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Eroica Fenice

Assunta Spina… e che spina, al Teatro San Ferdinando

“Assunta Spina” da Di Giacomo a Pino Carbone, al Teatro San Ferdinando

Recensione dello spettacolo “Assunta Spina” in scena al teatro San Ferdinando di Napoli il 7 febbraio 2019

Poteva sembrare l’Ariston – con la splendida scenografia di fiori rosa sul palco –  e, invece, era il San Ferdinando di Napoli che, giovedì 7 febbraio, ha ospitato, in prima nazionale, il dramma storico di Salvatore Di Giacomo: Assunta Spina.

Assunta Spina andò in scena la prima volta al Teatro Nuovo di Napoli nel 1909 e, nel nuovo allestimento del testo con la regia di Pino Carbone, rivivrà per la stagione in corso allo Stabile di Napoli-Teatro Nazionale dal 7 al 17 febbraio.

La vicenda e i suoi protagonisti

A dare voce al personaggio principale: Chiara Baffi. La giovane ma talentuosa attrice riesce ad uscire viva dal confronto con chi prima di lei indossò quelle vesti: una fra tutte la grande Anna Magnani nello sceneggiato di Eduardo De Filippo datato 1948, ma il vestito bianco ricorda anche quello indossato da Francesca Bertini nel film muto del  1915.

Un urlo, quello che con cui la pièce inizia, che è insomma antico, ma non per questo passato. Il dolore di Assunta Spina è infatti quello di una malafemmina ottocentesca e sanguigna, ma profondamente moderna: una donna che non ammette di essere schiacciata dal peso delle prevaricazioni (prima del marito, poi della giustizia) ma che finisce per essere vittima del suo stesso cuore.

La sua è la storia di una donna bella, colpevole di reagire con troppa impulsività a quello sguardo in più e, soprattutto, alla gelosia di Michele. L’uomo (interpretato da Claudio Di Palma) si vendica di tale sfrontatezza – o meglio si assicura il possesso dell’amata con virile insicurezza –  sfregiandola in volto. Ma, quando lo vede condannato a due anni in un carcere lontano da Napoli, Assunta – che non condivide la sentenza che avrebbe dovuto difenderla da quell’uomo violento –  fa di tutto per trattenerlo a sé. Quel tutto comprende anche il concedersi a un cancelliere del tribunale, Federico (interpretato da Alfonso Postiglione) che, in cambio della loro relazione, gli permette di far visita ogni settimana a Michele.

Quel che Assunta Spina probabilmente non si aspettava, però, è che il passare dei mesi la donna sola finisce per innamorarsi di colui che la considera un mero passatempo. Quando l’uomo si stanca della relazione e quando Michele esce di prigione, Assunta, folle d’ira e dolore, confessa tutto sapendo di mettere il coltello nella piaga – non ancora rimarginata – della sua gelosia.  Così Michele uccide il cancelliere, ma sarà la donna – senza fiatare –  ad accusarsi del delitto.

Il commento

L’Assunta Spina ideata da Salvatore di Giacomo all’alba del XX secolo riesce ad anticipare l’emancipazione della donna, ma ne denuncia anche tutti i limiti intrinsechi e forse solo in parte –  anche oggi  –  superati. La protagonista del dramma si concede a un altro uomo non solo per avere un favore, ma perché si crede donna libera, capace di fare le stesse cose degli uomini e di andare, senza scrupoli, contro la società. Ma ciò che non può è essere amata senza essere sfruttata. Se è con un urlo che la pièce si apre, è con il suo silenzio che lo spettacolo si conclude. Nella parte finale della riuscita messa in scena acquista, dunque, ancora più peso tutto ciò che è para-verbale: le scene di Luigi Ferrigno, i costumi di Annamaria Morelli, le luci di Cesare Accetta, le musiche di Marco Messina e Sacha Ricci.  Ma soprattutto gli sguardi accusatori della folla di maschere (i personaggi secondari mossi da Alessandra Borgia, Anna Carla Broegg, Valentina Curatoli, Renato De Simone, Francesca Muoio e  Rita Russo)  che  – come l’amante e l’amato, l’assassino e l’assassinato  – restano silenti.

 

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