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Eroica Fenice

La Capinera di Rosy Bonfiglio al TRAM

La Capinera di Rosy Bonfiglio al TRAM

La Capinera di Rosy Bonfiglio è al TRAM per la terza serata del TrentaTram Festival.

Buio. Una figura femminile avanza sul palcoscenico, offrendosi al pubblico come in una cerimonia iniziatica. Il suo corpo è vestito di fogli di carta, intrisi di parole smorzate e di inchiostro nero come il volo sinistro degli uccelli, predetto da qualche oracolo tra i monti della Grecia.

La figura femminile mastica e contiene il vuoto delle sue stesse viscere, è una baccante che flette il suo corpo come un ramo sconquassato dai venti, è l’Arianna che si dimena sulla spiaggia di Nasso, tra la battigia e le conchiglie, è l’Edipo, femminile e virile al tempo stesso, che accarezza la sua colpa come una bestia da addomesticare.

È la lupa di Verga, dall’ombelico fremente, è l’alito dei monti boschivi della Grecia ed è la salsedine cocente della Sicilia, è l’androgino che non ha sessualità ma che contiene tutte le sensualità possibili. È la Capinera, delicatissimo uccello che si abbevera di carta e inchiostro, la Capinera che ha esalato l’ultimo respiro non per fame o per sete, ma per qualcosa di ignoto e più grande del suo corpicino.

Rosy Bonfiglio è la Capinera, al TRAM il 12 maggio

Rosy Bonfiglio porta in scena al TRAM, il 12 maggio, la sua Capinera di aria e di inchiostro.

Figlia della Sicilia, donna di carne, di battito e di polvere, conterranea di Verga, Pirandello e Rosa Balistreri, dopo aver studiato all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica di Silvio D’Amico e aver maturato esperienze con Luca Ronconi e Gabriele Lavia, decide di approdare alla sua prima esperienza autoriale. Sceglie di partire dalla fisicità e dalla carnosità della terra e del linguaggio di Verga, da una delle sue opere forse più sofferte e imbevute di Sicilia, grecità e femminilità: Storia di una Capinera. Sceglie di farsi Capinera, di prestare il suo corpo al piumaggio e alle ali di un uccello rinchiuso tra le sbarre di una gabbietta, e di condurre il pubblico in una catàbasi, in una discesa verso l’Ade della follia più autentica.

Rosy Bonfiglio, come un Enea nell’Oltretomba, prende per mano il pubblico e sussurra con voce docile ed iniziatica, il famoso incipit dell’opera verghiana, narrando della piccola capinera trovata stecchita nella sua gabbietta: è l’inizio della storia di Maria, diciannovenne orfana di madre, rinchiusa in un convento a Catania dall’età di sette anni e destinata a diventare monaca di clausura. Per via di un’epidemia di colera, Maria ha la possibilità di trascorrere un periodo a Monte Ilice, presso la casa di suo padre, assieme a quella donna che ha difficoltà a chiamare “madre” (la seconda moglie di suo padre) e ai suoi fratellastri Giuditta e Gigi. Proprio a Monte Ilice, comincia un lungo scambio epistolare con Marianna, confidente, amica ed educanda come lei, e Rosy Bonfiglio sceglie di vestire la sua Capinera di quelle stesse lettere del romanzo epistolare di Verga, senza stravolgerle ma facendo soltanto un lavoro di fino, da abile cesellatrice capace di restituire il succo più delizioso e aspro di quelle parole.

Ogni passaggio ad uno stato d’animo diverso della Capinera, è scandito dalla data delle epistole, e dal gesto convulso della Bonfiglio che si strappa la carta di dosso come se fossero piume  candide e che fissa il pubblico con sguardo lucido e visionario, da baccante che indugia nella stasi e che si prepara a dare linfa alla sua narrazione. Il corpo della Bonfiglio si fa tela bianca per ospitare le metamorfosi emotive velocissime di Maria, che benedice il colera e si riscopre creatura silvestre tra i prati, le vigne, le corse sfrenate nella natura, così odorose di libertà rispetto alla vita stantia e claustrofobica del convento, perimetro protetto da una cortina di ferro che punge a sangue il cuore del piccolo uccello. Poco vicino alla casa di Maria, abitano degli amici di famiglia, i Valentini; Maria conosce Antonio, detto Nino, il figlio maggiore, e qualcosa nel suo cuoricino di pennuto comincia a franare: Rosy Bonfiglio, con arte quasi da ventriloquo, si fa medium diretto delle altalene emotive di Maria, che passa dallo sbigottimento per se stessa dopo aver ballato con Antonio fino allo scandalo delle proprie viscere, che arriva a martoriarla fino al midollo, nel momento in cui prende per mano il ragazzo e scambia con lui frasi sussurrate a bassa voce e anche una rosa.

Maria racconta tutto a Marianna, che è come una cassetta delle lettere che raccoglie il sale delle sue lacrime, i suoi deliri da baccante e il suo strazio nel non riconoscersi più nello specchio nel quale si era riflessa fin da bambina, lo stesso specchio che imbratta di sangue il suo piumaggio con i suoi cocci taglienti. Marianna, la destinataria,  non ha voce, è una cassa di risonanza della voce di Maria, che prende corpo, si fa possente, malinconica, folle, matta, lacrimosa, scalmanata e ansimante, nel momento in cui scopre di amare una creatura mortale più di quel Dio che avrebbe dovuto adorare sopra ogni cosa. A nulla vale macerare il proprio corpo con digiuni e sofferenze, a nulla vale pregare ai piedi del crocefisso e sperare di cacciare via quei morsi che la stavano rosicchiando dal di dentro: Maria scopre un nuovo, distruttivo e scandaloso sentimento, l’amore, è innamorata di Nino e non può fare nulla per arginare il fiume in piena che sta straripando dalla sua gabbia, piegandone le sbarre.

La Bonfiglio col suo corpo, la sua voce e la sua plasticità, dà vita ad un’interpretazione magistrale, scandendo i rintocchi funerei del Requiem di Maria: Nino sposerà Giuditta, la sua sorellastra, e l’universo della piccola capinera esplode in un urlo soffocato, in uno stridore di organi vitali, che la Bonfiglio regala al pubblico del TRAM senza risparmiarsi e senza essere avara, senza fare sconto nemmeno di un centimetro di sé. La furia della baccante, dell’Arianna sulla spiaggia di Nasso e della lupa verghiana, viene sublimata nel piccolo corpo dell’uccellino ferito a morte, il cui petto sanguina per la colpa edipica e per la mancanza di ossigeno. La Capinera della Bonfiglio non è la semplice rappresentazione di una monacazione forzata, è un personaggio parlante, veritiero e onesto perché è androgino, non ha sesso e rappresenta lo strazio e il clangore di viscere di chiunque abbia una mancanza di ossigeno, una difficoltà a respirare nella cortina di ferro della propria vita: è una Euridice negli Inferi, ma è anche Orfeo che si volta, è Edipo che contempla la sua colpa con gli occhi sbarrati nel corso dei secoli.

La Capinera stramazza al suolo. Non le sono servite a nulla le miche di pane. E nemmeno l’acqua.

La Capinera muore nella sua gabbia, con la rosa di Nino nel becco. La Bonfiglio, donna di Sicilia, di Grecia e di salsedine, si spegne tra i sussulti sul palco, pigolando i versi di Cu ti lu dissi di Rosa Balistreri, portando tra le mani la gabbia di quell’uccellino morto col cuore pieno di spine. Il Golgota della Capinera è concluso, è crocifissa col filo spinato della sua stessa colpa e del suo stesso desiderio, e Rosy Bonfiglio, catartica tela, può svuotarsi dei colori espressionistici di Maria per farsi conchiglia vuota e bianca.

Lo spettacolo finisce. Il pubblico applaude, nell’aria aleggia un senso di profezia che si è appena conclusa per bocca di qualche oracolo, e le mani degli spettatori applaudono all’unisono. Negli animi c’è un senso di Oltre, di ineffabile e di disperato.

Siamo tutti umili fiorellini, avvezzi alla dolce tutela della stufa, e che l’aria libera uccide.