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I Persiani di Ollé chiudono la nona edizione del Pompei Theatrum Mundi

Un ampio tavolo con un grande schermo al centro per riproporre narrazioni antiche della drammaturgia classica in chiave moderna: così serate estive in un luogo di storia millenaria come il Teatro Grande di Pompei diventano un’occasione di pura catarsi.

Cala il sipario sulla nona edizione del Pompeii Theatrum Mundi, un progetto del Teatro Stabile di Napoli in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. A chiudere la rassegna di rappresentazioni teatrali, iniziata con le Baccanti di Terzopoulos, è la tragedia greca “I Persiani” di Eschilo, riproposta dal regista spagnolo Àlex Ollé a Pompei nei giorni 10-11-12 luglio dopo il debutto a giugno nel Teatro greco di Siracusa.

Dettaglio Spettacolo Informazioni
Opera I Persiani (tragedia greca)
Autore Originale Eschilo (traduzione di Walter Lapini)
Regia Àlex Ollé
Location Pompeii Theatrum Mundi / Teatro greco di Siracusa
Cast Principale Anna Bonaiuto, Giuseppe Sartori, Alessio Boni, Massimo Nicolini

I Persiani di Ollé: un moderno G7

La scena iniziale della messa in scena è quella di un consiglio di guerra con generali vestiti di verde, d’azzurro o di nero (i costumi sono di Lluc Castells) e assistenti che vanno avanti e indietro portando bottigliette d’acqua e cartelline per gli appunti, come in un moderno G7. A turno i dignitari di corte prendono la parola: siamo a Susa, capitale della Persia, che, a pensarci bene, corrisponde all’odierno Iran. I legami tra i conflitti di ieri e di oggi sono continui, in tutta la rappresentazione e soprattutto nei monologhi che integrano il testo originale, per il quale è stata scelta la traduzione del grecista Walter Lapini.

La battaglia al centro dell’opera è quella di Salamina, alla quale partecipò lo stesso Eschilo e che vide perire suo fratello. Era il 480 a.C. e le poleis greche, dopo l’incendio di Atene e la disfatta spartana alle Termopili, riescono a vendicarsi degli invasori guidati dal re Serse. Quest’ultimo, spinto dalla tracotanza, aveva costruito un ponte di barche per attraversare l’Ellesponto (l’attuale stretto dei Dardanelli) e portare l’esercito persiano in Europa, infrangendo la legge del mare. Una flotta enorme, con navi grosse e pesanti, che viene attirata dagli ellenici in una conca nei pressi di Salamina, e lì falcidiata. La notizia di ciò arriva nel bel mezzo del consiglio da un gruppo di superstiti, sotto gli occhi attoniti di Atossa, madre di Serse, interpretata da Anna Bonaiuto, attrice friulana che calca palcoscenici e set cinematografici da oltre cinquant’anni, nel corso dei quali ha lavorato con Sorrentino, Martone, Ozpetek e tanti altri.

L’emozionante resoconto dei superstiti

Il racconto di quanto successo a migliaia di chilometri di distanza è offerto da un messaggero, un soldato sopravvissuto che prende il centro della scena: un monologo ricco di dettagli e coinvolgente in ogni suo punto. Un personaggio centrale, affidato all’attore Giovanni Sartori (nella locandina Giuseppe Sartori, ndr), che restituisce in maniera magistrale la concitazione del momento, mostrando alla fine una profonda ferita di guerra, per la quale viene portato via. Altra scena emozionante è il dialogo tra Atossa e lo spettro del defunto marito, il re Dario (Alessio Boni): la preoccupazione per la sorte del figlio, che ha osato sfidare con le sue astuzie Poseidone, è grande. Serse (Massimo Nicolini) ha assistito alla battaglia da un’altura vicina: i superstiti raccontano che si è lacerato i vestiti e – contrariamente al rigido schema della virilità classica – ha pianto.

L’onta è grande e investe i vinti, di cui Eschilo racconta il punto di vista, una novità dopo tante narrazioni offerte soltanto dalla prospettiva dei trionfatori. Una volontà ripresa da Ollé che vuole portare in scena i vinti di ogni epoca, intento che appare chiaro dagli intermezzi a cui si accennava inizialmente. “Fermi! Scusate! Posso dire una cosa? È possibile avere un microfono?”: l’attrice Virginia Giannone, nelle vesti di una cassiera dei giorni nostri, scende dagli spalti, comparendo fra gli spettatori e, giunta sulla scena, accusa la sua terra di avergli portato via il suo sposo, morto in guerra. “Per lui, i nemici erano solo persone”, afferma con rammarico, vedendo il suo futuro distrutto.

Una guerra in cui perdono tutti

Attualissimo anche il monologo di Gabriele Antonio Esposito, nei panni di un ex caporale di cavalleria del Secondo Reggimento Motorizzato: “Nessuno ritorna dalla guerra. Non solo chi muore” è il messaggio che lascia, illuminato dalle luci di scena al margine estremo degli spalti. Chi sopravvive, spiega parlando in dialetto siciliano, perde comunque la sanità mentale. Perdita dei propri cari, disturbo da stress post-traumatico, problemi trasversali a tutta la storia dell’uomo su cui il regista pone l’accento con un sonoro NO alla guerra, come quello dei manifestanti che intervengono nel mezzo della riunione dei generali, di cui si raccontava all’inizio. Vince la “detestabile Atene”, perde l’impero persiano, ma soprattutto perde l’umanità intera, nell’ennesima dimostrazione che il sangue genera solamente dolore.

Un’ora e tre quarti di immersione di viaggi fra epoche restituiscono il pathos originario dell’epoca e attirano un pubblico eterogeneo. I Persiani di Ollé mostrano da un lato l’empatia per chi perde, dall’altro evidenziano la solidità della democrazia che si contrappone alla dittatura. “Non hanno un padrone, non sono schiavi di nessuno, è ciò che si dice di loro” recita il coro descrivendo la popolazione greca. “Ma senza un padrone chi può costringerli ad affrontare a pié fermo il nemico che attacca?” replica Atossa. La forza del popolo da un lato, il potere dispotico dei governanti dall’altro, un altro tema di enorme attualità. E la tavolata finale a cui siedono Serse e sua madre è il simbolo di un potere che va oltre la disfatta, incurante della sofferenza della propria gente.

Crediti

  • I Persiani di Eschilo
  • regia: Àlex Ollé
  • traduzione: Walter Lapini
  • con: Anna Bonaiuto (Atossa), Giuseppe Sartori (Messaggero), Alessio Boni (Spettro di Dario), Massimo Nicolini (Serse), Marco Maria Casazza (Capo coro)
  • coro: Francesco Biscione, Fabrizio Bordignon, Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Antonello Cossia, Michele Cipriani, Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni, Stefano Quatrosi, Roberto Trifirò, Elena Polic Greco, Simonetta Cartia
  • scena: Alfons Flores, assistente Sarah Bernardy
  • costumi: Lluc Castells, assistente Aleix Garcia Valle
  • musiche: Josep Sanou
  • disegno luci: Marco Filibeck
  • video: Joan Rodon
  • assistente alla regia: Simo Ramon Vines
  • produzione: INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico
  • fonte immagini: ufficio stampa

di Emanuele La Veglia

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