La Felicità di Felicia (Teatro di Villa Lazzaroni di Roma): recensione

La Felicità di Felicia

Il contesto del Teatro di Villa Lazzaroni a Roma ha accolto la prima messa in scena di “La Felicità di Felicia“, nuovo spettacolo del lucano Ulderico Pesce. L’autore ha scelto di raccontare una storia vera che ha origine nella sua terra, spesso trascurata sul piano mediatico e non solo, ma ambientata in un tempo lontano, oltre 100 anni fa. Le tematiche alla sua base, però, sono più attuali che mai: l’amore – non solo quello per un’altra persona – e, soprattutto, i flussi migratori.

Di cosa parla lo spettacolo La felicità di Felicia?

Elemento Descrizione
Regista e autore Ulderico Pesce
Protagoniste Anastasia Bonarrigo e Maria La Torre
Tematiche principali Emigrazione, lavoro, radici e memoria
Ambientazione Basilicata e Cile tra ‘800 e ‘900

La trama dello spettacolo La felicità di Felicia

Per immergerci nel contesto di questo racconto, la rappresentazione teatrale inizia con le due protagoniste che si occuperanno, in maniera ondivaga, della narrazione principale. Si tratta di due emigrate in Cile dal Sud Italia, una siciliana e una lucana, che hanno aperto un’attività legata ai muli: ne ferrano gli zoccoli e li utilizzano per il trasporto di persone nelle stradine che si districano tra le vette delle Ande. A fine ‘800, questo il periodo indicato, non è infatti possibile raggiungere le coste cilene via mare, dato che lo stretto di Magellano è ricoperto di ghiaccio e il canale di Panama non esiste ancora. Così, da San Martín de los Andes a Santiago del Cile, ci si può soltanto affidare al già citato quadrupede.

Qui entra in scena, almeno sul piano della narrazione dal momento che sul palco ci sono sempre soltanto le attrici Anastasia Bonarrigo e Maria La Torre, la nostra protagonista, Felicia Muscio. Nel 1895 sale, con sua figlia Rosa in braccio, su uno di quei muli, e successivamente regala a Compare Titta e alla sua socia un telo con ricamato il percorso da fare per raggiungere Iquique, nel deserto di Atacama. Felicia, originaria di Oppido Lucano, è partita dal porto di Napoli, arrivando a Buenos Aires, poi San Martín de los Andes, poi Santiago, Valparaíso e infine, appunto, Iquique, per cercare suo marito Vito Sciaraffia, salpato due anni prima alla ricerca di fortuna. Lui le aveva mandato una lettera per spiegarle dov’era e che tipo di viaggio aveva fatto, ma poi non si era più fatto sentire.

Giunta a destinazione, Felicia scopre che Vito aveva un’altra storia con una donna peruviana – nulla di troppo serio – ma soprattutto che ha accumulato grandi ricchezze. Iquique è infatti zona di miniere, qui si lavora il salnitro, cruciale per la produzione di polvere da sparo, e si rivende alle maggiori potenze belliche mondiali. Sciaraffia ha trovato il modo per separare l’acqua del mare dalla sua componente salata e renderla potabile, così da rivenderla ai minatori.

Felicia e Rosa si ritrovano così in questo nuovo contesto e non faticano ad adattarsi, vanno a teatro, la piccola si appassiona al pianoforte e a contatto con i marinai americani scopre la musica jazz e i genitori le combinano un matrimonio con un altro lucano arrivato appositamente in Cile, il giovane Canio. Nel mentre, le condizioni dei lavoratori sono sempre più insostenibili, soprattutto nelle miniere gestite dall’ingegnere britannico James “Santiago” Humberstone, con una paga misera e orari massacranti. Questo porta a numerose proteste, la più sanguinosa delle quali avviene il 21 dicembre 1907 dopo l’occupazione della scuola di Santa Maria di Iquique, quando l’esercito cileno guidato dal generale Silva Renard apre il fuoco sui manifestanti causando circa 3000 morti. Questo tragico evento storico, noto come il massacro della scuola Santa Maria di Iquique, segna profondamente la narrazione. Tra i leader della protesta c’è anche Elias Lafertte, successivamente fondatore e primo candidato alla presidenza del Partito Comunista Cileno.

All’alba della Prima Guerra Mondiale, Felicia lascia il Cile, salvo poi tornare indietro nel 1923, senza Vito, per raggiungere nuovamente Rosa e Canio, rimasti affinché il ragazzo non fosse costretto al fronte, e continuare a produrre acqua, pane e latte per gli infaticabili minatori.

Una narrazione, quella di “La Felicità di Felicia“, lineare e chiara nonostante le due attrici in scena parlino esclusivamente in dialetto e interpretino di volta in volta diversi personaggi, passando dalla prima alla terza persona. Con loro sul palco un pianista volto ad accompagnare la recitazione con il suo sottofondo musicale, mentre Bonarrigo e La Torre hanno concesso anche momenti canori, con l’interpretazione di alcune canzoni tradizionali in italiano e spagnolo, e hanno catturato l’attenzione del pubblico con qualche discesa dal palco, ovviamente parte integrante del copione. Sullo sfondo, tramite un proiettore, anche una serie di immagini tratte da documenti reali, sia foto che video.

La visione del regista Ulderico Pesce

Ulderico Pesce ha raccontato, a margine della messa in scena, che la storia gli è stata riferita direttamente in Cile da Canio Sciaraffia, figlio di Rosa, il quale è poi diventato un businessman di grande successo nel Paese sudamericano. In effetti, il rapporto tra la Basilicata e il Cile è particolarmente forte. A Iquique esiste una statua dedicata a Felicia Muscio, diventata simbolo dell’emigrazione femminile e della capacità di reinventarsi con coraggio. La città del deserto di Atacama, tra l’altro, è anche gemellata con Oppido Lucano dal 2004, mentre esiste anche una Asociación Lucana de Iquique, che riunisce i discendenti della nostra regione meridionale. Nel 2022, lo scrittore potentino Vito Marone ha pubblicato “Felicia”, libro che racconta la stessa storia.

Per Pesce, la stesura di questo spettacolo è un atto importante per il recupero di alcuni tasselli fondamentali del vissuto di un popolo come quello lucano, ed è inoltre un modo per recuperare degli aspetti della tradizione. Da qui, per esempio, anche la già citata scelta di utilizzare il dialetto come lingua unica della rappresentazione, e “chi capisce chi capisce“. Del resto, non è necessario comprendere ogni parola, quanto lasciarsi trasportare dall’emozione della narrazione e coglierne il senso ultimo.

La Felicità di Felicia” sarà nuovamente al Teatro di Villa Lazzaroni il 14 dicembre alle 17.30, ma il regista spera di poterlo riproporre anche nel 2026, così come si pone l’obiettivo di portarlo nei due luoghi principali del racconto: il Cile e Oppido Lucano.

Articolo aggiornato il: 14/12/2025

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