Il 12 dicembre 2025, il Teatro Eduardo De Filippo di Roma ha ospitato “Inventario per un corpo eretico”, spettacolo del collettivo Noctua con regia e drammaturgia di Martina Badiluzzi e musiche originali eseguite dal vivo da Roberta Russo (Kyoto). Un lavoro che affronta i temi del corpo femminile, del giudizio e della costruzione degli stereotipi, scegliendo la metafora del rito e del metateatro anziché il racconto tradizionale.
In scena cinque giovani donne che attraversano una notte che è insieme spazio intimo. Un mix tra un angolo di condivisione a mo’ di pigiama party che si trasforma in una sorta di sabba contemporaneo per proseguire in un’inquisizione alle streghe. Si parte dal corpo, attraverso il quale (ferite, soglie, passaggi, memorie) lo spettacolo tenta di disarticolare un linguaggio giudicante che da secoli definisce, controlla e processa il femminile: stereotipi, ritualità e pratiche sociali consolidate divenute strambamente normalità. Inventario per un corpo eretico non procede per una trama lineare, ma per accumulo di parole, immagini, invocazioni. Trasforma la scena in una rottura della quarta parete e di riflessioni finali.
Inventario per un corpo eretico: uno spettacolo sui riti di passaggio
Sul palco un cast corale di cinque donne accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso alcuni riti di passaggio femminili e gli stereotipi che li circondano. La rottura dell’imene, le prime mestruazioni, la curiosità e insieme il disgusto per il ciclo mestruale, la paura di sentirsi “sporche” per sé e per gli altri: il corpo diventa il primo luogo in cui si sedimentano giudizi, aspettative e vergogne apprese. A questi elementi si affiancano riflessioni più quotidiane, come la differenza tra uomini e donne nel camminare da soli di notte o il diverso sguardo riservato alla nudità femminile rispetto a quella maschile.
Da questo materiale nasce uno spettacolo che alterna ironia, racconto e momenti riflessivi. Progressivamente, la scena si trasforma in un processo alle streghe, in cui vengono messi sotto accusa le origini, le scelte e le identità che escono fuori dagli schemi e che faticano a essere comprese o accettate.
In questo senso, Inventario per un corpo eretico si configura come una critica al maschilismo e ai dispositivi che storicamente hanno controllato il corpo femminile, ma anche come una messa in discussione di alcune forme di femminismo ridotte a slogan o posture prevedibili, che rischiano di semplificare esperienze molto più contraddittorie e complesse.
Cinque (sei) presenze in scena: un coro che unisce e appiana
Le cinque interpreti (Sei come si vedrà quando si parlerà della musicista), agiscono come un coro compatto che si muove e parla spesso all’unisono, privilegiando l’impatto collettivo rispetto alla caratterizzazione dei singoli personaggi.
Viviana Barboni, Camilla Benzi, Alice Casales, Tiziana Di Tella e Caterina Petrarulo condividono la scena senza mai cercare una centralità individuale dichiarata. La drammaturgia e la regia firmate da Martina Badiluzzi, le tengono volutamente sullo stesso piano, chiedendo loro di funzionare più come organismo che come somma di singole interpretazioni. È una scelta coerente con l’impianto dello spettacolo, che affida al gruppo la costruzione del senso e della tensione.
Questo piano si spezza nella seconda parte dello spettacolo, quando le protagoniste assumono ruoli più netti e riconoscibili: strega inquisita, giudici e gendarmi. Il coro si frammenta e si creano nuovi ruoli di coppia, ma non si dissolve del tutto.

Inventario per un corpo eretico: la musica come corpo aggiunto
Le musiche originali di Roberta Russo, in arte Kyoto, non si limitano ad accompagnare lo spettacolo, ma ne diventano un vero e proprio corpo aggiunto. In scena, Kyoto attraversa una pluralità di strumenti e linguaggi sonori: percussioni di vario tipo, parti vocali, uso della console, beatbox. Un lavoro da “one girl band” completamente dal vivo con poche basi campionate, che sostiene lo spettacolo dentro e fuori la trama principale.
Colpisce soprattutto il modo in cui la musica si infila tra le attrici, senza restare confinata in un ruolo esterno. Kyoto è presente sia come figura sullo sfondo, quasi osservatrice e commentatrice sonora, sia come parte integrante dell’azione scenica, entrando fisicamente nello spazio della recitazione, suonando, cantando e interpretando lo spettacolo assieme al coro. Questa oscillazione continua rompe di fatto la quarta parete, rendendo il suono un elemento attivo del rito, non un semplice supporto emotivo.
Nei momenti di climax, musica e parola si fondono fino a diventare indistinguibili: il ritmo detta il respiro del coro, la voce cantata si mescola al testo recitato, la percussione diventa battito, tensione, presenza fisica. È in questi passaggi che Inventario per un corpo eretico trova una delle sue componenti più efficaci, affidando alla musica il compito di tenere insieme scena, corpo e linguaggio.
Cosa resta dopo il rito
L’opera lascia allo spettatore più domande che risposte, e non è un limite, ma una scelta vincente coerente con la sua natura. Non offre soluzioni, non costruisce un manifesto da portare a casa, ma espone una serie di fratture: nel linguaggio, nel corpo, nei ruoli che si continuano ad abitare spesso senza interrogarli. Quello che resta è una sensazione di accumulo, di saturazione, come se il rito avesse caricato la scena e la platea di parole, immagini e tensioni difficili da sciogliere immediatamente. Uno spettacolo da cui si esce pensierosi e arricchiti, con uno sguardo più attento su stereotipi e consuetudini sociali. Ed è forse proprio in questa inquietudine produttiva che risiede la sua forza più autentica.




