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Eroica Fenice

La Tag: Luigi Credendino contiene 6 articoli

Recensioni

“Mal’essere” di Davide Iodice, un Amleto napoletano al Teatro San Ferdinando

Italo Calvino nel 1981 esortava, nel famoso articolo scritto sull’Espresso, gli italiani a leggere i classici. Tra le motivazioni addotte ce n’è una perfettamente adattabile ai testi di William Shakespeare e cioè che un classico non esaurisce mai veramente gli spunti di riflessione che ha da offrire. Ulteriore riprova si è avuta ieri sera al Teatro San Ferdinando, dove, uno dei drammi più conosciuti e citati, l’Amleto, è stato portato in scena in una vesta completamente nuova. Il suo “sarto”, Davide Iodice, ha voluto concludere il suo personale e sperimentale percorso di ricerca proprio dal testo che vede protagonista il principe di Danimarca, rivisitato in un napoletano tragicamente vivido. La riscrittura, ad opera di un gruppo di voci storiche ed emergenti della scena rap partenopea (‘O Iank, Oyoshe, Sha One, Peppe-Oh, Capatosta, Sir Fernandez, Joel, Op Rot) non è però una mera traduzione. Gli mc sono stati in grado con le loro rime di contornare di sfumature attuali i personaggi. Amleto, Claudio, Gertrude, Polonio, Laerte ed Ofelia, sono pregni di degrado, omertà e malvagità, fantasmi che purtroppo tuttora terrorizzano la città di Napoli. Ma la partecipazione dei rapper non si è fermata all’aspetto drammaturgico. Essi sono parte integrante dello spettacolo come attori, come coro e come voci fuori campo che accompagnano Amleto nella sua crescente e incontenibile follia. “Mal’essere” di Davide Iodice, Amleto in una ragnatela di rime  Sebbene tutti gli attori siano stati all’altezza del loro ruolo, con punte di eccellenza raggiunte soprattutto nelle battute finali, c’è comunque da sottolineare che l’interpretazione di Luigi Credendino è uno spettacolo a sé. L’attore riesce a rendere lo spettro di emozioni che vanno dalla tranquillità alla follia con una efficacia disarmante. Erano anni che non si vedeva un Amleto così folle, disperato e inquietante. Altra menzione di merito va fatta a Tiziano Fario, Daniela Salernitano, Massimo Gargiulo e Angelo Grieco. Dalle maschere alle musiche, dai costumi al disegno luci, tutto è stato congegnato per essere non solo funzionale alle scene, ma per stupire un pubblico che è rimasto per dure ore intrappolato nella splendida ragnatela di rime disegnata dai rapper. Mal’essere, in conclusione, è uno spettacolo originale e coraggioso, che ha saputo trovare nel talento dei suoi attori, nell’intuizione geniale del suo regista, in scenografie, luci e costumi di altissimo livello, ma soprattutto nella eco delle rime della sua crew, la strada per esaltare e far rivivere ancora una volta uno dei drammi più belli di Shakespeare. —————————– MAL’ESSERE  spazio scenico, maschere, pupazzi Tiziano Fario costumi Daniela Salernitano disegno luci Angelo Grieco, Davide Iodice musiche composte ed eseguite dal vivo da Massimo Gargiulo aiuto regia Michele Vitolini assistente alle scene volontario Tommaso Caruso assistente ai costumi e sarta Ilaria Barbato direttore di scena e foto Pino Miraglia macchinista Luigi Sabatino fonici Salvatore Addeo, Daniele Piscicelli capo elettricista Angelo Grieco elettricista Pasquale Piccolo parrucca Antonio Fidato trucco Sveva Viesti Calendario delle rappresentazioni:  3, 7 e 10 feb. ore 21.00; 2, 8 e 9 feb. ore 17.00; 4 e 11 feb. ore 19.00; 5 e 12 feb. ore 18.00 Info: teatrostabilenapoli.it; biglietteria Teatro San Ferdinando: tel 081 292030 – 081 291878   Elce Jundra

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Teatro

Aspettando che spiova, il teatro che parla di teatro

È una fresca sera d’estate, si respira aria leggera e in cielo non c’è nemmeno una nuvola. Eppure si aspetta che finisca il temporale. Aspettando che spiova, infatti, è il titolo di questa messinscena di cui Gianluca d’Agostino è ideatore e attore, coadiuvato da un brillante Luigi Credendino. Lo spettacolo, andato in scena il 17 luglio, fa parte della rassegna breve e innovativa targata Teatro alla deriva – alla sua quinta edizione -, che prevede altri due spettacoli in una location del tutto insolita, le Stufe di Nerone. La ricerca della verità aspettando che spiova Insolito è anche il supporto scelto per la scena, una zattera galleggiante in mezzo ad un laghetto artificiale, provvista di un arredamento davvero scarno: una tavolo con una sedia in un angolo, una panchina e una colonna nell’altro, secchi d’acqua sparsi qua e là. Il tutto circondato da alberi di melograno e ulivi, che contribuiscono a rendere l’atmosfera fiabesca, in perfetto stile con il carattere della vicenda, al limite dell’irreale. Siamo in un immaginario androne di un palazzo: due uomini si incontrano per caso, al riparo da un acquazzone  che li ha colti all’improvviso. Uno ha fretta, deve andare a quella cena di lavoro che determinerà la svolta della sua carriera, l’altro è il custode dell’edificio. Tra i due subito comincia un confronto-scontro teso all’affermazione della propria visione del mondo, tra risate di gusto e prese di coscienza amare. Due binari paralleli che sembrano non incontrarsi mai, soprattutto per una questione fondamentale, che costituisce il fulcro dell’intreccio: l’indissolubilità tra realtà e finzione. Uno dei due attori, infatti, è intrappolato nel proprio personaggio, incapace di scindere ciò che è reale da ciò che invece non lo è, pretendendo di essere egli stesso il portatore di quella verità universale che invece si scontra drasticamente contro ciò che l’altro vuole fargli credere: di star vivendo un incantesimo e niente più. Chi dei due ha ragione? Chi dei due può dirsi effettivamente consapevole del limite – peraltro sottilissimo – che c’è tra immaginazione e concretezza? Le due vicende si presentano quindi legate saldamente, si fondono in un’unica pièce dal sapore pirandelliano, dove i veri protagonisti sono l’uomo, alla costante e incessante ricerca di una propria identità che convalida e giustifica la propria esistenza, e il teatro, inteso come paradossale dualità, come rapporto tra unicità della performance e pluralità delle esecuzioni. Il mondo è tutto un teatro: sembra essere questo il succo della storia, la morale della favola. L’indagine e la riflessione vengono di conseguenza presentati come il vero strumento che può avviarci sulla strada maestra, in questo barcamenarsi dell’umanità alla scoperta del vero senso della vita che tuttavia non può essere afferrato. Un teatro d’avanguardia altamente riuscito, all’insegna dello sperimentalismo che coinvolge il pubblico, chiamato a partecipare attivamente alla vicenda, e che riesce a rendere invisibile ed eterea quella famosa quarta parete che separa la realtà (lo stesso pubblico) dalla finzione (la vicenda), mescolando e intrecciando continuamente le carte. Una commedia metateatrale dalle sfumature tragiche e dal finale esilarante che tuttavia offre molteplici spunti di riflessione. Ci si alza […]

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Teatro

Aspettando che spiova – la ventesima replica

Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. Eduardo De Filippo Pareti nere e un incessante gocciolio d’acqua. Secchi sparsi qua e là per raccogliere le gocce che il soffitto non riesce a trattenere. Un teatro che perde. Un manager e un custode universitario, anzi, di un’Università, si ritrovano nell’androne di un palazzo d’epoca e iniziano a dialogare. Due mondi diversi che si confrontano e si scontrano. Due attori interpretano questi personaggi nell’androne del palazzo che, nel frattempo, è diventato un teatro con tanto di copione da seguire e pubblico che assiste. Sono queste le due storie che si sovrappongono nella pièce Aspettando che spiova – la ventesima replica, scritta, diretta e interpretata da Gianluca D’Agostino, con Luigi Credendino, andata in scena, in occasione del trentennale, al Teatro Sala Assoli di Napoli, il 18 e 19 marzo. Un temporale che non presagisce nulla di buono, complice di uno stato di tensione che, dall’inizio alla fine, stringe in una morsa il manager e il custode, l’attore e l’attore. Il manager che diventa l’attore, l’attore che diventa il custode: cinquantacinque minuti in cui realtà e finzione si fondono e si confondono ai limiti del paradossale. E così, uno dei due attori non riesce più a scindere le due dimensioni, restando cristallizzato e imprigionato nel suo personaggio. Mentre il collega, partner di scena e amico nella vita, proprio durante lo spettacolo, gli ricorda il confine tra finzione teatrale e vita vera. Confine rappresentato da quella quarta parete, che il nostro eroe smarrito abbatte nel disperato tentativo di essere reale, di essere personaggio sì, ma anche persona. E intanto lo spettacolo continua, sotto lo sguardo del pubblico che continua ad assistere. Un teatro nel teatro. Un continuo alternarsi di identità, di pirandelliana memoria, che non si propone, però, di portare in scena personaggi in cerca d’autore o maschere generate dall’ipocrisia della società. Aspettando che spiova – la ventesima replica denuncia il teatro moderno Un teatro reo di aver abbandonato l’attore contemporaneo, al quale non resta che fuggire la realtà, rintanandosi nei suoi personaggi. “L’attore è il vero nuovo eroe nel teatro di oggi, non i personaggi che interpreta, ma egli stesso, in prima persona, ogni giorno, con tutto il peso che deve portare sulle spalle per continuare a credere nel suo lavoro, che ormai è considerato e valutato con poco rispetto. D’altronde il teatro e l’arte sono lo specchio della nostra società: il teatro, come il mondo, decade e l’attore, l’uomo, tenta, come può, di sopravvivere”. Convincente l’interpretazione degli attori che, pur lanciando un sotteso messaggio di critica, con carisma e tagliente sarcasmo, riescono anche a divertire il pubblico, trascinandolo in quel limbo esistenziale in cui il diluvio diventa metafora esistenziale di un mondo che si avvia al capolinea.  A Raphael Scumacher, che non è un pilota di F1. Era un attore. Era, perché lo scorso gennaio è rimasto strangolato sul palco, mentre simulava un’impiccaggione durante una rappresentazione sperimentale al Teatro Lux di Pisa. Dopo giorni […]

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Teatro

Malammò, prostituta e santa, al Te.Co. Regia di Luigi Credendino

Malammò, delicata ed aggressiva. Malammò, sporca e pura. Malammò, l’innocenza e il peccato. Malammò è lo spettacolo che vede per la prima volta alla regia l’attore Luigi Credendino, con il testo di Valerio V. Bruner e l’interpretazione di Chiara Vitiello, andato in scena al Te.Co, Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta, dal 18 al 20 Dicembre. Avete presente la canzone di Battisti “Anche per te” dedicata rispettivamente ad una suora, una prostituta e una ragazza madre? Malammò è il connubio di queste tre essenze. È una  prostituta ed una santa, in lei si intrecciano la fisicità più estrema e la remissività più totale, l’aulico e il corporeo. Come possono incontrarsi tra loro sensazioni così estremamente opposte? Sono opposte davvero? Qual è il confine entro cui inizia una e finisce l’altra? Non siamo poi così diversi da Malammò se non sappiamo rispondere a queste domande. Lo spettacolo si apre con una donna  che cammina in un mare di stracci, danza insieme a loro, si muove leggiadra come una rondine e allo stesso tempo si strugge in quel disordine fisico, si imbruttisce, cade in quel vortice disperata, non si dà pace. È bella ma porta il segno di alcune cicatrici. Mentre cammina tra quelli stracci, che rappresentano probabilmente un’umanità calpestata, non si riconosce. È come se lei fosse oltre, come se si sollevasse da quella terra sporca. Il suo nome è Malammò, anzi  questo è il nome che le hanno dato gli altri, gli uomini che sono stati con lei, le donne che l’hanno invidiata, i pettegoli, i moralisti. “Malammò” sta per amore malato e profano ed è il suo marchio. Lei, il suo nome vero non lo ricorda. Ma la storia di Malammò nasce come tutte le belle storie da una speranza. Fallita e calpestata  dall’umanità, che è spicciola, come quelli stracci, ma pur sempre delicata, come tutte le speranze. Malammò ha creduto nell’amore ed è stata per questo punita da un mondo troppo materialistico e troppo poco sensibile per accettare la sua grande anima. Quel mondo è riuscito a buttarla nella sua melma, a fare di lei una peccatrice, una prostituta, a etichettarla e ad escluderla, a farla sentire colpevole. Ma ecco il segreto dell’enorme bellezza che può nascondersi anche nel fango: è l’anima. L’anima di Malammò racchiude, al di là di tutto, qualcosa di più forte di tutto ciò c’è intorno. Una sensibilità diversa, una leggerezza particolare, una passione che non deve essere necessariamente peccato ma che può diventare amore. Il grande amore di Malammò la porterà ad  incontrare Dio, a sentirlo dentro sé, a stringerlo a quel corpo che tante braccia hanno stretto, ma con dolcezza. Come una madre, come una figlia, come una bambina innocente. Malammò diventerà posseduta dal Signore e tutti i suoi peccati diventeranno segno della sua storia, un’anticamera per raggiungere la felicità. La Malammò di Luigi Credendino: “Non mi ha salvata dalla morte, dalla condanna, dal peccato. Mi ha salvata dalla felicità.”  Dietro Malammò si cela Maria Maddalena, la peccatrice redenta, la serva del Signore, così vicina alle nostre imperfezioni, […]

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Culturalmente

Il Summit di Carnevale al Théatre De Poche

Il Summit di Carnevale per la regia di Giovanni Meola, con L. Credendino, A. Palladino e F. Smaldone, nasce dal lavoro del regista napoletano, reduce dal successo de’ L’Internazionale di R. Bracco, e dalla collaborazione di tre realtà teatrali che agiscono sul territorio campano: Teatro Rostocco, Te.Co (Teatro di Contrabbando) e Virus Teatrali. Il Summit di Carnevale presenta due vecchi boss rivali, Marione (Luigi Credendino) e Giuseppone (Ferdinando Smaldone), che si incontrano il giorno di Carnevale a pranzo a casa del primo per allearsi e discutere della nuova spartizione del territorio e per organizzare l’appropriazione di tutti gli appalti che ruotavano intorno la costruzione di un enorme aeroporto che sarebbe iniziata di lì a poco proprio in città e grazie alla quale i due  si sarebbero arricchiti. Ma si sa che “A Carnevale ogni scherzo vale” ed Elia (Alessandro Palladino) fedele ragioniere del boss Giuseppone, ma in realtà figlio di una donna violentata, e di Nicola ‘o chianchiere, ammazzato proprio da Marione perchè l’aveva denunciato per la violenza perpetrata alla moglie,  riesce a creare un finale diverso da quello voluto dai due malavitosi e riesce nel suo intento analizzando i loro punti deboli e inserendosi nelle crepe della loro organizzazione.  La rappresentazione de’ “Il summit di Carnevale” si inserisce come vero e proprio spaccato di una realtà esistente e troppe poche volte portata in scena a teatro con così grande bravura senza mai essere scontato o dare la sensazione di “qualcosa di già visto”. È grazie al ritmo incalzante dei dialoghi dei protagonisti, alla musica che quasi come un metronomo segna la gestualità degli attori, alla tensione dei volti e al realismo dei dialoghi che “Il summit di Carnevale” si pone come un’esperienza assolutamente riuscita e da riproporre. I boss  decidono di allearsi con le loro misere vite per uno motivo banale: uno è bravo con le armi e non gli fa di certo impressione il sangue e l’altro invece ha abbastanza soldi per poter corrompere chiunque. Perchè tutti sono corruttibili. Tutti tranne uno, Elia. Elia, che con il suo nome da donna, per la solita banale associazione portata avanti dall’ignoranza dei boss, riesce a far saltare un’organizzazione così ben orchestrata. “Il summit di Carnevale” è messa in scena di un male che a volte non è poi così banale, e la voglia di riscatto e di vendetta supera il buon senso. Perchè un bambino che ha subìto gli effetti del male malavitoso ha voglia in alcuni casi di vedere i suoi carnefici umiliati prima e morti dopo. Vedere sui loro volti la paura, lo sgomento e l’angoscia per la morte che incombe e trova solo così la ricompensa per tutta la sofferenza ingoiata. “Il summit di Carnevale” propone un finale sospeso, un non visto solo immaginato: Elia che poco prima aveva suggerito ai boss che sarebbe stato meglio “Eliminare tutta la dinastia” e che rivela di aver ucciso anche i loro figli resta con la mano a mezz’aria che regge un pezzo di chiacchiera avvelenata, in procinto di mangiarlo. Forse perchè si è reso conto di […]

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Culturalmente

Vodisca al Piccolo Bellini. “Diego”, buona la prima!

“Diego… Diego!!! Olè Olè Olè Olè!” Un coro da stadio bisbigliato, canticchiato e poi urlato a squarciagola, quasi fosse l’unico rimedio al male di vivere. Una scenografia essenziale, composta dall’unico elemento indispensabile per la pièce e, soprattutto, per la vita del giovane protagonista Lello (Luigi Credendino): il pallone. Con cinque supersantos e con una voce che progressivamente passa dalla foga alla disperazione comincia “Diego”, spettacolo teatrale presentato il 20 marzo 2014 al Piccolo Bellini dalla compagnia Vodisca (Voci di Scampia). Ambientato negli anni dello scudetto del Napoli, esso inquadra, attraverso le vicende di una giovane coppia, la realtà di una città in cui tutta la speranza per il domani sembrava dipendere da una sola persona: Diego Armando Maradona. Il nuovo santo protettore dei napoletani con le sue giocate riaccese l’entusiasmo della bella ma povera Partenope e del suo popolo che si aggrappava all’argentino come, di solito, si suole fare con i Santi e la Madonna. Il copione non si lascia sfuggire nessun luogo comune legato al tifoso medio degli anni ’80 e, per certi versi, anche dei nostri giorni. Esilaranti, proprio perché estremamente aderenti alla realtà, i battibecchi tra un lui che scandisce le proprie giornate, soprattutto la sacrosanta domenica di campionato, in base ai tempi canonici della partita; e una lei, Tonia, (Maddalena Stornaiuolo) che reclama per sé le attenzioni riservate ai MAGICA e compagni e che, pur fingendo irritazione e fastidio, in fondo, ama il suo uomo anche per questa sua passione. Ma non solo. Le vicende amorose della giovane coppia, magistralmente interpretata dai due ancor più giovani attori, si legano anche ad altre problematiche di quegli anni, quali la mucillagine nei mari nostrani, i numerosi morti per eroina, il totonero, la chiusura dell’Italsider con la conseguente disoccupazione, con citazioni en passant che non pesano sulla generale ilarità su cui sono costruite le vicende che si sviluppano piacevolmente scena dopo scena e che terminano con un efficace finale a sorpresa. Proprio quest’ultimo evidenza la bravura del 32enne regista Aniello Mallardo nella costruzione di una recita che, seppur a bassissimo costo e con un fondale nero come scenografia, ha saputo esaltare le doti recitative dei due attori che reggono da soli la scena per un’ora senza mai annoiare. La sensazione finale, infatti, è di uno spettacolo ben congeniato e che nella sua brevità riassume, coinvolgendo ed emozionando lo spettatore, uno spaccato della Napoli di fine anni ‘80 così diversa e così uguale a quella di oggi in cui l’idolo delle folle, in fondo, è sempre lo stesso. “Diego… Diego!!! Olè Olè Olè Olè!” Lo spettacolo della compagnia Vodisca, andato in scena fino a ieri 23 marzo, sarà replicato dal 27 al 30 marzo al Piccolo Bellini in via Conte di Ruvo 14. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza e sarà utilizzato per la realizzazione di una Fattoria didattica per bambini disabili a Chiaiano. Un motivo in più assistere ad uno spettacolo intenso e divertente reso ancor più speciale dallo straordinario talento di due giovanissimi attori napoletani. – Vodisca al Piccolo Bellini. […]

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