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Eroica Fenice

Andrea Cioffi

Andrea Cioffi, intervista all’attore de “La buona uscita”

“Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (William Shakespeare)
Il narratore sincero è colui che scompare tra le righe delle storie più belle, si eclissa lasciando che le vicende si sviluppino nella loro naturale dirompenza. Tace per far posto alla sostanza che genererà emozioni. Lo stesso farò io in questa piccola intervista ad Andrea Cioffi, giovane attore napoletano di sangue e di virtù ma che attualmente vive a Genova per scolpire con sudore la sua vita e darne le sembianze della sua incredibile passione, del suo talento, del suo “tutto”. Essere attori è, nell’immaginario collettivo, sinonimo di fama, auto sportive e belle donzelle. Tutti dimenticano il lavoro, le ore di studio e di pratica che ci vogliono, anche solo per avanzare la pretesa (che non dovrebbe essere mai diritto ma sempre privilegio) di salire su un palco. Essere attori e potersi definire tali è tutt’altro come ci mostrerà Andrea Cioffi con la sagacia e l’onesta intellettuale che sicuramente lo porteranno lontano.

Intervista ad Andrea Cioffi

La domanda più difficile: chi sei?
La mia domanda preferita. Anche la scorsa volta, tre anni fa, non avevo idea di cosa risponderti. Rileggendo quella risposta, oltretutto, ho dedotto che dovessi rispondere daccapo ad ognuna delle domande! Chi sono mai? (semi-cit) E intanto sono bloccato, in pigiama, a mezzogiorno, sul mio letto, davanti ad un computer (uno diverso dall’altra volta, quello si è rotto dopo che una mensola, su cui raccoglievo la mia collezione di bottiglie di birra, gli è franata sopra. Di notte. Crash! Schegge ovunque. Ora ho un poster, sopra il letto, con le medesime bottiglie di birra, che qualora decidesse di staccarsi dal muro, per lo meno, mi planerebbe delicatamente addosso; senza destare il mio sogno e facendo un confortevole “poc” toccando il pavimento.) Sono fermo da svariati minuti senza sapere proprio cosa scrivere. Quasi come se fosse più difficile, man mano che passa il tempo. Probabilmente smetti di chiedertelo. No, forse capisci che è veramente assurdo riuscire ad autodefinirsi. Sì, deve essere questo. Alla fine si è talmente tanto in continuo mutamento che mettersi un’etichetta, un “titolo” diventa inevitabilmente una sofferenza! A meno che uno non voglia fare il quadro. Ma io il quadro non lo voglio fare.
Dai, provo a rispondere: sono Andrea Cioffi, ho 26 anni, sono napoletano e sono un attore.
Sono sempre in difficoltà quando pronuncio queste parole, te lo giuro. Non so perché. Ho sempre paura che dicendo “Sono un attore” io non renda giustizia a quello che questa affermazione significa per me. Gli attori, si sa, sono vanagloriosi, egocentrici, estetici e tutte quelle cose brutte che immediatamente attribuiamo loro. Ed è vero. Ma oltre tutti questi difetti da cui non provo neppure a discolparmi, molto spesso c’è un mondo. Non ho deciso di fare l’attore “Così divento famoso!”. Famoso non lo sono, dubito che lo sarò mai, e francamente manco mi interessa. Ho deciso di fare l’attore che manco sapevo cosa significasse, realmente. Volevo essere tutto, vivere mille situazioni, provare emozioni altrimenti impossibili. Insomma, io volevo fare l’attore per fuggire da me, più che per affermarmi! E questo mi ha dato modo di apprezzare il teatro con amore doppio!
Madonna, quanto sto scrivendo. Provo a sintetizzare.
Esiste il teatro. Il teatro ha la peculiarità di essere un’opera d’arte al presente. Che vuol dire? Che si apre il sipario, gli attori appaiono, sotto forma di svariati personaggi, gli accadono delle cose, dicono delle parole e quando il sipario si chiude, nulla. Non c’è nulla. Non resta una tela, non resta un cd, non resta niente. L’opera d’arte è esistita per il tempo per cui gli attori hanno agito, appunto. E questa magia qua, questo rito, è sull’uscio del mio mondo, quel mondo cui “Sono un attore” non rende giustizia. Poi so’ fanatico proprio, eh. Ma non fanatico sano. Malato.

Andrea Cioffi, ci sono attori da cui prendi ispirazione?

Ahimè sì. Dico ahimè perché ho capito che l’emulazione è un male. Non in generale, eh. Alla fine l’imitazione è comunque una forma di apprendimento, certo, ma in questo momento storico l’emulazione non aiuta. Soprattutto nel caso della recitazione. Uno rischia di concentrarsi sulla forma, invece che sulla sostanza. E questo è un brutto demone. Anche perché è difficilissimo distinguere l’una dall’altra, nell’arte della recitazione.
Ti faccio un esempio.
Prendiamo gli attori inglesi, che io idolatro.
Se un attore italiano prende e fa le stesse identiche cose di un attore inglese, ecco che risulta poco credibile, a mio parere. Ci si trova troppo, troppo, troppo spesso di fronte ad attori che imitano un modo di fare estero, con una voce che sembra provenire da un doppiatore.
Piuttosto dovremmo imitare gli attori inglesi nel loro approccio al lavoro: la chiarezza dei pensieri, la decisione delle parole, l’adesione alla situazione, invece che emulare l’alzata del sopracciglio o il tono soffiato.
Mi spiego ancora meglio.
Se un attore deve dire una battuta, deve porsi questi problemi, a mio parere: “A chi la dico? Perché la dico? Che urgenza ho nel dirla? Come mi aspetto che reagisca la persona a cui la dico?”. E invece mi chiedo “Come la dico?” e quindi mi rispondo con un’imitazione, o un tono, sto tradendo la bellezza di quest’arte!
Sì. Non riesco mai a capire se mi sono spiegato, mannaggia la miseria.
Non ho manco risposto.
Comunque sì. Ci sono attori da cui prendo ispirazione. Però provo a non imitarli, quanto piuttosto a studiarne l’approccio al lavoro. Poi magari non serve a niente, ma tant’è.

Perché Genova?

Perché studiare è la più grande manifestazione di coraggio, oggi.
Siamo nell’epoca dei “Talent Show”, dove la parola Talento ha assunto connotazioni grottesche.
E’ pensiero comune che il talento sia quella cosa che ti permette di eccellere in un campo senza sforzo. Come un dono di natura.
C’è del vero in questo, ma anche tanta cacca.
Il talento era una moneta. Avere un talento, significa avere una ricchezza, effettivamente, un dono dalla natura. Ora, questo talento, che cosa lo usiamo a fare? Possiamo conservarlo, possiamo spenderlo o possiamo investirlo. A conservarlo, è un peccato! A spenderlo subito si rischia di rimanere subito in povertà, allora ho scelto di investirlo. Ho scelto di frequentare quella che è comunemente considerata una delle migliori scuole di recitazione d’Italia e l’ho fatto con grande gioia e piacere. Poi ho avuto la fortuna di conoscere Giorgio Gallione (Teatro dell’Archivolto di Genova) a cui ho fatto da assistente per alcuni spettacoli. E lui è veramente favoloso! Mi ha dato modo di imparare moltissime cose che non sarei riuscito ad apprendere restando sul palco. E sarò retorico, sarò scemo, sarò palloso, ma non c’è niente di più bello che imparare tutto ciò che è possibile, su quello che ami! (Tipo Faust, preferibilmente senza dannazione eterna, così, a scanso di equivoci)
C’è sempre meno voglia di studiare, Marce’. E’ drammatico!
Mo’ sembra che mi voglio sparare la posa, ma davvero, spostiamo l’attenzione dal mio studio e parliamo dello studio in generale.
Non c’è voglia di studiare. L’atteggiamento dei nostri coetanei, in questo senso, è disarmante. Si ha la costante presunzione di conoscere già le cose. Si approccia agli altri, alla novità, con pregiudizio, invece che con curiosità. Come se una ricerca su Wikipedia potesse competere con anni di scoperte sul campo, con l’azione. E allora eccoci proiettati in una società dove è importante metterla a quel servizio agli altri, non fare la figura degli ingenui, rivelarsi sempre e comunque disfattisti e scettici nei confronti del nuovo, ma assolutamente nostalgici e retorici, quando si tratta del vecchio. Siamo in pieno nichilismo. Brr.
E a me sta cosa non piace.

Tu fai parte della compagnia di Luca De Filippo. Come è stato lavorare con lui?
Eh.
Io ho conosciuto Luca De Filippo l’anno scorso, in questi giorni, proprio. E non ho mai visto una cosa del genere in vita mia. Un attore favoloso, capace di confonderti col suo recitare. Non ero in grado di capire quando fingesse e quando, invece, no. Era straordinario. E’ veramente difficile dire qualcosa che non sia stato detto. Quello che mi viene da suggerire, che oltretutto si lega con delle cose di cui abbiamo già parlato, è che ho percepito di persona, per la prima volta, l’essenza di una recitazione moderna. Quando si parla di Teatro di Tradizione, come quello di cui ci occupiamo, si pensa a qualcosa di Obsoleto, di Trapassato. Ecco, è una cazzata! La tradizione è radice! E’ sostanza! E’ concretezza! In fondo quando Benedict Cumberbatch decide di portare l’Amleto a teatro, nessuno osa neppure lontanamente a etichettarlo come “desueto”. Luca era un attore moderno. Capace di giocare ed emozionare insieme, come solo un grandissimo attore può fare.

Andrea Cioffi, parlaci de “La buona uscita”

La buona uscita, di Enrico Iannaccone, è un film a cui tengo molto, per tantissimi motivi.
In primo luogo, il regista è un mio amico fraterno. Ci conosciamo da quasi vent’anni e già vent’anni fa ci promettevamo di fare film assieme.
In secondo luogo il film è un film diverso dal panorama Italiano. E’ una commedia dai toni grotteschi e oscuri. Può risultare fastidioso, proprio fisicamente. E’ un film che decide di raccontare un mondo mostruoso, senza però, schierarsi da nessuna parte. Racconta il cinismo di una borghesia spietata, senza però apporre accezioni morali alla cosa; racconta la vecchiaia di una donna, senza edulcorarla di romanticismo; racconta, insomma, un mondo di pupazzi, marionette sociali, senza provare ad avere una svolta consolatoria, che spesso caratterizza il cinema di riferimento. Il risultato è un film che divide: o lo si ama o lo si odia. E in questo senso è, a mio parere, un’opera ben riuscita, che non può lasciare indifferente. E in questo periodo è oro purissimo.

Sogni nel cassetto di Andrea Cioffi

Cerco di tenere il cassetto libero per la biancheria. I sogni vorrei affrontarli di volta in volta con massima energia ed entusiasmo! A tenere i sogni nel cassetto si rischia di affezionarcisi, in quanto sogni e a non tirarli più fuori! Io per ora preferisco lasciarli uscire e seguire immediatamente quelli che posso. Molto concretamente io spero di poter fare il lavoro più bello del mondo finché morte non sopraggiunga. Tutto il resto è un regalo che se il mondo vuole farmi, bene. Se non, fanculo il mondo.

Grazie Andrea Cioffi!

Marcello Affuso

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