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Eroica Fenice

l'uomo nel diluvio

L’uomo nel diluvio al Piccolo Bellini

L’uomo nel diluvio, premio In-Box 2014, per la regia di Simone Amendola e Valerio Malorni, è in scena al Teatro Piccolo Bellini dal 17 al 19 marzo.

Nel buio della sala gli spettatori sono accolti da un vero e proprio diluvio di suoni e luci che porta immediatamente la platea ad immergersi nella tempesta; perché l’uomo nel diluvio non è solo Noè che all’età di 600 anni è costretto da Dio a costruire l’arca e ad andar via bensì si tratta di tutta una generazione di uomini e donne che si trova obbligata a lasciare la terra natìa. Nel momento in cui il nostro paese è scosso dalle continue immigrazioni, si deve ancora parlare di emigrazione. Un’emigrazione forzata che non lascia alternativa in un Paese che non dà né possibilità né speranze. Il trentenne Valerio Malorni si ritrova così a dover combattere con il suo diluvio personale: immerso nella vasca, intesa come luogo in cui l’uomo può stare solo con sé stesso, avvia un’esilarante lettura della “Guida pratica per italiani in fuga”. La soluzione? Tutti a Berlino. A Berlino, nonostante l’Italia sia considerata la loro bestia nera ai mondiali, nonostante la rigidità dei comportamenti, nonostante la differenza sostanziale tra le due tipologie di cultura. A Berlino si trasferisce l’uomo nel diluvio, nonostante tutto, perché è proprio lì che risiede la domenica della vita. Noè ha avuto il suo giorno di riposo, ed anche Dio, ed è proprio questo che cerca: il suo sabato ebraico (o il lunedì dei parrucchieri). La verità è che se ci fosse futuro sarebbe sempre domenica.

Eppure la possibilità di una partenza si palesa sempre nel momento sbagliato: quello di un barlume di contratto, di uno spettacolo teatrale che potrebbe piacere e fare il giro dei teatri, di un impegno preso che non si può rimandare. E allora perché andare via? E perché restare? Si va via perché la nebbia nella quale si vive non ti permette di definire i contorni precisi del domani. Cosa si può salvare della propria vita in trenta secondi? Cosa avrebbe salvato la moglie di Noè? La risposta resta sospesa. Sessantotto rintocchi e si passa dal diluvio iniziale allo scroscio del mare. L’uomo nel diluvio ha deciso di partire. Tutti a Berlino. Berlino sicuramente funziona. Il problema sta nel far funzionare tutto il resto. Valerio Malorni, emblema dell’uomo nel diluvio, decide così di non prendere mai la metro, con l’intenzione di viaggiare scomodo, per non adagiarsi, per avere sempre ben a mente perché e per chi è partito. Noè è stato costretto da Dio, l’uomo è costretto da sé. Però, quando si parte il fallimento è palese: si può restare e rimanere nella vasca anche tutta una vita, nessuno se ne accorgerebbe. Ma l’uomo nel diluvio ha deciso di partire. Ed è proprio nella fredda Berlino che ha la possibilità di riscattarsi. Un riscatto che si evince anche dalle parole di uno spettatore tedesco magistralmente sintetizzate da Malorni in una scena in cui la fissità della rappresentazione si pone in contrasto con la profonda dinamicità dei ragionamenti: si tratta di responsabilità. Anche gli stati più potenti hanno, infatti, la responsabilità di crescita di un altro; e, invece, basta poco a fingere di non vedere la morte di una civiltà. Basta la vista di una spiaggia e un monumento per voltarsi dall’altra parte credendo che tutto vada bene. L’uomo nel diluvio dovrebbe spostarsi dove è caldo e amore, non freddo e rigido.

Ed è cosi che l’uomo nel diluvio ha parlato a noi, di noi, nonostante noi.
E…nonostante i cellulari che continuano ad essere erroneamente e maleducatamente utilizzati durante gli spettacoli teatrali.

Jundra Elce

-L’uomo nel diluvio-

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