiful Day – You Were Never Really Here è un film complesso tanto quanto la psicologia contorta e deviata dei suoi personaggi. Eppure è proprio attraverso e grazie a essa se si possono comprendere meglio i danni che la violenza fisica e, in particolar modo, psicologica arreca a soggetti indifesi come i bambini.  

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Fernando Leon de Aranoa e il suo “Escobar” – Il Fascino del male tra storia e mito

Fernando Leon de Aranoa dirige Javier Bardem per il suo nuovo film sul narcotrafficante colombiano Escobar, il narcotrafficante più potente di tutti i tempi, negli ultimi anni è risultato fonte di ispirazione per diverse produzioni cinematografiche e televisive tra cui va citata “Narcos”, serie cult di grande successo creata da Brancato, Bernard e Miro, ed il tiepido e meno convincente “Escobar” di Andrea Di Stefano, interpretato da Benicio Del Toro. A distanza di pochi anni, il nuovo biopic Escobar – Il Fascino del male, diretto da Fernando Leon de Aranoa, offre una nuova interpretazione del noto trafficante di cocaina; a vestirne i panni questa volta c’è il verosimigliante e sorprendente premio Oscar, Javier Bardem (Non è un paese per vecchi – 2008), affiancato dalla sua altrettanto impareggiabile compagna e collega Penelope Cruz (premio Oscar per “Vicky Cristina Barcelona”), nel ruolo di Virginia Vallejo l’amante giornalista, attualmente in asilo politico presso la città di Miami. Ad Aranoa, l’idea convincente per una nuova realizzazione cinematografica dedicata al personaggio di Escobar, viene dettata dal romanzo “Loving Pablo, hating Escobar”, scritto da V. Vallejo, traendone una validissima sceneggiatura senza tralasciare nulla sui fatti storici riguardanti il famigerato boss malavitoso, uno degli uomini più temuti in Colombia e negli USA. “Dal 1998 sono stato incuriosito dal personaggio di Pablo Escobar come uomo. Mi sono stati offerti diversi ruoli come Escobar, ma li ho sempre rifiutati proprio perché non invocavano alcun sentimento al di là di un semplice stereotipo” – J. Bardem. Escobar – Il Fascino del male racconta l’ascesa al potere del noto criminale durante uno dei decenni più tormentati per la lotta al narcotraffico internazionale con la richiesta di estradizione negli States per una sua condanna irrevocabile. Il regista ripercorre le tappe più significative della vita del noto criminale, le relazioni con il figlio, l’ascesa come uomo d’affari e come politico, i suoi agganci istituzionali per il controllo mondiale del traffico di stupefacenti e la sua tormentata e passionale relazione con Virginia Vallejo, sua amante prediletta con cui istaura un complicato rapporto d’amore ed odio da cui si vedrà tradito. Virginia dopo aver conosciuto il lato spietato e criminale di Escobar, attraverso numerose minacce di morte, si pone al servizio della giustizia affidandosi all’agente Neymar (Peter Sarsgaard) della DEA, affinché venga catturato e giudicato dalla corte suprema del dipartimento di giustizia degli USA. Fernando Leon de Aranoa racconta Escobar Il regista Fernando Leon de Aranoa fa leva in modo attento sulla memoria intima di Virginia, una donna testimone degli anni ‘80/’90, uno dei periodi più cruenti per il sud America sconvolto dalla guerra contro il narcotraffico sostenuto dal Cartello di Medellin, ovvero da Escobar, nel ricostruire il ritratto di un uomo spietato contro chi lo ostacolava nei suoi infidi progetti criminosi, ma altrettanto intimo con le sue debolezze umane nei rapporti con il figlio e nel preoccuparsi di costruire scuole ed ospedali per tutti. Una doppia natura contrastante, messa in evidenza dai media in un periodo storico contrassegnato dai forti contrasti sociali dominati da un uomo capace di […]

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Tonya, il film biografico sulla pattinatrice Tonya Harding

Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, Tonya è nelle sale italiane dal 29 marzo. Basato sulla storia vera della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, il film, diretto dal regista australiano Craig Gillespie, ne ripropone la vita da quando era bambina fino ai primi anni ’90 che la videro coinvolta in uno scandalo che le costò la carriera. La pellicola alterna avvenimenti passati, con una Tonya bambina (interpretata dalla giovanissima e dotata Mckenna Grace) spronata al limite dell’ossessivo dall’anaffettiva madre LaVona (Allison Janney) a impegnarsi sempre più nel pattinaggio; alle interviste nel presente ai protagonisti svolte in seguito agli accadimenti che accesero i riflettori sulla Harding. Passano gli anni e Tonya (Margot Robbie) è un’adolescente problematica e competitiva che non riesce ad accettare di essere discriminata, durante le gare, a causa delle sue umili origini che non le consentono di presentarsi al meglio alle competizioni come, invece, potevano permettersi le sue avversarie benestanti. È durante questo periodo che la ragazza incontra Jeff Gillooly (Sebastian Stan), di qualche anno più grande di lei, che sposerà dopo poco tempo e con il quale resterà, nonostante i continui maltrattamenti e violenze, per poi divorziare da lui nel 1993. Ma è l’anno seguente a essere cruciale per la storia di questa giovane promessa del pattinaggio. Infatti, pur di partecipare ai campionati nazionali per i quali l’America aveva un’altra stella come sua rappresentante – Nancy Kerrigan (Caitlin Carver) – Tonya, d’accordo con Jeff e aiutati dall’amico di lui Shawn Eckhardt (Paul Walter Hauser), assoldano un uomo per ferire la rivale al ginocchio così che lei potesse prenderne il posto. Soltanto in seguito si seppe cosa avevano fatto e fu per questo motivo, più che per le sue prodezze sportive, purtroppo, che il nome di Tonya Harding è ancora oggi ricordato. Talento e ambizione: la storia di Tonya Harding Portare sul grande schermo le vicende di un personaggio problematico non è mai un’impresa semplice. Craig Gillespie, aiutato dall’interpretazione eccellente della Robbie oltre che degli altri attori – Allison Janney, grazie a questo film ha vinto, tra i premi più importanti, l’Oscar e il Golden Globe come Migliore attrice non protagonista – è riuscito a mostrare in maniera impeccabile le tante e controverse sfaccettature della vera Tonya Harding. Quest’ultima viene presentata per quello che è stata senza alcuna modificazione né degli atteggiamenti – aggressivi, irriverenti, di vittima oltre che di carnefice – né delle azioni che, se da un lato le valsero il riconoscimento di essere stata la prima americana a eseguire il difficilissimo triplo axel durante una competizione ufficiale, dall’altro la portarono dall’ascesa a una rovinosa caduta come risultante di un’ambizione smodata e incontrollata affamata di gloria. La figura della Harding suscita emozioni diverse e contrastanti tra loro nello spettatore – compassione, simpatia, pena, insofferenza – che si alternano o coesistono in base a ciò che sta passando in quello specifico periodo della sua esistenza e anche in virtù di chi le sta accanto influenzandola. Alla fine, ci si trova a essere tra l’assoluzione per […]

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Hostiles: nuovo western duro e malinconico

Hostiles è un western d’avventura concepito secondo gli stereotipi classici e intramontabili della prima maniera, per alcuni aspetti riconducibili agli intramontabili ed epici film di J. Ford, pietre miliari del cinema del ‘900, avvalendosi di montaggio e tecniche fotografiche al passo con i tempi. Scott Cooper, regista e sceneggiatore di Hostiles, in collaborazione per la scrittura con Donald Cooper, dopo aver realizzato il cupo “Out of the Furnace” (2013), film premiato in occasione del “Festival del Cinema di Roma”, in cui pone in rilievo la malavita e l’emarginazione delle periferie metropolitane degli USA, torna a collaborare con Christian Bale, nel tentativo di bissare il precedente successo cinematografico, questa volta cimentandosi nel genere western di ampio respiro, proposto in stile classico e lineare, girando la sua storia avventurosa tra gli immensi e meravigliosi scenari naturali d’America, incorniciati in modo superlativo dagli stupendi scatti del maestro della fotografia Masanobu Takayanagi (Il caso Spotlight). Cooper, ponendo a confronto due epoche diverse, accomunate da recrudescenze spesso generate dall’odio etnico ed intolleranze razziali, mette in evidenza il peso morale, il pericolo incombente e le negative ed inevitabili conseguenze di questi sentimenti ostili sostenuti da politiche sbagliate e xenofobe. Il regista pertanto riesce bene a focalizzare la sua attenzione nelle reazioni più umane di un gruppo di persone accomunate dal senso di riconciliazione, attraverso le dinamiche dei fatti narrati. Un autentico antidoto all’odio in un paese dove gli atteggiamenti disumani dominano incontrastati nel conflitto atavico tra bianchi e nativi d’America. Hostiles: “Ho ucciso selvaggi perché questo è il mio lavoro”  Il film, ambientato nel lontano 1892, narra le vicende occorse ad un leggendario capitano dell’esercito statunitense, Joseph J. Blocker che, (interpretato stupendamente da Christian Bale) in stanza presso un avamposto militare nel selvaggio New Mexico, è pronto ad obbedire ad una richiesta d’ordine da parte delle autorità militari e del presidente americano in persona: scortare, con alcuni suoi fedelissimi, Falco Giallo (Wes Studi), capo Cheyenne malato terminale, suo ex nemico per via di molti compagni deceduti per sua mano e la sua famiglia composta da donne, nelle lontane terre del Montana dove dimora la sua tribù di pellirossa. Durante il lungo cammino che divide gli sconfinati territori desertici d’America, il capitano e il suo seguito incontrano Rosalie Quaid (intensa ed emotiva interpretazione di Rosamund Pike che ricordiamo per “L’amore Bugiardo”), una giovane vedova la cui famiglia è stata sterminata da un gruppo di spietati Comanche, intenzionati a derubarli dei loro cavalli. Tra il capitano e la vedova, che si unisce al drappello in viaggio, si stabilisce un comune intento, unire le loro forze per combattere gli ostili Comanche eternamente in agguato, pur di difendere il capo Cheyenne e la sua famiglia e rendere giustizia per i loro crimini compiuti nelle sconfinate terre di nessuno. “Gli inglesi hanno Shakespeare, i francesi ridono con Moliere, gli americani pongono il western al centro della loro cultura. Amo molto questo genere, non passa mai di moda” (Cooper). Cooper, con la sua ultima opera cinematografica, dura e carica di silenzi malinconici, […]

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Rachel, un film con Rachel Weisz e Sam Claflin

In programmazione nelle sale italiane dal 15 marzo, Rachel è l’ultimo film scritto e diretto dal regista sudafricano Roger Michell basato sul romanzo My Cousin Rachel della scrittrice, drammaturga e poetessa inglese Daphne du Maurier pubblicato nel 1951. Quello di Michell è il secondo adattamento cinematografico dell’opera; il primo, del 1952, è di Henry Koster che ha curato anche la serie televisiva trasmessa nel 1983. Ambientata nella Cornovaglia degli anni ’30 del XIX secolo, la trama ha per protagonista il giovane orfano Philip Ashley (Sam Claflin) cresciuto, dopo la morte dei genitori, dall’adorato cugino Ambrose. Quest’ultimo, scapolo impenitente, partito alla volta dell’Italia, scrive al suo protetto di essersi sposato, cogliendo lui e chiunque lo conosca di sorpresa. Con il passare del tempo, le lettere di Ambrose non soltanto diventano sporadiche ma anche preoccupanti circa la reale natura della moglie. A ciò si aggiunge la morte dell’uomo, avvenuta in circostanze misteriose in Toscana, seguita dall’imminente arrivo in Inghilterra della sua vedova. Philip, deciso a smascherarla, accoglie con distacco la giovane e bella cugina Rachel (Rachel Weisz) che, al contrario, si dimostra attenta e affettuosa nei suoi confronti. La convivenza permetterà ai due di conoscersi e aprirsi l’una con l’altro instaurando così un legame speciale destinato, tuttavia, a spezzarsi a causa di un nuovo e terribile dubbio che si fa strada nella mente e nel cuore del protagonista. Rachel, un discreto thriller sentimentale in costume Roger Michell, messe da parte le commedie romantiche dalle smielate sfumature rosa – sua è la famosissima Notting Hill (1999) – opta per un cambio radicale tingendo di nero il suo ultimo lavoro. Decisione, si può dire, obbligata, considerando l’autrice da lui scelta per essere riproposta sul grande schermo. Daphne du Maurier, infatti, ha ispirato con i suoi romanzi il grande “maestro del brivido” Alfred Hitchcock che realizzò ben tre pellicole basandosi su di essi: La taverna della Giamaica (1939), Rebecca, la prima moglie (1940) e Gli uccelli (1963). In Rachel spicca l’attrice premio Oscar Rachel Weisz che, aiutata dalla sua bellezza e bravura, recita ad arte la parte della misteriosa cugina Rachel che, grazie proprio a questa sua indefinitezza, conquista senza alcuna difficoltà l’ingenuo, leale e puro Philip. Quest’ultimo, interpretato da un Sam Claflin che ne ha reso al meglio il carattere e il sentire, suscita comprensione e compassione nello spettatore che, come lui, si trova in difficoltà nel credere a ciò che pensa o a ciò che prova nei confronti del personaggio della Weisz, sulla cui ambiguità poggia l’intera storia. Incantevoli e suggestive ambientazioni, trama rallentata, costumi particolari e ricchi, esigua colonna sonora, impeccabile lavoro svolto dall’intero cast, tutti questi elementi fanno di Rachel un film discreto e denso di fascino ma non così tanto da ammaliare lo spettatore al punto tale da volerlo promuovere con il massimo dei voti.

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San Valentino Stories: perché Cupido è nato a Napoli

Il 14 febbraio, arriva nei cinema italiani San Valentino Stories, una commedia fresca, divertente ma anche riflessiva, nata da un’idea di Alessandro Siani. Il film è un lungometraggio diviso in tre episodi, diretti da tre giovani e promettenti registi campani, in cui l’amore, nelle sue diverse sfaccettature, viene raccontato utilizzando la città di Napoli come sfondo. San Valentino Stories: tre storie d’amore a Napoli Il primo episodio è intitolato PER AMOR DI DIO ed è diretto da Antonio Guerriero. Questa storia, ambientata nella meravigliosa Posilipo, ha come oggetto le vicende di Pasquale (Pasquale Palma), ragazzo estremamente cattolico, e Chiara (Denise Capezza) buddhista convinta. I due giovani, pur essendo innamorati, dovranno affrontare molti problemi dovuti al loro diverso credo… sarà possibile trovare un compromesso? oppure le divergenze religiose costituiranno un ostacolo insormontabile per il loro amore? Il secondo episodio è intitolato L’ISOLA DI CIOCCOLATO ed è diretto da Emanuele Palamara. La vicenda raccontata si svolge tra le mura del carcere minorile di Nisida. Qui Antonio (Giovanni Buselli), detenuto del maschile, si iscriverà ad un corso di pasticceria per avere la possibilità di incontrare Anastasia (Noemi Sales), detenuta del femminile. Purtroppo, i due giovani innamorati dovranno affrontare molte difficoltà per stare assieme e soprattutto dovranno fare i conti con gli errori commessi nel passato. Il destino dei due ragazzi non sarà semplice ma l’amore vince su tutto ed i due potrebbero salvarsi a vicenda. Il terzo episodio è intitolato CARICHI DI MERAVIGLIA ed è diretto da Gennaro Scarpato. Questa terza ed ultima storia, ambientata a Pozzuoli, racconta le vicende di due irriducibili amici (Gigi e Ross) che a quarant’anni, condividono il medesimo, triste, destino sentimentale. Entrambi, infatti, sono accomunati da una patologica paura delle responsabilità e si ritrovano single e disperati il giorno di San Valentino. Le vite dei due protagonisti sono però destinate a cambiare perché, proprio in questo magico giorno, alla loro porta busserà Aregash (Elena Sotgiu), una adolescente africana, che i due amici adottarono a distanza quando era ancora una bambina. La ragazza racconta di essere immigrata in Italia per conoscerli, perché li considera la sua famiglia… i due saranno pronti ad assumersi la responsabilità di una figlia? Questo terzo episodio, particolarmente interessante, pone l’attenzione sull’esistenza di diversi tipi d’amore e, nello specifico, viene dato rilievo all’amore inteso come amicizia da una parte, e all’amore inteso come sentimento che lega i genitori ai propri figli, dall’altra. Ad arricchire ulteriormente la trama vi è poi un’interessante parentesi volta a denunciare le pecche di un sistema giuridico che, in materia di adozioni, spesso preferisce il rispetto della burocrazia alla felicità delle persone. Gli episodi, pur essendo molto diversi tra loro, sono caratterizzati da una visione romantica della vita. Il film ambientato nella meravigliosa Napoli, grazie all’originalità delle storie e alla bravura degli attori, riesce a coinvolgere il pubblico facendolo sorridere e sospirare. San Valentino Stories è stato prodotto da Alessandro e Andrea Cannavale per Run Film con Rai Cinema ed è distribuito da Optima Entertainment.

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