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Eroica Fenice

il primo

“Matrimoni” di Gigi Savoia al teatro Il Primo

Il Primo ha messo in scena, dal 10 al 12 aprile, Matrimoni, con Marcello Raimondi e Maria Rosaria De Liquori, per la regia di Gigi Savoia. 

Lo spettacolo è tratto da due brevi racconti di Cechov, L’orso Una domanda di matrimonio, definiti -dal suo  stesso autore- due ‘scherzi’. Lo scrittore russo è stato, in questa occasione, riproposto in napoletano in due atti unici che si contraddistinguono per la presenza di divertente siparietti comici. Grazie alla bravura degli attori l’ambientazione russa riesce a sposarsi perfettamente con la scelta di recitare in dialetto, senza soffrire in alcun modo per la lontananza geografica -e non solo- tra i due mondi in questione.

Gigi Savoia rilegge Cechov

Il primo ‘scherzo’ messo in scena è Una domanda di matrimonio: al centro della vicenda un impacciato (ed ipocondriaco) proprietario terriero che tenta di dichiararsi ad una ragazza di campagna, da lui stesso definita ‘ruspante’. Dopo aver ottenuto immediatamente la benedizione dalla madre di lei – molto angosciata dal fatto di avere una figlia zitella- non riesce, però, a dichiararsi alla ragazzaSi susseguono, infatti, una serie di battibecchi tra i ‘promessi sposi’ che rallentano la tanto attesa proposta. Lo spettatore scoprirà se i due, tra un litigio e l’altro, riusciranno a convolare a nozze facendo la gioia della preoccupata genitrice.

Il secondo atto è la messa in scena de L’orso, che prende il nome dal burbero protagonista della vicenda. Si tratta di un creditore tutt’altro che simpatico che va a disturbare la solitudine di una triste vedova per riscuotere un credito del marito. Anche in questo caso lo spettacolo è caratterizzato da una serie di battibecchi tra i personaggi in scena, il creditore insistente, la vedova triste e il cameriere di lei vessato da entrambi. Il risultato è decisamente comico, tra improvvisi mutamenti di registro, duelli (o quasi) e colpi di scena. 

In entrambi gli atti, nonostante la brevità dello spettacolo, i personaggi sono ben delineati e non si ottiene l’effetto di semplici ‘maschere’ -rischio presente quando si tratta di messe in scena di racconti brevi- grazie soprattutto alla capacità degli attori di rendere coinvolgente il testo. L’uso del dialetto carica ancor di più i bozzetti delineati da Cechov e gli attori sanno sfruttare le pause concesse dal testo, i ritmi frenetici dettati dall’autore che, anche in questo caso, si fa portatore di una realtà ancora attuale. Infatti non fa altro che riportare le infinite sfumature di un’umanità degradata, che fa i conti con i problemi del quotidiano.