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Eroica Fenice

Le Troiane

Le Troiane alla Galleria Toledo

Per una Classicista andare a teatro a vedere Le Troiane di Euripide è un’esperienza particolare.

Euripide lo immaginò come un continuum di monologhi, un canto a più voci delle donne eroine vittimizzate dopo la Guerra di Troia: Ecuba, anziana e saggia, vedova moglie di Priamo, le vengono uccisi il marito e i figli; Andromaca, giovane madre, anche a lei vengono assassinati il marito Ettore, dal grande Achille nel glorioso e celebre scontro corpo a corpo, e poi trascinato nella polvere, legato dietro la biga del Vincitore, che corre intorno alle Nove Mura; da quelle stesse mura, quando i Greci fanno breccia con il cavallo di legno, le viene scaraventato giù il figlio neonato, Astianatte; poi, come aveva predetto al marito, in modo quasi profetico, è presa e fatta schiava, per soddisfare le voglie dello stesso uomo che le ha portato tanta sventura; Elena, castigo e rovina di Troia; e poi la povera Cassandra – va in sposa ad Agamennone – figlia di Priamo, la più disgraziata, che ha gridato, gridato, vaticinando, sempre cosciente mentre vedeva la sciagura avvicinarsi, e nessuno le ha dato ascolto.

É uno strazio continuo queste Troiane, uno strazio di lutti terribili e tragedie macabre, ma vestito di un’immensa dignità, anche nel lamento, che non è mai patetico.

Trovare sul palco una donna, Sara Bertelà, che, in scarpe da ginnastica sotto la tunica (!), da sola, ingoia tutte queste sciagure per fondere le anime di tutte queste donne è stata una sorpresa. Per tutto il tempo parla circondata da microfoni-armi, che moltiplicano la sua voce nella polifonia eroica di tutte le donne che ha dentro, e la minacciano di continuo, come le ferite che i personaggi si portano addosso. Apprezzabilissima come scenografia, senza dubbio: scarna e tragica, sorprendente e di grande impatto emotivo.

A Sara le scarpe servono per ballare, e i fazzoletti che tiene legati al legio per soffiarsi il naso dopo aver pianto: per districare la possessione delle quattro donne che ha in corpo compie un processo metaletterario, e così, negli intermezzi, spiega cosa, con quest’opera, vogliono dimostrare. In pratica nel 1970 Henri Labotin trovò, sperimentando su dei topolini, quattro tipi umani, a seconda del comportamento adottato davanti all’inevitabile: quello che fugge, quello che accetta, quello che si inibisce e quello che lotta. La sfida, in questo spettacolo, è stata nel ritrovare in queste quattro eroine questi quattro caratteri psicologici, e dimostrare, per l’ennesima volta, che la tragedia classica non potrà mai morire.

Le Troiane

Le Troiane alla Galleria Toledo