Dal 10 dicembre al 7 gennaio va in scena al Teatro Mercadante di Napoli Non posso narrare la mia vita, di Roberto Andò: una lunga permanenza che fa rivivere la sala del ricordo di Enzo Moscato.
A quasi due anni dalla scomparsa di Enzo Moscato, il regista Roberto Andò vuole rendergli omaggio rintracciando i tratti di un profondo artista, visionario, poeta, filosofo che ha saputo guardare all’anima misteriosa e vulnerabile di Napoli. Per questo, porta in scena al Teatro Mercadante Non posso narrare la mia vita: tratto da Gli anni piccoli di Moscato e intrecciato ad altri estratti delle opere di quest’ultimo, lo spettacolo indaga non solo l’artista ma anche l’uomo che vi era dietro – due essenze inscindibili, di un’anima che indossava l’arte – percorrendone le orme dipinte su una vita trascorsa tra l’infanzia e l’adolescenza ai Quartieri Spagnoli.
Enzo Moscato tra i fili di memoria di un giuramento all’Invisibile

Anna Maria Ortese scrisse su Elsa Morante che avrebbe fatto un giuramento fanciullesco all’Invisibile: «Io stessa, da anni, vado sperimentando la difficoltà della coerenza, di serbarsi fedeli a una specie di giuramento fatto all’Invisibile. […] Ma follia e rivolta le intendo, le vedo ammissibili, solo in questo senso: di quasi militare obbedienza a un fanciullesco mite giuramento fatto, in passato, alla stella…Elsa Morante ha creduto nella inesistenza, nel miraggio, ha visto terra dove non era». Il regista Roberto Andò riprende questo concetto e lo rende in qualche modo il fulcro del suo spettacolo Non posso narrare la mia vita: parla di un Moscato artista (un’accezione nel suo caso molto ampia) che ha gettato gli occhi sull’Invisibile, nonché di un uomo che ha scrutato l’oltre, sfidando le leggi del raziocinio e mettendo in gioco quelle sconfinate dell’immaginazione. Insomma, un’anima che di quell’altrove visibile a occhi chiusi ne ha fatto profonda ricerca di vita e di arte, due dimensioni non poi così tanto separabili.
Enzo Moscato è un visionario, scrutatore attento di una dimensione altra, di un qualcosa di effettivamente invisibile a occhio nudo. Nato dal ventre di Napoli, ne coglie gli odori, i sapori, quell’essenza intima e profondamente misteriosa con un che di magico. Emblematica la discesa per le scale di una donna in costume, formosa, sensuale, fascinosamente erotica come Partenope. Ed è in questo altissimo indefinito che si rispecchia costantemente la sua vita sfumata come pura arte. «Non posso narrare la mia vita» (Gli anni piccoli) e in effetti come lo si può fare con un racconto lineare, misurando un tale artista con il metro di una canonica biografia? Impossibile, tanto quanto per Moscato stesso è impossibile il teatro, in quanto spazio dimensionale che si verifica dov’è il «luogo della vita» (Tadeusz Kantor). Ma dove si trova il luogo della vita? Nell’altrove, nell’Invisibile. Tale impossibilità è colta da Roberto Andò nella sua pièce: una narrazione di vita che si smantella in molteplici brandelli di memoria, che si muove come un flusso di coscienza danzando tra percezioni e lampi. Si tratta di una danza, un contatto collettivo che riavvicina il pubblico all’anima di uno straordinario artista-uomo.
Non posso narrare la mia vita: non un semplice omaggio

Al cospetto di un’assenza così importante, come lo è stata quella di Moscato nello scenario del teatro partenopeo, si presentano diverse possibilità: omaggiare l’artista, al netto di chiedersi, poi, quale utilità abbia a lungo termine; rivisitarne l’arte, il pensiero, nel solco di quella profonda convinzione che un classico va sviscerato; raccontare l’artista, conoscerlo. Non posso narrare la mia vita sceglie quest’ultima via, ovvero Roberto Andò crea le dinamiche di un appuntamento in cui Enzo Moscato (nei cui panni si immerge Lino Musella) rivive a tutti gli effetti. Si fa conoscere attraverso quella sua sapiente scelta di rifiutare la realtà, di guardare il mondo con gli occhi dell’arte e di un’immaginazione sopraffina. Sembra quasi volere dire che in un certo senso non c’è bisogno tanto di aggiungere quanto di agire tramite la sottrazione, bastano le sue parole, il pensiero fantasioso della sua presenza che a teatro – dove si gioca con i fantasmi – è possibile concretizzare.
Lino Musella magistrale, già in Tavola tavola, chiodo chiodo ha saputo dimostrare una capacità fuori dal comune di immergersi nell’intimità di personalità artistiche importanti, prima Eduardo De Filippo e adesso, con Non posso narrare la mia vita, Enzo Moscato. Incisivo, dettagliato, ne restituisce la cifra incontenibile non nella modalità di uno sterile imitare, bensì di una cura attenta e coinvolgente. La regia di Roberto Andò, dal canto suo, calibra quell’inevitabile protagonismo in una dimensione molto più ampia rendendo lo spettacolo un’esperienza corale e collettiva. Sembra di assistere a un quadro, alla Sindrome di Stendhal davanti a una tela viva. Ma non può essere ignorata la cornice scenografica, di Gianni Carluccio, in cui è inserito il lavoro e che ricalca i contorni sfumabili e cangianti della memoria: una grande scalinata – proprio come quelle dei vicoli di Napoli, con gradoni alti e interminabili, pare quasi ascendere dal cielo; in cima la statua di Sant’Antonio con il Bambino, simbolo di una sacralità profanata, dicotomia insita in Napoli e inevitabilmente nell’arte di Moscato; un velo separa le scale dal proscenio allungato, sul quale sono distribuiti in maniera sparsa ricordi ed evocazioni.
Al netto di questa struttura rappresentativa (da un punto di vista totale di macchina rappresentativa) vale il passaggio dell’emozione. Enrico Fiore su Controscena parla di «Irriproducibilità di Moscato» e in un certo senso è pure vero, ma la questione è che Non posso narrare la mia vita non si ripropone quell’obbiettivo. È certo che Moscato è stato, ed è tutt’oggi, un unicum, un hic et nunc irriproducibile e inimitabile, tant’è che anche riprendere il corpus delle sue opere e riportarle a teatro senza accusarne l’inconfondibile assenza è estremamente complicato. Tuttavia, a volte vale la più ovvia delle intuizioni: trasferire una percezione, emozionare la platea tramite un viaggio sensoriale che si dipana su più prospettive. E su questo Andò, che si muove su una regia citazionistica ma dall’interessante capacità di dipingere un quadro, riesce a coinvolgere.
Fonte immagini: Ufficio Stampa

