Il Teatro Eduardo di Arzano ha ospitato il 21 e 22 marzo il debutto di “Dove tutto è iniziato”, scritto e diretto da Lucia Barra e prodotto dalla compagnia “Gli In-Stabili”. Si tratta di una profonda riflessione sul tempo che passa e su come la tecnologia abbia riscritto irreversibilmente le regole del nostro stare insieme.
La struttura (che prende il nome dal grande drammaturgo e attore napoletano De Filippo) è uno dei principali spazi culturali dell’area metropolitana di Napoli, nato con l’obiettivo di promuovere la cultura teatrale e valorizzare le arti performative emergenti sul territorio.
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Il viaggio nel tempo: dal Super Santos agli schermi
L’apertura è estremamente suggestiva: un cortometraggio ci riporta su una spiaggia del 1998. Vediamo i protagonisti (ancora ragazzi) trascorrere l’estate insieme, tra tiri al Super Santos e l’eterna attesa di tre ore dopo la frittata di maccheroni prima di potersi tuffare nuovamente in mare. Quando il pannello scenografico si alza, la scena ci scaraventa brutalmente 25 anni dopo, mostrandoci i segni che la modernità ha lasciato su quegli adolescenti, oggi diventati adulti.
Dove tutto è iniziato: un’analisi della socialità moderna
La regia di Lucia Barra costruisce un vero e proprio studio sociologico dei rapporti contemporanei. Il punto di partenza è lo scontro generazionale tra la lentezza analogica di un tempo e la frenesia digitale di oggi: un contrasto che mette in crisi il legame tra tradizione e innovazione, dove spesso la tecnologia finisce per isolarci proprio quando pensiamo di essere più connessi al mondo.
Questa analisi diventa ancora più lucida quando si smascherano gli effetti negativi dei social network, la cui logica dell’esposizione continua finisce per schiavizzarci. Se in passato l’importante era “esserci” fisicamente per i propri amici, oggi sembra che l’unico modo per sentirsi vivi sia collezionare “like”; una ricerca spasmodica di approvazione virtuale che finisce inesorabilmente per svuotare di senso la nostra quotidianità reale.
Proprio in questo vuoto emotivo diventa indispensabile la disperata ricerca dell’autenticità perduta: attraverso i legami che crollano e le crisi esistenziali dei protagonisti, lo spettacolo ci pone di fronte alla dura realtà di quanto sia difficile vivere senza filtri in una società che ne è ossessionata. È un disagio strisciante che si riflette anche nella sfera genitoriale: diventa sempre più difficile rapportarsi ai bambini, i quali finiscono spesso per diventare il triste specchio delle distrazioni tecnologiche degli adulti e di un’attenzione che non riusciamo più a concedere.
Il messaggio: l’urgenza dell’ascolto
Il vero schiaffo emotivo dell’opera arriva con il personaggio di Gerry. In un mondo dove siamo tutti iperconnessi ma costantemente distratti, si ritrova costretto a scrivere una lettera vecchio stile per annunciare la sua malattia ai vecchi amici, perché a voce non riusciva a farsi ascoltare da nessuno. Da qui nasce il messaggio più forte dello spettacolo: non dobbiamo essere sordi. Dobbiamo ricominciare a guardarci negli occhi e a prestarci reale attenzione, prima che sia troppo tardi.
Questo bisogno viscerale di ascolto esplode definitivamente con l’irruzione in scena di alcuni giovani attori. È come se il grido silenzioso di Gerry trovasse magicamente voce in loro: un richiamo per tutti noi a fermarci, a mettere da parte gli smartphone e a recuperare quella socialità vera che stiamo progressivamente perdendo.

Dove tutto è iniziato al Teatro Eduardo: la forza del cast
Con Maria Cuccurullo, Lucia Barra, Caterina Meles, Antonio Favarolo, Antonio Esposito, Federica Volpe, Giuseppe Di Mauro e Laura Calemme, i talentuosi interpreti in scena danno vita a una narrazione corale dove si alternano perfettamente momenti di spiccata comicità a passaggi decisamente più riflessivi e amari.
Contribuiscono in modo determinante alla costruzione scenica le musiche originali dei Tape88, le curate coreografie della Ballet Academy di Agnese Spiezia e la partecipazione corale degli allievi del Teatro Eduardo.
Fonte immagine in evidenza: Fabiana Esposito
Fonte immagine nel testo: Sabrina Lauro

