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Eroica Fenice

La Tag: Renzi contiene 13 articoli

Attualità

I postumi del referendum: l’Italia del no

Le valutazioni politiche sulle motivazioni che hanno portato alla schiacciante vittoria del No al referendum costituzionale fioccano da lunedì su quotidiani e social network, con un ritmo estenuante quasi come quello delle discussioni dell’appena trascorsa campagna elettorale. Nelle più scontate analisi che sono state fatte, tutti hanno puntato il dito contro l’errore di presunzione e di ingenuità commesso da Renzi nell’aver trasformato l’appuntamento referendario in un voto di legittimazione sulla sua persona. Questo ha indotto naturalmente a supporre che molti  cittadini abbiano votato non sui contenuti della riforma ma sul tasso di gradimento del premier e del governo, come a dire che gli italiani della riforma abbiano capito poco o nulla e che abbiano votato solo con la pancia. Altri si sono scatenati sulla rete in una guerra di delegittimazione della scelta della parte avversa dando vita (comicamente) ad un conflitto di carattere “antropologico”, come lo ha definito oggi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera.  Le considerazioni più convincenti sull’esito del referendum appaiono quelle che chiamano in causa il disagio manifestato dai giovani, al Sud, in particolare ma non esclusivamente, e l’insofferenza verso certi proclami “renzinai”, esageratamente trionfalistici, del tipo #l’Italiariparte, #lalocomotivad’Europa, #sivedelafinedeltunnel ecc., da parte di chi non ha avvertito i segni di alcun passo in avanti e vive la frustrazione di non partecipare a nessun processo di cambiamento e di ripresa economica. Molti, infatti, hanno avuto e hanno tuttora l’impressione che buona parte della classe dirigente stia vivendo in una dimensione estranea a quella di chi vive le difficoltà di tutti i giorni, in una bolla di ingenuo ottimismo o, per chi ragiona in mala fede, di irrisorio “propagandismo”.  Questo non significa però negare i tanti sforzi, alcuni più efficaci altri meno, che il governo Renzi ha fatto per far fronte alla crisi del nostro Paese. Per limitarci ad un solo esempio, obiettivamente la legge sulla Buona Scuola ha messo a disposizione per l’assunzione di docenti una quantità di risorse come non si vedeva da anni. Eppure il governo non è riuscito a conquistare un largo consenso da parte degli insegnanti a causa di altri aspetti della stessa legge e di alcuni provvedimenti (la nomina diretta dei docenti da parte dei presidi, le modalità con cui si è svolto l’ultimo concorso a cattedra ecc.) che hanno provocato non pochi malumori. Un vero peccato, che però dovrebbe far riflettere anche su come alcune proposte di legge siano state formulate e sul mediocre, se non dannoso, contributo di alcuni ministri, collaboratori e consiglieri che hanno formato la compagine di governo. La direzione del PD post referendum Venendo alla notizia del giorno, e cioè alla relazione fatta da Renzi alla direzione del PD e all’apertura della crisi di governo, è apparso evidente come il contenuto della relazione non abbia lasciato minimamente intendere le prossime mosse del segretario, il quale si è limitato a stemperare con il sorriso e alcune battute la delusione e la rabbia non ancora smaltite e a rivendicare i successi del governo. Ad una prossima discussione è stata rimandata l’analisi del risultato […]

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TTIP: una partnership da guerra

Che cos’è il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)? È un trattato sul commercio e sugli investimenti per la creazione della più grande area di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. La partnership è in via di negoziazione, in sordina, sin dal 2013 e se portata a termine, garantirebbe la riduzione delle barriere doganali facilitando l’entrata e l’uscita dei flussi di investimenti e la libera circolazione di merci all’interno dell’area. Vista così, non sembra nulla di eccezionale e soprattutto non è evidente il motivo per cui cittadini e governi debbano sentirsi minacciati da questa proposta di partenariato. Innanzitutto, va posto l’accento sul fatto che all’interno di molti trattati sugli investimenti, che preludono alla creazione di aree di libero scambio, è contenuta la clausola dell’Investor-state dispute settlement (risoluzione delle controversie fra investitore e Stato). Quest’ultima permette a un investitore straniero, qualora creda che lo Stato con cui fa affari abbia violato una norma di diritto pubblico internazionale, di avviare un procedimento di risoluzione delle controversie nei confronti dello Stato in questione. Poiché il TTIP è un trattato di partenariato per la creazione di un’area di libero scambio, contiene la succitata clausola, garantendo alle imprese straniere (multinazionali e transnazionali) la possibilità di citare in giudizio i governi di Stati che, nel tentativo di tutelare i propri cittadini dai prodotti o dalle attività di un’impresa, adottano misure restrittive per le attività di quest’ultima. In questo modo, si darà inizio a pratiche giudiziarie che saranno prese in esame da avvocati esperti in diritto commerciale internazionale, che potrebbero anche essere al soldo delle stesse imprese che hanno fatto causa ai governi. In diversi paesi europei e del mondo le critiche e le proteste nei confronti del trattato non si sono fatte attendere; oltre 500 mobilitazioni e flash mob hanno occupato le piazze mondiali. In Italia il 18 Aprile hanno sfilato cortei da Roma a Torino, da Milano a Napoli, per dire “STOP TTIP!”, un partenariato in cui non sono certo i cittadini a guadagnarci né in termini di qualità e igiene dei prodotti né sul piano della tutela ambientale. Chissà se il viceministro italiano per lo sviluppo economico, Carlo Calenda, ha fatto queste considerazioni, o se le ha fatte invece il nostro premier Matteo Renzi, che lo scorso 17 Aprile è stato ospite alla Casa Bianca per discutere, tra gli altri temi, anche del TTIP. Sicuramente la ripresa economica dell’Italia è in cima alla sua agenda politica, ma ci sarebbe da chiedersi a quale prezzo. Se ci si sgancia da considerazioni di tipo nazionale e si cerca di inserire il TTIP in un contesto internazionale, i pezzi del puzzle che compongono la risposta alla domanda iniziale iniziano immediatamente ad unirsi. Fin dal 2005, infatti, si cerca di concludere un trattato di partenariato fra gli USA e alcuni paesi bagnati dalle acque del Pacifico, il cosiddetto TPP (Trans-Pacific Partnership), che garantirebbe agli Stati Uniti di regolare i rapporti commerciali con i paesi asiatici partecipanti. Insomma, se i due trattati entrassero in vigore, gli […]

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Buona Scuola: ma alla fine chi gode?

Il premier Renzi in questi giorni si trova ad affrontare un’ennesima situazione di stallo: la “Buona Scuola”. Lunedì il Presidente del Consiglio ha annunciato che il Decreto Legge, riguardante l’assunzione di 150.000 precari nelle scuole, deve essere convertito in disegno di legge. Una mossa che, secondo Renzi, serve a discutere con le opposizioni questa importante riforma scolastica nominata “Buona Scuola”. Questa motivazione potrebbe sembrare più che giusta: discutere di un decreto così importante è alla base della democrazia. Ma se andiamo ad analizzare meglio la politica renziana, possiamo notare alcune rilevanti incongruenze. Ad esempio, potremmo dire che il Premier fino ad oggi non ha mai tenuto conto di una proposta di riforma scolastica portata avanti da iniziativa popolare (la Lip). Questa “proposta” ha attirato l’interesse di molti studenti e funzionari scolastici che hanno creato comitati pro Lip in tutte le città italiane. Inoltre Renzi, nonostante le mobilitazioni studentesche contro la sua “Buona Scuola”, non sembra aver ripensato minimamente a questa sua importante riforma. E ora il premier vorrebbe “discutere” con il M5S riguardo alla riforma scolastica. Anche il M5S ha una sua idea di scuola ma questa è palesemente incompatibile con quella di Renzi. I grillini affermano che non ci debbano più essere stanziamenti statali per le scuole paritarie, mentre Renzi, così come esplicita il testo della “Buona Scuola”, mette sullo stesso piano la scuola pubblica e quella privata. Insomma con queste basi è difficile non provare ad immaginare un dialogo che sia simile a quello tra Leonardo Da Vinci e Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere”. Le cause di questa improvvisa trasformazione da decreto a ddl restano ancora ignote. Sarà che Renzi voleva mettere in gioco un decreto più grande di lui? Questo è difficile da sapere, sta di fatto che il cambio di rotta ha provocato la reazione del Ministro della Pubblica Istruzione, Stefania Giannini, che ha tenuto un faccia a faccia di circa un’ora e mezzo Martedì con Renzi. Fonti affermano che la Giannini abbia ribadito in tutti i modi l’urgenza di questo decreto e abbia addirittura provato a far capire al Premier che i tempi non sarebbero stati dalla loro parte, ma il Presidente del Consiglio non ne ha voluto sapere e ha continuato per la sua strada. Il problema è che la Giannini aveva davvero ragione. Il decreto è stato convertito e Renzi ha passato subito la palla al Parlamento. Questo significa tempi lunghi e soprattutto il probabilissimo slittamento dell’assunzione di 150.000 precari. Alla notizia i sindacati sono saltati dalla sedia: “Si faccia il Decreto”, il presidente della FLC, CGIL ribadisce anche lui che i tempi saranno impossibili da rispettare e che bisogna attuare d’urgenza il decreto. Sapete allora Renzi cosa fa? Rimanda incredibilmente al 10 marzo la discussione in Parlamento del ddl. E così si prospetta un bel match, sul ring abbiamo al lato sinistro la Giannini e i sindacati, al lato destro (che lo vogliamo mettere a sinistra?) Renzi; però una domanda sorge spontanea: chi godrà durante questa lotta? La scuola pubblica? […]

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Italicum: cos’è, cosa cambia e come funziona la legge elettorale targata Renzi

Italicum, cos’è e come funziona la nuova leggere elettorale Italicum è il nome che designa la nuova legge elettorale in discussione al Parlamento. Il Capo del Governo è certo che alla prima approvazione della Camera e del Senato seguirà la seconda – Renzi scarta, difatti, qualsiasi ipotesi di bocciatura. Cuore pulsante dell’Italicum è la possibilità di garantire la governabilità del Paese attraverso un premio di maggioranza che assegnerà 340 seggi su 630 alla lista che otterrà il 40% dei voti alle elezioni. Se nessuna lista riuscisse ad ottenere una vittoria tanto schiacciante, subentrerà un ballottaggio tra le liste più votate: di nuovo alle urne gli italiani, chiamati a “decidere” chi premiare con ben 340 seggi. Per tutte le altre liste, il Senato ha deciso la soglia del 3% per avere accesso ai seggi. Ma le novità dell’Italicum non si fermano qui: in accordo alla revisione costituzionale tuttora in corso, che in virtù del bicameralismo differenziato riforma il Senato come organo non elettivo, la nuova legge elettorale è lo strumento utile per eleggere i soli componenti della Camera dei Deputati. Siccome si dibatte di elezioni in un Paese che la Carta Costituzionale definisce ancora democratico, ecco che con l’Italicum si torna a parlare di “preferenze”: ogni elettore, scelta la lista, potrà esprimere due preferenze di genere – un uomo e una donna, al fine di aggirare lo spinoso problema delle quote rosa –, ma non potrà eleggere il capolista, vale a dire l’ipotetico candidato ad essere Capo del Governo o maggiore esponente del gruppo parlamentare votato, egli è difatti imposto. La legge elettorale dà, inoltre, la possibilità ai capolista di candidarsi in dieci collegi diversi sui cento totali. Italicum, pregi e difetti I maggiori pregi dell’Italicum dovrebbero essere il reintegrare la possibilità di scelta da parte del cittadino abolita dalle liste bloccate del Porcellum, l’assenza di coalizioni e una maggioranza alla Camera in grado di governare l’Italia. In realtà, nessuno dei tre requisiti risulta soddisfatto. In primo luogo, il cittadino non elegge il proprio candidato, ma sceglie una lista con un capolista bloccato e opera una preferenza tra i nomi proposti dalla suddetta lista, vincolato a indicare un uomo e una donna e non diversamente, pena l’annullamento della preferenza. In secondo luogo, “lista” non equivale a “partito”, di conseguenza l’ipotesi di una lista che sintetizzi al suo interno esponenti di partiti diversi, previa coalizione per ottenere il 40% dei voti, non è affatto fantascientifica, soprattutto in una Nazione avvezza a patti, interessi egoistici e nessuna traccia di ideale politico. Ciò detto, risulta evidente che il 55% dei seggi alla lista vincitrice non equivale per forza di cose a una schiacciante maggioranza che consenta la governabilità del Paese. Se quel 55% è frutto di coalizioni tra partiti, è un 55% illusorio, che resta in piedi solo se in piedi restano anche gli accordi che hanno condotto alla compilazione della lista. Dopotutto, l’Italicum stesso è frutto di un patto che è già naufragato. L’entrata in vigore della legge che sostituirà l’incostituzionale Porcellum è […]

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Jobs Act: postille alla rosa dei nomi

(Jobs, plurale di job: lavoro, occupazione. Act:?) Perché una legge della Repubblica Italiana porta un nome inglese? Un nostro inviato ha condotto un’inchiesta con esiti sorprendenti. Ecco le ragioni della protorivoluzione culturale italiana (da qui in avanti PCI): Per ragioni di marketing pubblicitario. Essendo morto da poco Steve Jobs, l’ultimo illustre riferimento della new left (notare che la sopra citata PCI ha già esteso il proprio dominio al permeabile terreno lessicale di chi vi scrive, da qui in avanti PCI in fabula), il suo cognome si attestava al momento dell’estensione della legge come la parola più presente in rete. Dare questo nome ad una legge significava renderla di tendenza, oltre che porgere omaggio a questo miliardario della sinistra ipertecnologica (da qui in avanti MSI, indessicale). Per una questione di cinefilia. Pare accertato da fonti riservate che Alessandro Baricco sia il più influente ghost writer (PCI in fabula) della squadra del Presidente del Consiglio (da qui in avanti s.Pre.Co.). Egli è per sua stessa ammissione un grande appassionato di cinema. Basta fare due più due. Jobs act sembra proprio un riferimento esplicito al cinema americano di genere: Act of valor, The act of killing, The italian job, solo per citare i più famosi. Per una questione generazionale. La s.Pre.Co. voleva che la legge parlasse ad un pubblico diverso, giovane, attento alle tematiche giovanili e ad avere una vita giovane. Da qui il richiamo all’ultimo album dei One Direction: Act my Age. Per una questione filologica. La parola act è stata introdotta in politica da Enrico VIII nel 1534. Con il celebre Act of Supremacy il parlamento attribuiva al sovrano il titolo di capo della Chiesa d’Inghilterra. La s.Pre.Co. ha voluto instillare nel background (PCI in fabula) della politica italiana un sano spirito anglosassone, tanto nella lingua quanto nella filosofia politica: restituire act alla sua accezione storica originaria, di epoca Tudor: il voluttuoso gesto di affermare l’autorità di un monarca assoluto. Parrebbe dunque che la s.Pre.Co. abbia voluto indicare la direzione della riforma della Costituzione prossima ventura. Per ragioni di sponsorizzazione. La nostra inchiesta ha fatto emergere accordi inconfessabili: la ditta farmaceutica che commercializza il noto farmaco Moment avrebbe sottoscritto un contratto di sponsorizzazione con il governo italiano per l’anno legislativo 2014-2015. Unica clausola: intestare ogni legge ad una variante del proprio prodotto (Moment Act).   Post Scriptum [PCI in stand-by (PCI in fabula)]. Speriamo con quest’articolo di non aver pagato un tributo eccessivo alla fascinazione che esercita su di noi una tale dimostrazione di scienza e cultura da parte del nostro governo. Non vorremmo aggiungerci al coro di giubilo per quest’uomo brillante, che parla le lingue, e tanto scaltramente si destreggia tra le pieghe della politica e quelle del linguaggio, senza mancare un colpo, come un cacciatore implacabile: non a caso si dice che Matteo Renzi sia  arciere di destrezza straordinaria (da qui in avanti Ma.Re.A.diDe.Stra.). -Jobs Act: postille alla rosa dei nomi-

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Tappa italiana di Tsipras per il tour anti-austerity

Il neoeletto Primo Ministro greco, Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra Syriza, cerca di trovare alleati che possano appoggiarlo nella ricerca di un’alternativa all’austerity, intraprendendo di fatto un braccio di ferro con la Merkel. Dopo aver vinto le elezioni lo scorso 25 gennaio e lanciato il guanto di sfida alla politica rigorista tedesca, Tsipras sembra trovarsi in una posizione non poco agevole. Per questo motivo il premier e il ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, hanno deciso di intraprendere un tour europeo alla ricerca di alleati che condividano la loro visione anti-austerity. I due hanno fino ad ora ottenuto l’appoggio francese, arrivato dopo l’incontro fra lo stesso Varoufakis e il collega Michel Sapin, il sostegno del ministro delle finanze britannico, George Osbourne, ed addirittura quello del presidente statunitense Barack Obama, il quale ha affermato che è giusto ammorbidire le imposizioni fiscali europee e dare spazio di manovra ai paesi in difficoltà, affinchè possano raggiungere gli standard di crescita economica auspicati. La Germania, dopo aver espresso alcune riserve sul programma elettorale del premier greco, si prepara anch’essa ad accoglierlo. Cosciente ormai del suo isolamento politico, Angela Merkel si trova di fronte alla necessità di fare una scelta che possa mettere d’accordo tutti, ma ciò sembra tutt’altro che facile. In ballo c’è la Troika, da cui il leader greco si aspetta che possa ridare più respiro ai paesi dell’eurozona. Dopo l’incontro tra Matteo Renzi ed Alexis Tsipras a Palazzo Chigi, Renzi si dice convinto di appoggiare le istanze del collega greco e cavalcare l’onda del cambiamento che sta investendo l’UE, a patto che anche gli impegni vengano mantenuti e che le riforme strutturali vengano implementate. Non stupisce in effetti un tale atteggiamento, simultaneamente contenzioso ed accomodante verso l’UE. Se da un lato infatti le pretese degli organismi europei sono insostenibili per i paesi in difficoltà, dall’altro è pur vero che non rispettare le direttive dell’Europa può, almeno per ora, rivelarsi un passo troppo azzardato. La strategia, quindi, è quella di mantenere ancora due piedi in una scarpa, evitando di chiudere tutte le porte del dialogo ed escludere future possibilità di manovra. Intanto i ministri delle finanze dei due paesi, Padoan e Varoufakis, discutono della possibilità di dare più tempo alla Grecia per fa sì che rispetti i suoi impegni; lo stesso Varoufakis si dice ottimista, poiché anche solo un paio di settimane in più potranno permettere alla Grecia di creare i presupposti giusti per procurarsi il capitale necessario a ripartire economicamente. Il tour anti-austerity non finisce qui, ma l’Italia è con Tsipras. -Tappa italiana di Tsipras per il tour anti-austerity-  -Tappa italiana per il tour anti-austerity-

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Mattarella: un capolavoro politico di Renzi

Aveva promesso un nuovo presidente della Repubblica alla quarta votazione e così è stato. Non importa il cinismo con cui è venuto meno agli accordi del Nazareno e il rischio, certamente concreto alla vigilia del voto, connesso ad una eventuale azione di franchi tiratori; la mossa politica di Renzi ha nel contempo messo scompiglio negli alleati di governo e nelle forze di opposizione, ha ricompattato il fronte Dem e ha portato al Quirinale una figura di grande rilievo istituzionale. Mattarella è stato dunque un vero e proprio capolavoro politico confezionato da Matteo Renzi e dalla sua spregiudicata ed ambiziosa condotta politica, magistralmente supportata e indirizzata dal predecessore dello stesso Mattarella, Giorgio Napolitano. Eloquente è l’immagine dei due che seguono in diretta il conteggio delle schede elettorali che hanno sancito la nomina del dodicesimo presidente della Repubblica. Giudice costituzionale dal 2011 e lontano da anni dai riflettori della politica, uomo della prima repubblica ed esponente per tradizione familiare della Democrazia Cristiana, la vicenda politica di Mattarella è stata segnata dall’assassinio nel 1980 per mano di Cosa Nostra del fratello Piersanti, all’epoca presidente della regione Sicilia. La sua figura si staglia come profilo esemplare e modello positivo dell’intera stagione politica italiana che va dagli anni ’80 fino ad oggi, come un prelibato lascito scampato al disastro e al naufragio politico che segnò tutta l’esperienza e il tramonto della prima repubblica e come elemento di congiunzione tra quest’ultima e l’incipiente terza repubblica. Ad essere stato messo ai margini e ridotto alla totale impotenza è invece l’uomo che ha incarnato tutta l’azione politica della seconda repubblica, Silvio Berlusconi. Deluse tutte le aspettative di svolgere un ruolo di primo piano nell’elezione del nuovo presidente, uscito a pezzi dall’abbraccio mortale teso da Renzi e con un partito allo sbando e lacerato da aspri scontri interni, l’ex cavaliere è atteso in una battaglia che deciderà tutto il destino del futuro centrodestra italiano. Sotto una luce più opaca si colloca il ruolo giocato dai Cinque Stelle, che nella maratona per il Quirinale hanno corso una gara parallela e solitaria, che ha ottenuto scarsa risonanza e ha condotto il movimento di Grillo ad essere del tutto escluso dai giochi politici che hanno determinato l’esito di queste elezioni.             Un trionfo in solitaria, insomma, per il Pd e per Renzi, a cui però seguirà da domani la ripresa del cammino delle riforme e non sono escluse sorprese e trappole da parte degli alleati di governo e di Forza Italia, che se oggi per debolezza non può neppure fare la voce grossa e abbandonare il tavolo delle trattative con Renzi sulle riforme, non è detto che in seguito non servirà al Partito Democratico il piatto freddo della vendetta. -Mattarella: un capolavoro politico di Renzi-  

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Il conflitto di identità della sinistra italiana

Le tensioni all’interno del Pd tra renziani e minoranza dissidente, l’adesione di quest’ultima alle istanze dei sindacati in conflitto con il governo sul tema della riforma del lavoro, un diffuso imbarazzo suscitato dalle larghe intese con i partiti di centrodestra stanno facendo sprofondare la sinistra italiana in un conflitto di identità politica, acuitosi di recente proprio in virtù del dibattito sul problema del mercato del lavoro e del rapporto con i sindacati.    La sola forte opposizione al governo Renzi, infatti, sembra provenire dalla lotta intrapresa dalla CGIL e dalla FIOM contro gli annunciati provvedimenti per il rilancio dell’occupazione e la riforma dell’articolo 18, i quali hanno innescato una lunga serie di polemiche e di vivaci scambi di battute tra esponenti dei sindacati ed alcuni esponenti politici della maggioranza. Da ultimo si ricordi l’alterco tra il segretario della CGIL Susanna Camusso e l’on. Picierno, seguito, a distanza di poche ore, dal grave episodio degli scontri tra la polizia e gli operai delle acciaierie della ThyssenKrupp di Terni che manifestavano per la messa in mobilità di molti lavoratori stabilita dall’azienda tedesca. Nel solco di questa dura contrapposizione si è inserita quella di natura politica interna al Pd tra la composita minoranza che rappresenta la vecchia guardia del partito e la maggioranza renziana. Le ragioni dello scontro, tuttavia, vanno anche oltre l’adesione alle istanze sindacali e sono da ricercarsi in una ormai annosa dialettica interna al partito stesso, che fa addirittura paventare il pericolo di una scissione. L’aspetto singolare e a tratti paradossale della situazione che si è venuta a creare, e su cui sarebbe opportuno riflettere, consiste proprio nel fatto che tutte le divergenze politiche più rilevanti sembrino ormai consumarsi quasi esclusivamente all’interno del Partito Democratico, piuttosto che tra partiti di governo e partiti di opposizione. Si potrebbe anzi affermare che la maggioranza renziana si trovi più in sintonia con Forza Italia e con l’alleato di centrodestra Alfano che con le altre correnti interne al Pd. Tali divergenze hanno prodotto il conseguente asse politico tra queste forze di minoranza e i sindacati, in quella che appare come una sorta di riscoperta, indotta anche dal conflitto interno, delle origini sindacali di una parte della sinistra. In questa riscoperta c’è soprattutto la volontà di porsi come alternativa alla novità renziana, sentita estranea alla tradizionale cultura di sinistra dalla stessa minoranza che si oppone al segretario. L’ampio successo elettorale ottenuto da quest’ultimo in occasione delle elezioni europee, il diffuso e trasversale consenso di cui gode il governo in carica stanno sicuramente modificando il volto della sinistra italiana, a prezzo però di una rottura con il mondo sindacale e con un’ampia parte della base stessa del partito che quest’anno ha deciso di non rinnovare le tessere, producendo un notevole calo delle iscrizioni. La domanda che viene da porsi è quanto faccia bene alla sinistra allontanarsi dalla tradizionale rappresentanza di quelle categorie sociali che da sempre ad essa fanno riferimento e dallo storico asse politico con il mondo dei sindacati, allo scopo di ampliare il bacino dei voti e […]

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