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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 793 articoli

Libri

DeA Planeta in libreria con Il gioco del silenzio di Rob Keller (Recensione)

Cristina, ex famosa criminologa, è una donna razionale, metodica, routinaria. Insieme a suo marito Lorenzo e al figlio Leone vivono a Milano, ma quando inaspettatamente riceve una telefonata dal padre Alessandro, tornerà nella sua città natia a Cadenabbia sul lago di Como, per fare i conti con il passato lasciato in sospeso troppo a lungo e a risolvere un’indagine misteriosa: tutto sotto gli occhi attenti di un orologio. Il gioco del silenzio è il primo romanzo di Rob Keller, appena pubblicato dalla DeA Planeta. Nato da padre e tedesco e madre italiana, Rob Keller ha per tanto tempo lavorato come mastro orologiaio. Cresciuto proprio sul lago di Como, scrive questo primo romanzo a tinte fosche partendo dalle sue origini, per trasformarle, come uno scrittore dall’estro creativo, in un thriller: dipingendo a tratti immagini quasi cinematografiche a tratti raccontando la storia di una famiglia e di una cittadina misteriosa. La protagonista Cristina, quando viene a conoscenza della morte improvvisa del caro zio Francesco, decide di tornare a casa, nonostante la decisione presa anni fa di voler chiudere con un brutto passato. Soprattutto tentando di dimenticare il presunto suicidio della madre, e per buttarsi alle spalle il ricordo della famiglia Radlach, la più potente della città, che ancora vive ai piedi del lago nella famosa Villa degli Orologi, per i quali quasi tutta la sua famiglia lavorava. L’impatto con i vecchi fantasmi fa riemergere tutto nella mente di Cristina, così come i soprusi dei due gemelli Radlach Odessa e Riccardo, e dei coniugi Stella e Martin. Ma in special modo tornano vividamente alla mente le leggende che era solita raccontarle Miriam, sorella del signor Radlach considerata pazza, e di Nicholas, probabilmente l’unica persona di questa pericolosa famiglia ad aver avuto un’anima buona. Sì perché solo qualche tempo prima, anche Nicholas è stato trovato tragicamente morto nelle acque tenebrose del lago, forse spinto dal dirupo da una entità misteriosa. Ma ovviamente queste morti sospette, che sono ricollegate ad un filo lunghissimo che arriva sino alla madre, faranno riaprire ferite antiche in Cristina, che si troverà anche a dover fare i conti con la sua professione e i ricordi della sua infanzia, per scoprire chi si trova dietro queste sinistre sparizioni. Il gioco del silenzio ha tanti elementi che si incastrano con l’evoluzione della trama, che vanno a chiudere il libro come si chiudesse una grossa indagine: tutto sullo sfondo tetro di un lago che nasconde in sé tanti misteri e mostri, tra verità e miti, come quello della Dama Bianca o il fantasma della piccola Ghita, che porterà il lettore finalmente a conoscere qual è stato il passato oscuro di Miriam. Il gioco del silenzio, DeA Planeta: i personaggi e il tempo come protagonista I personaggi delineati nel romanzo si fondono in quella che è la classica diatriba tra bene e male; da una parte Cristina e il suo curioso ed iperattivo Leone, che entrambi trovano, o ritrovano, l’amore verso Alessandro, il mastro orologiaio che per primo decide di non avere più paura […]

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Teatro

FABER al TRAM, in scena Bocca di rosa | Recensione

Dopo due date sold out ad agosto, nel Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, il concerto-spettacolo intitolato “Bocca di rosa” e dedicato al nostro Faber è tornato in scena venerdì 4 e sabato 5 ottobre al teatro TRAM. A vent’anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, il gruppo artistico composto da Francesco Luongo (voce e direzione artistica), Giuseppe Di Taranto (voce e chitarra), Laura Cuomo (voce) e Davide Maria Viola (violoncello), con l’ospite Francesco Santagata (voce e chitarra), hanno srotolato nell’aria l’universo musicale e poetico di Faber, attraverso la lettura di brevi brani e poesie e la presentazione in chiave contemporanea delle canzoni più celebri del cantautore genovese. Stiamo parlando di una formazione eccezionale, caratterizzata dalla voce accogliente e corposa di Giuseppe in simbiosi con la nobiltà del suono della sua chitarra, dalla voce profonda di Laura che ben si sposa con il suono caldo e armonioso del violoncello di Davide, intento tutto il tempo a ingioiellare il teatro di magia, e dalla carezzevole voce di Francesco, oltre che dalle sue abilità creative e organizzative. Un’insapettata sorpresa si è incarnata in Francesco Santagata e nella sua versione acustica de “La guerra di Piero”, distante dall’originale ma non per questo priva di appeal, la quale ha suscitato grande energia e suggestioni che banalizzerei soltanto se provassi a verbalizzare. Il vuoto che Faber ha lasciato nella musica italiana fa ancora e farà sempre troppo male, ma il sodalizio di questi artisti lo ha ricordato con professionalità, passione e, soprattutto, delicatezza. Senza fare rumore. Il concerto-spettacolo “Bocca di rosa” ha abbracciato le diverse sfaccettature di Faber, nel rispetto della sua grandezza e poliedricità culturale. Il concerto-spettacolo che ha reso omaggio a Faber Le luci del TRAM si spengono dappertutto, tranne che sulla scena. Il colore del teatro è quello della notte. Il tempo si fa lungo e dilatato. Il buio separa la platea dal palco anni-luce e il pubblico si fa sempre più piccolo e inesistente di fronte all’immensità dell’universo di Faber. Sembra di stare in riva al mare, a guardare le stelle. Pare di aver appena disteso una coperta sulla sabbia e di aver alzato lo sguardo al cielo. È come aver staccato da tutto per concentrarsi sul firmamento. La musica si fa balsamo per i sentimenti, poi catarsi, liberazione. A partire dall’impulso dell’invidia delle comari di un paesino fino a quella di “Un giudice” perseguitato da tutti, evolutasi poi in sete di potere e di vendetta, il gruppo artistico prende delicatamente la nostra mano e cammina con noi tra le macerie che si lascia alle spalle il clima di competitività e rivalità. Si tratta di un tema maledettamente attuale: quel tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri che Faber analizzò mirabilmente a suo tempo, soffermandosi sulla vis non convenzionale, l’umanità e la portata allegorica della galleria dei suoi ritratti umani. Alcune note iniziali di una canzone esplodono, in seguito, in una miriade di stelle cadenti. I più cinici della platea li immagino pensare a una “sagra delle illusioni”, mentre […]

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Comunicati stampa

Centro Teatro Spazio, presentazione della stagione teatrale 2019/2020

Riparte la nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio, il rinomato teatro di San Giorgio a Cremano fra tradizione e innovazione Giovedì, 3 ottobre ha avuto luogo al caffè letterario “Intra Moenia” la presentazione della nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio 2019/2020.  Ha moderato la conferenza stampa lo scrittore e drammaturgo  Antonio Mocciola.  Nell’atmosfera alquanto rétro del caffè letterario il direttore artistico del teatro, Vincenzo Borrelli, prima di introdurre la presentazione degli spettacoli, ha voluto sottolineare il ‘nocciolo’ della ragione del suo infaticabile lavoro teatrale.  L’energia preziosa, atavica e che si conserva al  Teatro di via San Giorgio Vecchio, scaturisce da una sorgente infinita di passione, amore ancestrale, ambizione di fare teatro tout court e con professionalità, che nasce da quel lontano 1988, l’anno in cui Vincenzo decise di strappare al logorio incessabile del tempo e della incuria quel palco su cui aveva mosso i suoi primi passi della sua carriera il grande Massimo Troisi. L’ infinito amore per il teatro ha retto sulle molteplici difficoltà, con i quali ogni piccolo teatro deve necessariamente fare i conti nei nostri tempi, e il tempo ha restituito a Vincenzo Borrelli in ogni caso le sue soddisfazioni. Il direttore artistico ci ha tenuto a informarci che l’Accademia teatrale UNO SPAZIO PER IL TEATRO, gestita dallo stesso Borrelli, è stato riconosciuta dalla Regione Campania come scuola di formazione professionale allo spettacolo e a breve anche centro di formazione per la Regione, una scuola che ogni anno forma con professionalità  molteplici giovani, guidandoli attivamente e con consapevolezza verso l’impervio percorso della carriera teatrale e aprendogli le porte dello straordinario e catartico mondo del teatro e dell’arte. Borrelli ci ha tenuto, altresì, anche a spendere due parole sul ruolo culturale che incessantemente svolgono i piccoli teatri, molte delle volte attraverso mille difficoltà. Infatti, è innegabile la straordinaria qualità degli spettacoli che sembra essere inversamente proporzionale al seguito del pubblico. Dunque, Il direttore coglie l’occasione per spendere due parole sui piccoli teatri, sulla urgenza di fare squadra, di cooperare affinché si possa far luce nei meandri di quei palcoscenici, i quali più delle volte rimangono nell’ombra di una ingombrante superficialità, allargando anche il proprio pubblico. Non occorre, come spesso succede, farsi guerra addirittura tra piccoli teatri, ma cercare di lottare con tutte le forze per far luccicare quel vitale diamante prezioso che è il teatro e far rifulgere  in tutta la sua vividezza la vera arte. Gli spettacoli della nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio Ad aprire le danze a questa nuova stagione teatrale sarà come sempre “O’ Curt” (11-12-13 ottobre), festival di corti teatrali che quest’anno farà parte dell’ambito premio Massimo Troisi. Successivamente, la stagione proseguirà  con: “Questa sera si recita a soggetto”, dall’1 al 17 novembre, per Uno Spazio per il Teatro produzioni, tratto da Luigi Pirandello con Vincenzo Borrelli e Rosaria De Cicco. Adattamento e Regia Vincenzo Borrelli. “Un comico da marciapiede”, spettacolo in programma il 24 novembre, di e con Nando Varriale che impone la sua presenza comica d’autore, sia per […]

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Teatro

FAKEminismo, il nuovo spettacolo di Daniele Fabbri | Recensione

L’ultima volta di Daniele Fabbri a Napoli risale a non molto tempo fa, allo scorso 27 Aprile, a quando, terminato il tour di Fascisti su Tinder, aveva portato al Kestè i suoi Nuovi Monologhi. Sabato 5 ottobre, il palco del Kestè Abbash lo ha di nuovo accolto, ospitandolo per il suo nuovo monologo FAKEminismo, inaugurando così la nuova stagione di stand up comedy del locale, giunta alla sua quinta edizione. FAKEminismo, il racconto della serata Ore 22:00, iniziano a scendere le prime persone nella saletta di Abbash che si riempie in poco tempo, sotto le note di grandi classici del rock come Wish you were here, Whiskey in the jar, Smoke on the water e Stairway to heaven. Ad aprire le danze di questa quinta stagione ci pensa Flavio Verdino, uno dei protagonisti principali dei tanti open mic al Kestè. Dopo aver scherzato sulla sua somiglianza con Umberto Smaila, inizia il suo monologo sulla rivalutazione della mediocrità. Una mediocrità come una serie di step da rispettare per combattere la tossicità delle aspettative sociali che portano le persone ad una lesionista gara per essere il migliore. Verdino è dissacrante, senza scrupoli, è a suo agio nel profanare tabù inviolabili come la morte. E lo fa mettendo in gioco se stesso, con sicurezza e forse anche con una sorta di piacere perverso. La sua esibizione è convincente, un’ottima prova per riscaldare gli animi del pubblico che accoglie con un’ovazione il principale protagonista della serata: Daniele Fabbri. Prima di iniziare il monologo, Fabbri chiede a una ragazza del pubblico di completargli il trucco sull’occhio destro e di farsi schiaffeggiare, un invito accettato con un po’ di ritrosia. FAKEminismo nasce dalla volontà del comedian di immedesimarsi, quanto più possibile, nel mondo femminile e, nel farlo, inizia facendosi carico di uno dei suoi simboli: il trucco. Come il precedente monologo, Fascisti su Tinder, la premessa è la stessa: l’emancipazione dal retaggio cattolico e dal patriarcato maschile. Qui, però, si sviluppano nuovi esiti e nuove riflessioni. Con sagacia demolisce, tassello dopo tassello, i vincoli insensati di una certa cultura cattolico-patriarcale che sono invisibili, ma che incombono sulle dinamiche sociali del nostro paese, soprattutto nei rapporti con l’altro sesso. Il femminismo che racconta è fatto di empatia e uguaglianza, non di isterica censura, non in una guerra a chi è più discriminato. Uno dei maggiori danni fatti dal patriarcato (raffigurato da Fabbri nell’immagine di tre vecchietti scorbutici e superdotati) non sta soltanto nel riduttivo ruolo assegnato alla donna, ma anche in quell’imperativo di rimuovere il dolore e di costante obbligo di mostrare la propria mascolinità che crea in tanti uomini ansie e angosce. Oltre ai momenti maieutici di riflessione, non mancano quelli più scanzonati. Piccole gag costruite con fervida immaginazione, dei piccoli bozzetti fumettistici (non è certo un caso). Anche con questo spettacolo, il comedian romano dimostra di essere uno dei migliori esponenti della stand up comedy italiana. La sua è una comicità fatta di quell’acume in grado di ribaltare un pregiudizio, che fa della risata uno […]

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Cinema e Serie tv

Ad Astra: James Gray insegue Coppola e Stanley Kubrick

Ad Astra, un film di Fantascienza Filosofica “Ho trovato una citazione di Arthur C. Clarke, autore di 2001: Odissea nello spazio: “Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo, o non lo siamo. Entrambe sono terrificanti”. Allora ho pensato che non avevo mai visto un film su di noi, soli nell’universo. L’idea dei viaggi nello spazio è bella e terrificante al tempo stesso: io sono un grande sostenitore delle esplorazioni spaziali, che però a volte sono semplicemente un modo per fuggire. Questo mi ha trasportato in una dimensione intima: la storia di un padre e di un figlio. Spero che le persone capiscano che dobbiamo apprezzare le esplorazioni e amare la Terra. Bisogna preservare la Terra e i legami umani, a ogni costo“. Questo è il commento del regista James Gray  esposto alla 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Un regista ambizioso che con Ad Astra ha giocato su due fronti, o per meglio dire su due esperienze richiamanti il tema del viaggio: quello spaziale e quello mentale. Fin dall’inizio della sua carriera Gray è sempre stato un regista che ha agito controtempo rispetto agli anni in cui si è mosso, ricercando un salto in avanti rivolgendosi all’indietro, al passato, soprattutto quello degli anni Settanta. Per sua stessa ammissione, il regista si è ispirato a modelli come 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrik ed Apocalypse Now di Francis Ford Coppola  . Ad Astra è a tutti gli effetti un film di fantascienza filosofica che coniuga la complessità della riflessione con la spettacolarità del viaggio spaziale. La Trama Nascosta In questo film vediamo il cosmonauta Roy McBride (Brad Pitt) viaggiare fino ai confini estremi del sistema solare per ritrovare il padre scomparso e svelare un mistero che minaccia la sopravvivenza del nostro pianeta. Il suo viaggio porterà alla luce segreti che metteranno in dubbio la natura dell’esistenza umana e il nostro ruolo nell’universo. La trama, per un occhio non critico, sembrerebbe terminare qui. Ma bisogna sottolineare la presenza di un significato più profondo. Una trama nascosta, il cui filone della storia rimanda ad una componente psicologica molto comune. Il protagonista è si un astronauta dedito al suo lavoro, come un esploratore ed uno scienziato, ma è anche un semplice uomo che soffre per la scarsa presenza del padre. Le missioni spaziali e l’ossessione del Dottor Clifford McBride (Tom Lee Jones) di ricercare altre forme di vita intelligenti oltre la nostra lo hanno condotto verso un allontanamento familiare, fino a raggiungere la morte ai confini del sistema solare. Una scelta la cui distanza che questa comportava è stata percepita fortemente dal figlio, il quale dovrà conviverne con il peso per tutta la vita, divenendo anch’egli incapace di legami affettivi. L’eredità comportamentale del padre è evidente in lui nella scelta di perseguirne le orme, nel non riuscire a legarsi emotivamente e nel distaccarsi dall’idea di avere una famiglia sua. Quando successivamente Roy riceverà la notizia di una possibile sopravvivenza del padre tra gli anelli orbitanti di Nettuno, risorge in lui la […]

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Libri

Lo scarabeo d’oro: Edgar Allan Poe mago del mistero

Lo scarabeo d’oro è una storia d’avventura, un altro dei racconti lunghi di Edgar Allan Poe, riportato in libreria dalla Alessandro Polidoro editore nella collana I Classici. Pubblicato per la prima volta sul settimanale di Filadelfia «Dollar Newspaper» nel 1843,  è uno dei racconti più apprezzati di Edgar Allan Poe che quarant’anni più tardi avrebbe ispirato L’isola del tesoro di Stevenson. Un’avventura raccontata alla maniera di Poe, in cui uno dei protagonisti è il narratore, che vive parzialmente la storia, che introduce l’altro protagonista, William Lagrand, autore del ritrovamento del raro esemplare di scarabeo, da cui l’opera mutua il titolo. Nobile ormai decaduto, William Lagrand vive sull’isola di Sullivan con un vecchio schiavo “negro” di nome Jupiter.  Un giorno trova uno scarabeo di colore oro lucente e lo affida temporaneamente al tenente G. la sera stessa riceve la visita di un vecchio amico (e narratore), e per mostrargli il prezioso ritrovamento, ne improvvisa su un foglio uno schizzo, che, inspiegabilmente, assume la forma inquietante di un teschio. Da qui Legrand sembrerà impazzire, come divorato da un’ossessione, un furore emotivo che rimanda al fanatismo. Ma cos’è Lo scarabeo d’oro? Poe sembra suggerirci che questo insetto sfugga a un’interpretazione banalmente allegorica per diventare elemento misterico puro. Infatti la componente mistero non poteva mancare in un racconto di Edgar Allan Poe, che, con una serie di elementi ci immerge in un’atmosfera precisa, fatta di ipotesi di follia e una caccia al tesoro. Lo scarabeo d’oro: due storie parallele In questo racconto lungo assistiamo a due storie parallele, due grandi sequenze: quella del narratore, l’amico che si trova immischiato in un’avventura suo malgrado, e quella dell’uomo che vive appieno l’avventura, Lagrand, che funge da narratore secondario nel processo di decifrazione di un crittogramma che indica il sito di un tesoro nascosto. Sono i due momenti del mistero: la prima è il mistero nel suo insieme, dall’attimo in cui si propone fino al termine degli eventi, nella seconda viene illustrata la risoluzione: come, cioè, il nostro protagonista è stato capace di venire a capo di quella che sembra più un’ossessione dettata dalla pazzia che un vero enigma. Nella prima parte la carica di mistero è fortissima, proprio perché mancano gli elementi per capire cosa stia succedendo, mentre nella seconda il mistero viene svelato passo passo, con l’ausilio di codici e crittografie. Si passa, insomma, dall’astratto del mistero alla concreta presa della logica. Poe ancora una volta dimostra essere un mago della narrazione ed attraverso questo tipo di narrazione, riesce da una parte a dosare le informazioni della storia attraverso una fitta trafila di dubbi, ripetizioni, intensificate da una paura dell’ignoto, che si rivelerà essere l’unica chiave per vivere questa esperienza misterica e d’altra parte permette al lettore, che – come il narratore – è ignaro di molti elementi necessari alla risoluzione dell’enigma, di immedesimarsi meglio nella situazione del nobile decaduto affetto da “alternarsi di umori” e “attacchi di entusiasmo”, a cui si decide di dare credibilità solo nella seconda parte. Attraverso un intreccio perfettamente combinato in […]

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Libri

Nuotando nell’aria, nell’officina di Cristiano Godano e dei Marlene Kuntz

Nuotando nell’aria, scritto dal frontman dei Marlene Kuntz Cristiano Godano ed edito dalla casa editrice “La Nave di Teseo”. Leggere “Nuotando nell’aria”, scritto dal frontman e fondatore dei Marlene Kuntz Cristiano Godano ed edito dalla casa editrice “La Nave di Teseo“, equivale a sporcarsi i polpastrelli di vita, polvere e provincia, e uscirne con lo scheletro incrinato e l’animo che riecheggia di poesia di fumo. La provincia piemontese di Cuneo, evocata con sapienza da incantatore di serpenti da un Godano dalla prosa scorrevole e seducente, ha il sapore dei denti digrignati e del sacrificio, quello contadino e laborioso che si conficca nella spina dorsale dei ragazzi dei Marlene chiamati a farsi le cosiddette ossa. Una provincia che sapeva di stanze da letto, new wave, Sonic Youth e adolescenza dalle unghie rotte e dagli spasmi di stomaco. Toccare con mano le pagine di questo libro vuol dire sbirciare la genesi e la fenomenologia dei Marlene Kuntz e penetrare, in punta di piedi, il retrobottega di Godano e del suo slancio lirico e creativo. Dietro 35 canzoni dei Marlene Kuntz: Nuotando nell’aria, a metà strada tra memoriale e story-telling. Il tutto avvolto dalla prosa semplice ma camaleontica di Cristiano Godano Nel panorama dei gruppi rock italiani, prima che una certa ondata di indie odierno cominciasse a spopolare e imporsi all’attenzione delle masse col suo strascico di dogmi e tòpoi stancamente decodificati, vi erano certezze granitiche. Che sono ancora certezze, nonostante lo scorrere incessante del tempo. Nello scenario del rock italiano, giganteggiavano i Marlene Kuntz, gli Afterhours di Manuel Agnelli, i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, i CSI e i post CSI di Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Angela Baraldi e Giorgio Canali, i Diaframma e altri nomi che si stagliano con l’auctoritas delle pietre miliari. I Marlene Kuntz sono sempre stati quella costola un po’ noisy rock e un po’ cantautorale del rock italiano, quella spaccatura carnale e sensuale che ha sempre venato il panorama roccioso dell’autoreferenzialità della scena musicale, quella riga di caos strisciante e disciplina che ha increspato le acque. Cristiano Godano ci invita, con fare suadente, sornione ed elegante, a imbrattarci con tutta la materia malleabile e vischiosa che costituisce il mondo dei Marlene e lo fa mettendosi a nudo in una penombra letteraria che ci investe coi suoi fasci di luce e i suoi sprazzi di ombra. Il libro è suddiviso nel modo seguente: “Catartica“, “Il Vile” e “Ho ucciso Paranoia“, e ogni paragrafo reca il nome delle tracce di ogni album, in uno story-telling che racconta le canzoni dei Marlene sviscerandone la forma, le origini, la fenomenologia e gli eventi che le hanno fatte nascere. A metà strada tra confessione quasi psicanalitica, scrittura automatica stile beat-generation e flusso di coscienza, Nuotando nell’aria impregna le narici del lettore con l’odore di amori sublimati, donne idealizzate, orgasmi spezzati, amicizie eterne e tour in giro per l’Italia. Il libro è un caleidoscopio intessuto dalla mano sapiente di Godano, che ne modula i colori e le tonalità, fornendoci la sua versione dei Marlene: dalla scelta del nome (in […]

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Recensioni

‘A Rota, lo spettacolo teatrale tra humanitas e mito popolare

Martedì, 24 settembre è andato in scena all’interno del Chiostro di San Domenico Maggiore lo spettacolo ‘A Rota con Marianita Carfora e Ramona Tripodi, con testo e regia di Ramona Tripodi.  Lo spettacolo ha avuto luogo nel cortile del chiostro, a ridosso dei porticati, conferendo al luogo un’atmosfera a metà tra la dimensione ancestrale e onirica del mito popolare e la schiettezza tragicomica della commedia napoletana tipica dell’epos popolare. ‘A Rota, l’umanità e il mito popolare si fondono in scena Calate nella fase storica postbellica, in una Napoli dilaniata dai bombardamenti degli alleati e dai soprusi dei nazisti, è nel 1946 che le uniche due protagoniste in scena Telluccia ( interpretata da una straordinaria Marianita Carfora) e la errante Madonna dalle scarpette rotte (interpretata dalla stessa Ramona Tripodi) tessono l’ordito di una vicenda ambientata a ridosso del referendum del 2 giugno. Telluccia, impegnata a recuperare e ad accudire gli infanti abbandonati nella cosiddetta Rota, è allo stesso momento un’anima dilaniata dalle contingenze del fato del suo destino, subendo la atroce realtà dei pargoletti esposti nella Basilica dell’Annunziata, vittime della miseria della guerra, della fame più atroce, tra le macerie dei bombardamenti e il pianto lancinante dell’abbandono. Telluccia è per antonomasia la maschera che incarna in sé tutta quella humanitas che sgorga negli anfratti di una Napoli, pregna di cultura popolare. Il personaggio, disegnato magistralmente da Ramona Tripodi, ha una chiara vocazione filantropica e nasconde sotto il velo ombroso del suo animo una energia esilarante tutta napoletana, che si manifesta in vorticosi scatti tragicomici. Tuttavia, la sua profonda essenza di donna del popolo verace, tenace, colma di umanità raggiunge un’alchimia perfetta con l’incontro del mito, della religione e della leggenda popolare. Infatti, Telluccia ha mille perplessità, dubbi e paure sull’incerto futuro dei pargoletti esposti e con l’animo ferito da due guerre si abbandona in instancabili monologhi pieni di un dolore ancora fresco cercando un contatto con un’ al di là, in una dimensione alta e altra dove risiede la verità, chiedendosi continuamente quei “perché”, interrogando di continuo quelle statue silenziose, mute  sotto agli occhi algidi e forse un po’assopiti di un Gesù, che oramai è divenuto suo amico. Telluccia li interroga e si risponde; e sa anche che in quella cappella le si presenta quotidianamente un prodigioso miracolo: La Madonna dalle scarpette rotte, si muove, esce per strada, balla il tango e le parla come una confidente.  La Madonna errante consuma le scarpe poichè esce per strada con lo scopo di sfamare gli orfani e i poveri  ed è costretta a far ritorno nella cappella prima che Telluccia e i pargoli la possano scoprire. Le scarpette rotte della Madonna sono consunte e logore, consumate da quelle pietre scheggiate, pregne di cultura, dalla quale erompe il mito popolare vasto e infinito. Il dialogo incessante tra la Madonna e Telluccia, scandita dalle confessioni di Tellucicia, dalle sue angosce, dalla difficile vita terrena, dalla sua  premura materna sono il punto d’incontro tra un realismo spietato, innervato da una prorompente verve comica e un mito popolare striato […]

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Teatro

S.A. Senso Artificiale, alienazione e sentimenti negli anni 2000

S.A. Senso Artificiale è pronto al debutto a Napoli, scopriamone con il suo co-autore Hegel parlava di alienazione come di un processo che portava il soggetto a divenire, in una sorta di transfer subatomico, oggetto. Privato della sua coscienza, esso vaga in un limbo sensoriale in cui i movimenti e i sentimenti vanno a morire, innaffiati dal rancido del quotidiano. Da allora, quella che era soltanto una degenerazione post-industriale si è tramutata in metastasi societaria. A macchia d’olio l’alienazione è diventata virale, come i gattini nel primo Youtube, e ha intaccato le fondamenta emotive di generazioni intere. E la nostra, certo, non fa eccezione, anzi. L’incessante marcia al progresso ha posto l’ultima pietra su una tomba scavata prima dal capitalismo e poi dalla nostra spasmodica incapacità di annoiarci. Sì, perché dopo la morte, è quella la più grande paura del genere umano, insieme a quella di rimaner soli, ovviamente. In questo solco, c’è anche altro, purtroppo. Ci sono, ad esempio, serissime difficoltà tra le persone a relazionarsi, i muri di Berlino alzati dai display retina, e troppa superficialità nel confrontarsi con le proprie emozioni. E il paradosso è che, a breve, avremo robot in grado di superarci anche in questo, un po’ come la creatura con il dottor Frankenstein. Di questi interessantissimi quanto talvolta controversi temi di discussione saranno centrali nello spettacolo S.A. Senso Artificiale, che si appresta ad andare in scena sabato 28 settembre al Teatro Nuovo di Napoli. Ne abbiamo parlato con il suo co-autore, Andrea Cioffi. 1 – S.A. Senso Artificiale è pronto al debutto al Teatro Nuovo, parlacene S.A. – Senso Artificiale è uno spettacolo teatrale che nasce da un’idea di Sara Guardascione e mia. Idea sperimentata in occasione del bando di concorso Nuove Sensibilità 2.0 indetto dal Teatro Pubblico Campano, in cui abbiamo presentato quindici minuti del progetto, insieme ad Alessandro Balletta, classificandoci primi e vincendo, di conseguenza, un premio di produzione per realizzarlo integralmente. A seguito della suddetta vittoria abbiamo realizzato un laboratorio di selezione presso il Teatro Nuovo, durante il quale abbiamo scelto altri due attori che saranno in scena con noi: Gabriele Formato e Luigi Leone. Lo spettacolo, scritto insieme a Daniele Acerra, tratta di intelligenza artificiale: Un ingegnere progetta una macchina antropomorfa dall’avanzata intelligenza artificiale. In quanto macchina non riesce ad empatizzare con essa, in quanto pensante, tuttavia, sfugge ad ogni razionalità, evolvendosi scena dopo scena verso una sensibilità sempre più spiccata. Il tema fantascientifico è per noi un pretesto per esplorare i rapporti umani nella nostra era cibernetica. Sempre più spesso cerchiamo di adoperare criteri matematici all’emotività, diventando sempre più spietati gli uni verso gli altri; viceversa ci alieniamo nei nostri pensieri, incapaci di condividerli con chi ci è accanto. La costante mediazione tecnologica, le comunicazioni telematiche, i ritmi scanditi dai computer, ci stanno rendendo cinici. Credo sia necessario, quindi, per fare del teatro che parli alle persone, per fare del teatro che parli di persone, tener conto della nostra epoca e della sua deriva. 2 – Diversi film hanno trattato, […]

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Recensioni

La luna di Iodice: il dramma esistenziale degli oggetti

La luna di Davide Iodice debutta al Palazzo Fondi: in scena dal 24 al 29 settembre, lo spettacolo del regista napoletano per Teatri Associati di Napoli, scava tra gli scarti e ipnotizza il pubblico. Composizione essenziale quella de La luna di Iodice. Otto attori, nessun personaggio, eterei nell’aspetto come nei movimenti, si muovono su uno spazio scenico essenziale, quello curato da Tiziano Fario: totem di plastica azzurra su pareti nere. I costumi di Daniela Salernitano trasformano una busta di plastica nel manto di una scimmia, nella coda di una sirena. Le luci e i suoni di Antonio Minichini sono cupi, a tratti angoscianti.  Un prologo in versi, di Damiano Rossi, gioca con le parole e con i rifiuti e anticipa lo spettacolo vero e proprio. Giochi di parole, suoni, urla umane, lazzi di bambini, versi animali, voci registrate, musica, interferenze radio proiettano lo spettatore in un mondo surreale, lo spazio lunare in cui i rifiuti prendono vita, raccontano la loro storia, testimoniano ferite, lutti, traumi, momenti, istanti, eventi. Quello di Davide Iodice è il dramma esistenziale degli oggetti.  Una gestazione di due anni quella dello spettacolo, durante la quale Iodice registra testimonianze di persone comuni: ognuno dona un frammento significativo della propria vita, un rifiuto e la storia che questo porta impressa. Se la luna di Ariosto raduna ciò che sulla terra si è perduto, la Luna di Iodice raccoglie lo scarto, il rimosso, ciò che, per una serie innumerevole di ragioni, non vogliamo più. Impigliato tra le molecole che compongono gli oggetti c’è il ricordo di dolori e ferite e se una oggetto viene rifiutato spesso è perché il peso di questi ricordi è insopportabile. Gli attori portano in scena questi rifiuti e il loro dramma: l’abito indossato al funerale di un padre che porta l’odore del lutto, del dolore, della perdita; i fiori essiccati implorano perdono per le botte di un marito, addobbano il cimitero di una relazione, testimoniano il desiderio di un matrimonio felice e duraturo;  gli occhiali rotti portano i segni delle percosse, rievocano le minacce dei bulli; una parrucca azzurra è il simbolo della vergogna, del desiderio di accettazione e del sentimento di inadeguatezza; nelle punte da ballerina il rifiuto, in una cintura il manicomio, in una gabbia per uccelli il suicidio, in una siringa un bambino mai nato. Minimo comune denominatore di queste storie è la morte che compare angosciante, in nero, sulla scena, gobba, convulsa nei movimenti. I rifiuti hanno conosciuto la morte e ne sono la traccia: la morte di un caro, la morte di un amore, la morte dei sogni e della aspettative, la fine dell’infanzia e della gioia, la fine tragica di un breve amore estivo, di un’amicizia. Ma la morte è anche un dono: l’estinto ci fa dono della sua assenza, del vuoto sordo che la sua scomparsa lascia, della riflessione e del perdono che ne devono derivare.  Lo spettatore rimane ipnotizzato da questo spazio lunare e percosso, stordito dalle vite e dalle storie che su di esso convulsamente si consumano […]

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