Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Arancia Meccanica al Teatro Bellini

Il Teatro Bellini riporta in scena dal 18 al 20 marzo Arancia Meccanica, l’adattamento teatrale di Gabriele Russo dell’omonimo romanzo di Anthony Burgess, nonché del capolavoro cinematografico di Kubrick.

La messinscena di Arancia Meccanica si guadagna a pieno titolo il diritto di porsi sulla linea del libro e del film: i cultori del mondo distopico di Alex DeLarge e dei suoi Drughi non potranno non assistere alla sua trasposizione teatrale, decisamente ben riuscita e già premiata da un largo consenso del pubblico nazionale negli ultimi anni.

Arancia Meccanica: una messinscena molto “dobby”

L’impostazione cinematografica di Arancia Meccanica convince e colpisce il pubblico: la scena dello stupro recitata in slow motion è il principio di tutta la vicenda; Alex, interpretato da Daniele Russo, incarna la pochezza d’animo della sua generazione, e i suoi Drughi, interpretati da Sebastiano Gavasso e Alessio Piazza, ne sono i seguaci; i tre sono inclini a una violenza senza limiti e ad uno straniamento dalla società, testimoniato anche dall’utilizzo dello slang “Nadsat” inventato da Burgess, ripreso da Kubrick ed inserito abilmente nei dialoghi dello spettacolo.

La complessità di questa storia intramontabile e quanto mai attuale nel suo messaggio si risolve agli occhi del pubblico grazie alla estrema cura e giustapposizione di tutti gli elementi teatrali che parlano da sé, che supportano e talvolta sostituiscono la recitazione, ma senza gettarla nell’ombra: la magnifica scenografia è opera di Roberto Crea, i costumi sono curati da Chiara Aversano e le luci da Salvatore Palladino. La musica, curata da Morgan, è uno dei mezzi che maggiormente ha contribuito ad imprimere nello spettatore un effetto straniante, specialmente nell’esordio: una dignitosa rivisitazione elettronica che strizza l’occhio alla colonna sonora del film e che si lascia andare a ritmi incalzanti sottolineando il climax della rappresentazione e accompagnando la recitazione del personaggi. Il richiamo frequente all’Inno alla Gioia di Beethoven è il leitmotiv musicale che accompagna la pièce, nonché motivo ispiratore delle azioni di Alex: “la distruzione è il mio inno alla gioia“.

Una riflessione sulla libertà di scelta e l’omologazione dell’individuo

Ma l’intento del regista non è offrire semplicemente una versione teatrale di Arancia Meccanica: conscio della potenza del messaggio di Burgess, Gabriele Russo pone l’accento sul fenomeno della massificazione, veicolato dai vertici del potere, padroni dell’esibizionismo mediatico. La Ministra degli Interni, intrepretata da Paola Sambo, indossa occhiali da sole e un abito sgargiante, quasi come se fosse una diva. Oggetto dei riflettori dei mass media, nonché cavia da laboratorio, è Alex, il quale, dopo essere stato sottoposto da un gruppo di scienziati mitomani alla “cura Ludovico” per annullare ogni velleità incline alla violenza, viene presentato direttamente al pubblico del teatro nella sua nuova natura docile e mansueta, a luci accese e senza finzione teatrale, quasi come se si volesse suggellare dittatorialmente che la spersonalizzazione dell’individuo e la sua omologazione non sono più una questione opinabile

Ciò che colpisce è la sensazione di non provare soddisfazione per la buona riuscita della cura, la soluzione definitiva contro la criminalità e i comportamenti fuori dagli schemi: Alex non è più Alex, ma una automa di cui non resta altro che un corpo vuoto, privo di qualsiasi spinta passionale, le cui azioni sono mosse da meccanismi interni che somigliano a quelli di un orologio; il libero arbitrio non si adatta alla società contemporanea, e il prete, l’unico personaggio che tenta di portare avanti una riflessione sulle grottesche conseguenze dell’annullamento della libertà di scelta di un individuo è una figura che nella massa non ha voce né orecchie pronte ad dargli adito, dinnanzi alla messinscena di una messinscena che ha tutta l’aria di essere uno show “cinebrivido”.