Lungo viaggio verso la notte: Lavia emoziona al Teatro Argentina

Lungo viaggio verso la notte (foto di Tomasso Lepera)

Lungo viaggio verso la notte, capolavoro di Eugene O’Neill, ha debuttato al Teatro Argentina nella versione firmata da Gabriele Lavia, che ne cura la regia e interpreta magistralmente il ruolo di James Tyrone.

Accanto a lui un cast di grande valore, composto da Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani e Beatrice Ceccherini, capace di dare corpo e voce alla tormentata famiglia Tyrone in una delle opere più complesse del teatro del primo Novecento premiata con il premio Pulitzer nel 1957.

Trama: un dramma familiare in un’intera giornata

Lo spettacolo segue una sola giornata della famiglia Tyrone, dal mattino fino a notte fonda, rivelando via via le fragilità di ognuno dei componenti della famiglia.

L’inizio è sorprendentemente leggero: al mattino i due coniugi, James e Mary, si scambiano parole affettuose, come due sposini innamorati, e i due figli, Jamie ed Edmund, sembrano partecipare ad un clima familiare sereno, fatto di complicità e dialogo.

Con il passare delle ore, però, emergono le diverse dinamiche familiari e il dramma interiore che ognuno dei personaggi sta vivendo: antiche ferite, rancori mai sopiti, dolori taciuti troppo a lungo.

Analisi dei personaggi: fragili e complessi

Gabriele Lavia e Federica Di Martino ( foto di Tomasso Lepera)
Gabriele Lavia e Federica Di Martino (foto di Tommaso Lepera)

Mary, interpretata con straordinaria intensità da Federica Di Martino, è una donna depressa, nervosa, piena di rimpianti e nostalgie. I sogni della giovinezza sono svaniti da tempo, lasciando spazio a una dipendenza dolorosa dalla morfina. Le sue iniezioni sono una fuga dalla realtà, una trappola che la isola e la consuma dentro.

James, portato in scena da Lavia con grandissima energia, è un ex attore ormai anziano, ripiegato sui ricordi di una gloriosa carriera e incattivito dalla sua grande spilorceria. La paura della povertà, che ha segnato la sua infanzia, domina ogni sua scelta, irrigidendo i rapporti con i figli e con la moglie.

I due figli rappresentano due differenti forme di fallimento e sofferenza: Jamie, il primogenito, è un giovane dissoluto e privo di ambizioni, Edmund, il più giovane, è invece malato di tubercolosi e vive in bilico tra la fragilità fisica e il desiderio di aiutare la madre.

Quella dei Tyrone è una famiglia come tante: piena d’amore ma anche di risentimento, dove c’è tanto dialogo ma allo stesso anche tanto non detto e dove c’è spazio sia per la tenerezza che per le accuse reciproche.

Ognuno vorrebbe aiutare l’altro, ma nessuno ha davvero gli strumenti per farlo. Alla fine, ogni personaggio è solo con la propria sofferenza e non riesce a risollevarsi dallo stato di frustrazione e dal proprio destino di autodistruzione.

Scenografia e regia: il simbolismo della casa-prigione

Gabriele Lavia dietro le sbarre della sua casa prigione ( foto di Tomasso Lepera)
Gabriele Lavia dietro le sbarre della sua casa prigione (foto di Tommaso Lepera)

La scenografia di Alessandro Camera è uno dei punti di forza dello spettacolo. L’elegante salotto con grandi librerie è imprigionato tra alte e spesse sbarre: la casa-prigione dei Tyrone, un luogo in cui la famiglia vive isolata dal mondo esterno, incapace di aprirsi e destinata a implodere nelle proprie dinamiche dolorose.

Le luci di scena, di Giuseppe Filipponio, sempre fioche per assecondare la mania del risparmio assoluto del signor Tyrone, enfatizzano ancora di più la pesantezza provata dai personaggi nel vivere in questa casa – non casa dove tutto sembra essere asfittico e claustrofobico.

Un altro elemento molto forte in scena è il suono delle sirene delle navi che di tanto in tanto rompono il silenzio dei pensieri e delle tensioni (suoni a cura di Riccardo Benassi). Per Mary, quella sirena non è un semplice rumore molesto: è ora un rimprovero, ora un ricordo: un richiamo alla realtà da cui tenta disperatamente di fuggire. Ogni suono diventa una ferita, un promemoria di ciò da cui cerca di fuggire con la morfina.

La regia di Gabriele Lavia porta in scena un Lungo viaggio verso la notte intenso, drammatico e profondamente umano. La pièce si conferma un capolavoro del teatro moderno, capace di parlare della fragilità, dell’amore e della tragedia del vivere quotidiano. Uno spettacolo che invita a guardare dentro di sé, mettendo in luce il lato più autentico e più doloroso dei rapporti familiari.

Info pratiche e cast completo

Lungo viaggio verso la notte al Teatro Argentina di Roma dal 4 al 15 febbraio 2026

Biglietti a partire da 27,58€ e possibilità di riduzioni su www.teatrodiroma.net

  • di Eugene O’Neill
  • traduzione Bruno Fonzi
  • adattamento Chiara De Marchi
  • regia Gabriele Lavia
  • con Gabriele Lavia e Federica Di Martino
  • e con Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini
  • scene Alessandro Camera
  • costumi Andrea Viotti
  • musiche Andrea Nicolini
  • luci Giuseppe Filipponio
  • suono Riccardo Benassi
  • foto Tommaso Lepera
  • produzione Effimera – Fondazione Teatro della Toscana

Fonte immagini: ufficio stampa (credits to: Tommaso Lepera)

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