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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 765 articoli

Teatro

Bartleby di Melville un tenero scrivano: Leo Gullotta al Teatro Sannazaro

Un’anteprima nazionale di rilievo attira al Napoli Teatro Festival 2019 l’attenzione che esso merita nel panorama culturale estivo della città partenopea. Martedì 9 e mercoledì 10 luglio, al Teatro Sannazaro di via Chiaia, è andato infatti in scena un classico della letteratura moderna che ha fatto registrare il tutto esaurito ad entrambe le rappresentazioni. Bartleby lo scrivano – il celebre racconto di Herman Melville datato 1853 – è stato proposto nel riadattamento curato da Francesco Niccolini per la regia di Emanuele Gamba, che soltanto nel 2020 comincerà il suo tour teatrale in giro per l’Italia. A vestire i panni del protagonista Bartleby è Leo Gullotta, volto noto ed amato dagli spettatori che ne hanno applaudito più volte la performance. Funziona l’interazione sul palco con il resto degli attori: con le due brave attrici Giuliana Colzi e Lucia Socci, e con i tre convincenti Andrea Costagli, Dimitri Frosali e Massimo Salvianti. La sceneggiatura è fedele al racconto originale, la scenografia essenziale e le luci e le musiche sapientemente indovinate. Non appena si apre il sipario, compare ciò che ne costituirà l’ambientazione centrale: tre scrivanie, cinque sedie e cinque lampade accanto ad esse. Una porta sullo sfondo che nasconde un bagno e un lavandino. Fa il suo ingresso Rita, la donna delle pulizie armata di straccio e spazzolone: non le sfugge una briciola nel suo pulire in lungo e in largo quel luogo così sobrio pieno di faldoni, fascicoli, e carta per scrivere. Uno ad uno fanno poi il loro ingresso coloro che a quel luogo conferiscono la giusta atmosfera: uno studio legale diretto da un avvocato senza nome, apparentemente buono e giusto, aiutato dai suoi tre dipendenti Turkey, Nippers e Miss Ginger, che in questa versione è una donna e dunque differisce dal fattorino Ginger Nut melvilliano.Le caratteristiche dei personaggi sono altrimenti rispettate: Turkey è un modello di efficienza al mattino, ma dopo pranzo diventa insolente e scontroso; Nippers è invece intrattabile al mattino ma dà il suo meglio di pomeriggio. I ritmi dello studio si susseguono simili ed uguali, cadenzati da una musica da “loop” che li accompagna, finché il principale non decide di assumere un nuovo scrivano. All’annuncio di lavoro risponde Bartleby, che si presenta in ufficio vestito di grigio, un colore non casuale volto ad amplificarne la cifra antracite di fondo. Gullotta rispecchia in tutto e per tutto la “gentilezza cadaverica” che deve impersonare. Bartleby lavora come il più dedito degli scrivani: non ha eguali per la bravura nel redigere, la rapidità di esecuzione, l’assenza di errori. Ma non appena gli viene chiesta una qualsiasi cosa che esuli dalla mansione per cui è stato assunto, egli rifiuta con la battuta ferma che l’ha reso celebre nella storia della letteratura: «I would prefer not to», qui reso con un grave: «Avrei preferenza di no». C’è stupore, incredulità, malumore, un turbinio di reazioni incresciose e contrarie girano attorno alla solidità dello scrivano che fa tutt’uno con la sua sedia alla scrivania e puntualmente preferisce non fare altro che ciò che deve […]

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Teatro

The Handmaid’s Tale, racconto distopico di una donna-oggetto

È andato in scena il 6 luglio alla Galleria Toledo The Handmaid’s Tale- Il racconto dell’Ancella, spettacolo tratto dal romanzo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza. Non ci sono dialoghi ma solo un lungo, intenso monologo, recitato dalla talentuosa Viola Graziosi, che con grande pathos trasporta lo spettatore nel distopico mondo di Gilead, dove la donna è tale solo se in grado di partorire un figlio. Le altre sono non-donne, ribelli, amorali, usurpatrici indegne di un corpo fatto esclusivamente per generare vite. The Handmaid’s Tale e la lotta per la rivendicazione del corpo femminile A Gilead, la famiglia non può certo dirsi “tradizionale”: è composta da un Capitano, una moglie sterile e un’ancella fertile, utilizzata come mero strumento di concepimento. Una volta adempiuto al loro dovere, le ancelle vengono allontanate dal bambino che hanno messo al mondo, che diventa a pieno titolo figlio “legittimo” dei padroni. Difred è l’Ancella del Capitano Fred Waterford, sposato con Serena Joy, e come tutte le altre indossa un lungo abito rosso, il colore del sangue, e un cappellino bianco con le alette che servono a coprire il volto, mascherando la sua femminilità. Le ancelle passeggiano  due a due, con il capo chino, rompendo il silenzio per pronunciare espressioni come Benedetto il frutto, Possa il signore schiudere, Il signore ci ha mandato bel tempo, Sia lode. Un repertorio di frasi di circostanza che diventa l’unico modo per comunicare, dato che i libri sono stati mandati al rogo e scrivere è severamente vietato. L’unica lettura concessa è la Bibbia, testo ritenuto utile per l’educazione di donne devote e sottomesse all’autorità del pater familias. June lavora nel campo dell’editoria, è sposata con Luke ed è madre di una bambina. Immagina di comprare una casa grande col giardino e l’altalena, poco importa il fatto che non può permettersela: è una giovane donna libera, padrona del suo corpo e della sua mente, piena di entusiasmo, passione e curiosità, circondata dalle persone che ama. Dopo una guerra civile la vita di June viene completamente stravolta, perché il regime teocratico totalitario di Gilead prende il comando nella zona un tempo conosciuta come Stati Uniti e le donne in età fertile vengono allontanate dalle loro famiglie per trasformarsi in incubatrici a servizio di ricchi senza scrupoli. È così che June diventa (proprietà) Di-Fred, costretta a subire la mortificazione del suo corpo di donna attraverso un atto sessuale che non può essere chiamato copulazione, dato che manca il consenso di entrambi i partner, né stupro, in quanto è stato sottoscritto un accordo. Il tutto sotto gli occhi di Serena, che a differenza delle altre mogli non prova malvagia soddisfazione ma solo inerme disgusto e repulsione. Chi di noi sta peggio, lei o io?  Viola Graziosi portavoce dei diritti delle donne La scena si apre con una serie di scarpe rosse disposte sul palco, richiamando l’immagine delle manifestazioni contro la violenza sulle donne. Ed è proprio di violenza che si parla ne Il racconto dell’ancella, lettura scenica elaborata da Loredana Lipperini per […]

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Teatro

Il Principe e la Luna, un viaggio onirico: a cura di Mario Autore

Il Principe e la Luna di Mario Autore: il ritorno della compagnia Teatro in Fabula al Napoli Teatro Festival. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità”. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry Per il Napoli Teatro Festival Italia 2019, Teatro in Fabula ha presentato alla Galleria Toledo Il Principe e la Luna, uno spettacolo con Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova. Il progetto, le musiche originali e la regia a cura di Mario Autore, i costumi e gli elementi scenici di Federica Pirone. Protagonista del racconto è Louìs, che trascorre il suo tempo nel testardo tentativo di raggiungere la luna. Puntualmente fallisce, ma la sua aspirazione lo induce a ritentare ogni volta. L’incontro con una ragazzina di nome Lea spinge lo strampalato inventore a ripercorrere la storia dei suoi tentativi.  Chi ha detto che i sogni devono restare chiusi nel cassetto? Bisognerebbe non smettere mai di realizzare i propri sogni, o almeno provarci, perché, in fondo, anche questo è un modo di sentirsi vivi. Lo sa bene Louìs, che, dando voce al bambino che è in lui, si adopera per raggiungere la luna, di cui si scopre innamorato una sera qualunque e, affrontando peripezie di ogni genere, riesce a raggiungerla.  Louìs, interpretato con estrema bravura dall’istrionico Giuseppe Cerrone, pur con un linguaggio incomprensibile, riesce attraverso la sua mimica a far arrivare al pubblico il campionario infinito dei suoi sentimenti, tanto belli, quanto semplici e incontaminati, con la complicità di una meravigliosa Melissa Di Genova, che veste i panni di Lea.  Inevitabile non pensare al Piccolo Principe e al suo sguardo sul mondo tanto profondo, quanto lontano dalla superficialità del mondo dei grandi, ciechi verso tutto ciò che davvero conta nella vita, se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi. Il Principe e la Luna di Mario Autore, spettacolo decisamente sui generis Il Principe e la Luna, uno spettacolo che colpisce, rapisce, stupisce, per il suo carattere estremamente poco convenzionale, per la sua scenografia dai tratti onirici, che ricorda le tinte fiabesche delle pellicole di Wes Anderson; per i suoi personaggi che sembrano usciti da un libro di storie per bambini; per la trama, che pur nella sua semplicità, si fa portavoce di un messaggio significativo: l’importanza dei sogni e della visione incantata della vita che l’età tende a portar via, perché tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. Note dell’Autore Lo spettacolo è concepito come una forma di pantomima, in cui la componente sonora e musicale fa da drammaturgia, sostenendo ritmicamente ed emotivamente la scena.  La lingua è un grammelot arcaico, una sorta di lingua primitiva e meticcia, un pidgin infantile. La musica riprodotta, tutta originale, ripropone in forma sonora gli ambienti immaginari dei protagonisti. I riferimenti sono il cinema muto, i personaggi anomali, buffi ed alieni, i cartoni Pixar e i maestri Charlie Chaplin e Buster Keaton, il circo teatro. Il Principe e la Luna è una ricerca sul desiderio: il desiderio quale motore […]

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Teatro

Tu, mio al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

Il Real Orto Botanico di Napoli continua a essere l’ideale palcoscenico per la rassegna estiva di spettacoli Brividi d’Estate 2019, organizzata da Il Pozzo e il Pendolo. È la volta di Tu, mio, tratto dall’omonimo testo di Erri De Luca, egregiamente interpretato da Nico Ciliberti, accompagnato dalle musiche dal vivo di Giacinto Piracci, per la regia di Annamaria Russo. In una calda sera d’estate, attraversando viali circondati da fitte piante, un piccolo palchetto illuminato qui e lì da candele di luce fioca e traballante, perfette per accogliere lo spettatore ed immergerlo in un’atmosfera suggestiva. Sul palco Nico Ciliberti, accompagnato alla chitarra da Giacinto Piracci, si destreggia tra le pagine di un libro affascinante e coinvolgente. Sembra di sentire la salsedine del mare e i profumi di un’isola perduta. Il ragazzo e il mare, e sullo sfondo i cocci di una guerra appena terminata, che lascia un piccolo spazio ad una rinata speranza, alla vita che ricomincia. In un piccolo paese del meridione italiano nel dopoguerra, un io-narrante sedicenne vive la sua «estate brutale di amore e di furore», a contatto con le regole inflessibili del mare, tra le parole sagge dello zio e le conversazioni sulla guerra con il pescatore Nicola, che è stato soldato sul fronte orientale. Il protagonista si misura con un mondo che  non conosce, libero, ma anche interessato a quella Storia di guerra che ormai si sta seppellendo anche nei racconti dei reduci. Erri De Luca non descrive un tormentato Agostino, piuttosto pare riproporre in chiave più problematica la spinta vitale del giovane Arturo morantiano, sullo sfondo di un paesaggio-personaggio almeno topograficamente affine. Proprio l’isola, infatti, è il luogo d’incontro con una ragazza di qualche anno più grande che, per uno strano sortilegio, vede rivivere nel ragazzo il fantasma del padre ucciso dai tedeschi. Lei è Caia, o Hàiele, come si dovrebbe pronunciare, un’ebrea che si finge romena per sfuggire al pregiudizio sulla sua razza ancora inculcato nella mente di chi ha vissuto. Difatti, sarà proprio il pescatore Nicola a rivelare il “losco segreto” al protagonista, sarà proprio chi ha vissuto quella realtà fatta di odio e vendetta a ricordare il suono di quel nome. “Guagliò, che brutta carogna è a guerra. […] Che vuoi sapere, tu sei venuto quando non c’era più niente, né tedeschi, né ebbrei, solo americani hai visto tu […]. Si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri. Tenevamo vent’anni, ci hanno pestato come le olive e come le olive non abbiamo fatto rumore. Erano ebbree, ci chiedevano di salvare i bambini, ce li mettevano in braccio a noi soldati italiani che eravamo i nemici e noi non potevamo fare niente.” – tuona Nico Ciliberti con un accento perfetto. Il giovane si ritrova ad affrontare una relazione alquanto particolare con Caia, interpretando il ruolo del padre perduto. Piuttosto che vivere una classica storia d’amore adolescenziale, il protagonista assume dunque più volte  gli atteggiamenti e l’intonazione di voce del padre di Caia, in un […]

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Teatro

Centro storico, raccolto di periferia: spaccato di solidarietà

“Centro storico, raccolto di periferia” in scena al Palazzo reale il 7 luglio | Recensione “È malacqua, è malacqua, è fernuta ‘a zezzenella È malacqua, è malacqua oggi è n’ata jacuvella …nun galleggia ‘a paparella” La Compagnia Teatri di Popolo — nata nel 1999 e che dal 2014 collabora con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL di Salerno — presenta al NTFI 2019 una nuova drammaturgia, che racconta quanto sia spesso la “periferia” a disegnare il “centro” della felicità, con lo spettacolo “Centro storico, raccolto di periferia” Centro isolato di periferia. I suoi abitanti, uniti da solidarietà e da un legame quasi familiare, dettato dalla condivisione della quotidianità, trascinano i loro giorni scanditi da ritmi sempre uguali in un equilibrio rassicurante. Il professore, la massaia, la casa di appuntamenti, dove la gente va per fa’ passà ‘o tiemp’ chiù velocemente, e Don Mimì. Don Mimì, detto o’ Lion’, pietra miliare del quartiere, custode di memoria e di vita, garante di tutte le sue creature: gli abitanti di quel centro isolato di periferia. Ogni giorno Don Mimì trascina il suo carretto e i suoi anni in piazza, con quella cantilena sulle labbra che sa di casa, che è rassicurante come una ninnananna per i bambini che affidano il loro sonno alle braccia di una madre. Per ogni problema Don Mimì è lì, la sua mano è sempre tesa al prossimo contro le difficoltà del quotidiano. Ma chi è davvero Don Mimì? Da dove arrivano i suoi guadagni? Sono questi gli interrogativi che stanno dietro il suo arresto, che inducono il brigadiere a costringerlo dietro le sbarre.  Con la fine della perdita della libertà del Leone coincide la fine della tranquillità del piccolo centro isolato di periferia. La casa di appuntamenti chiusa, i furti e i malori del Professore, il licenziamento della massaia. E così, il brigadiere è costretto a riformularsi la domanda: ma chi è davvero Mimì? E riformulata sarà anche la risposta. Mimì, memoria storica, uomo dalla proverbiale generosità è una presenza di cui il quartiere non può fare a meno. La polizia si vedrà allora costretta a fare uso di uno strumento assente tra le ordinarie pratiche del suo delicato ufficio, un dispositivo non presente tra le innumerevoli leggi: la creatività. Centro storico, raccolto di periferia: spaccato di vita così semplice e così complesso Lo spettacolo curato da Marco Dell’Acqua incanta per la profondità e pienezza dei suoi personaggi, che si muovono in una scarna scenografia fatta si travi di legno e panni stesi. Personaggi che, con la loro autenticità, con la loro semplicità, arrivano al cuore. La pièce si propone di illuminare e restituire centralità alle sofisticate abilità di ogni comunità solidale, quando inventa soluzioni spontanee e ingegnose per trasformare la sopravvivenza in vita. La complessità della vita diventa così occasione per riconsiderare il significato produttivo della condivisione e il suo inspiegabile mistero, luogo privilegiato in cui abita la più commuovente delle poesie, l’amore, come inesauribile forza di ogni felice creazione di senso per il benessere di tutti.   CENTRO STORICO, […]

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Teatro

L’amico ritrovato all’Orto Botanico: intervista a Paolo Cresta

“Ho esitato un po’ prima di scrivere che avrei dato volentieri la vita per un amico… Ma sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia.” (Hans Schwarz) Nella calda serata del 7 luglio, per la rassegna Brividi d’Estate di Il Pozzo e il Pendolo, il Real Orto Botanico di Napoli ha ospitato L’amico ritrovato, il celebre e toccante romanzo di Fred Uhlman riletto ed interpretato dall’attore Paolo Cresta, accompagnato da Giacinto Piracci alla chitarra elettrica, che ha evidenziato i momenti più toccanti del romanzo di Uhlman, che racconta un incontro, quello tra Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e il conte Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una nobile famiglia ariana nella Stoccarda degli anni ’30, che ha i caratteri di un’epifania. L’incontro casuale tra i due sedicenni tra i banchi di scuola, raccontato dalla voce di Paolo Cresta, si rivelerà per entrambi illuminante e quasi salvifico: anime solitarie e sorprendentemente simili, con un altissimo senso dell’amicizia ed un innato senso di lealtà, i due si scopriranno complementari e reciprocamente necessari ed il loro rapporto, pur consumandosi nel breve tempo di un anno, non si esaurirà mai davvero, tanto che, a 30 anni dalla loro separazione, Hans afferma che Konradin entrò nella sua vita in un giorno di scuola del 1932, “per non uscirne mai più“. Di Hans e Konradin, della potenza delle parole e del sempre attuale testo di Uhlman abbiamo parlato con Paolo Cresta. L’amico ritrovato è un grande classico. In che modo ha lavorato sul testo di Uhlman per adattarlo allo spettacolo? Da alcuni anni, nella mia attività di narratore ho voglia di portare in teatro la Letteratura, quei libri che mi hanno emozionato e lasciato qualcosa, o che spesso mi sono stati consigliati da persone a me care. Il lavoro è nel trasformare un testo che è nato per essere letto e va quindi traslato, viene “tradotto” in un altro linguaggio espressivo, in una nuova forma. Si tratta di impossessarsi di un testo, farlo vibrare, renderlo tridimensionale. Che ruolo ha la musica in questa operazione? La musica, insieme al testo, ha la capacità di raccontare. Sono fortunato, perché lavoro con grandi musicisti, come Giacinto Piracci, che è stato accanto a me questa sera. Musicisti di grande talento che sono in grado di far raccontare alla musica non soltanto ciò che dice il testo, ma ciò che, nella nostra interpretazione, siamo noi a voler tirare fuori. La musica legge tra le righe. La composizione della musica di questa sera è frutto del lavoro di Giacinto Piracci, è tutto originale e pensato per questo spettacolo ed è fantastico. L’amico ritrovato è non soltanto un grande classico, ma uno dei testi cardine della letteratura per ragazzi. Le è già capitato di proporlo a gruppi di giovani e giovanissimi? È da una decina d’anni che mettiamo in scena L’amico ritrovato. Lo abbiamo fatto anche per le scuole, con risultati straordinari, ottenendo dagli studenti silenzio ed attenzione. È […]

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Teatro

A Pompei debutta il Satyricon di Francesco Piccolo: la malinconia della festa

Debutta al Teatro Grande di Pompei il terzo appuntamento del “Pompeii Theatrum Mundi”, la prima assoluta del Satyricon riscritto da Francesco Piccolo e diretto da Andrea De Rosa, in scena fino a sabato 6 luglio. Liberamente ispirato al Satyricon di Petronio, in realtà richiamato solo dal grottesco “funerale di Trimalcione”, ospita una scenografia inedita: un solenne trono a forma di water dorato, dove un Trimalcione romanesco, il bravissimo Antonino Iuorio, è il maestro della festa. Attorno a lui ruotano come trottole donne e uomini, che si alternano in frasi fatte e coreografie ritmate, e al centro della scena Fortunata, una vegana-animalista, nuda, l’anima bella, l’illusa. Il Satyricon di Francesco Piccolo: la trama Encolpio, Ascilto e Gitone si interrogano, annoiati, su come trascorrere la serata. La scelta ricade sulla festa di Trimalcione, un uomo rozzo, ma ricchissimo, che elenca un interminabile menù, composto da piatti raffinatissimi e improbabili, rilanciati con gioia ed entusiasmo esasperato dagli invitati che, come si fa alle feste, scivolano tra luoghi comuni e banalità. Sulla scena arriva Fortunata, la moglie di Trimalcione, che vorrebbe condividere con gli altri il suo amore per gli animali, la sua scelta di diventare vegana, la convinzione sulla pericolosità delle proteine animali, la preoccupazione per l’inquinamento e la deforestazione, fino allo spreco dell’acqua e le multinazionali che si arricchiscono e sperperano tutti i loro capitali. Si spoglia, perché è priva di sovrastrutture. Il suo mondo così semplice, così puro. Trimalcione, invece, dall’alto del suo “cesso” si vanta dei modi amorali e squallidi con i quali si è arricchito. Ruggisce a Fortunata l’inutilità dei suoi discorsi, declamando con rinnovata energia le portate della cena, al cui richiamo gli invitati continuano ritmicamente a vomitare frasi fatte. Tra gli uomini che si muovono in maniera compulsiva anche un intellettuale, che inizia uno sproloquio su quanto la sua categoria fosse più intelligente, corretta, giusta, su tutte le cause che ha firmato: contro la guerra e poi per la pace, per la procreazione assistita e una volta forse pure contro, e poi il cancro, l’abolizione dei vitalizi, e poi, sì, altre cose giuste, che ora non ricorda. Lo spettacolo prosegue cadenzato e ripetitivo, ma mai noioso. Mentre Fortunata cerca di convincere tutti delle virtù benefiche delle mele e su quanto siano meravigliosi i cani e quanto importante non mangiare la carne degli animali, confessa la sua infelicità, nonostante la ricchezza in cui vive. Nel frattempo, tra gli invitati, che continuano a ballare, a scambiarsi opinioni sulle relazioni di coppia, una di loro confessa di essere disperata perché ha saputo che c’è un’altra festa! E allora tutti cadono nello sconforto. Forse hanno scelto la festa sbagliata, forse ci sarà sempre una festa più bella. Come si fa ad essere sicuri che si sta partecipando alla festa più bella? Divertirsi a tutti costi è l’unico antidoto al dolore e le feste servono solo a far vedere cosa si fa nella vita. Ma sul palco qualcuno inizia a sentirsi stanco: si stanno realmente divertendo? Ora sono tutti un po’ svestiti, […]

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Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare

Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare: Il pozzo e il pendolo ci regala nuovi “Brividi d’estate” con la lettura di “Lettera a un bambino mai nato”. L’Orto Botanico, una scenografia essenziale, luci basse, ombre, la voce di Rosalba Di Girolamo, le parole di Oriana Fallaci, musica. “Stanotte ho saputo che c’eri”. “Essere madre non è un mestiere e nemmeno un dovere, essere madre è un diritto”. Lettera a un bambino mai nato è la paradossale celebrazione della vita, della scelta di dare la vita pur continuando ad essere, ad esistere come donna oltre che come madre. Lettera a un bambino mai nato è la storia di una una donna che prima è stata una figlia non desiderata e che ora è madre di un figlio non cercato. Rosalba Di Girolamo mette in scena il dubbio, il ripensamento, la lacerante scelta tra essere donna e essere madre, poiché l’essere madre a volte esclude la possibilità di essere donna. 3 settimane: 2 mm e mezzo eppure il tuo cuore, in proporzione, è 9 volte più grande del mio. Questo essere che ancora non esiste è presente e la sua sola presenza le impone di donargli la vita anche se c’è un padre che medita su come disfarsene; di metterlo al mondo anche se il mondo è un mondo difficile, un mondo di uomini, un mondo che pensa al maschile; di farlo nascere anche se questo bambino potrebbe non volerlo, perché farlo nascere è la cosa giusta. A 5 settimane sei 3 mm, simile ad una larva, un essere senza volto e senza cervello, un essere che ignora di esistere. La protagonista è una donna continuamente preda del dubbio e di umori variabili e discordanti, che vede in questo bambino, in questo essere che “le ruba se stessa”, che “respira il suo respiro“, una minaccia alla sua esistenza come donna, come giornalista.  6 settimane: un pesciolino con le ali, la scienza mi ha dato la certezza che esisti. Questa donna farà un figlio senza un uomo in un mondo fatto su misura per gli uomini: allora lei dovrà proteggere se stessa e il suo bambino dagli sguardi scandalizzati, dal biasimo e dalla silenziosa condanna del farmacista che le vende la luteina, del sarto a cui chiede un cappotto più “abbondante” per l’inverno che verrà, del commendatore “che aveva grandi progetti per lei”, della sua amica sposata al quarto aborto in 3 anni. Nonostante ciò, il solo pensiero di uccidere questo bambino la uccide: lo proteggerà da tutto e da tutti, ma non da se stessa.  2 mesi: l’embrione diventa feto. Le cose si complicano. Il commendatore ha un progetto cucito addosso a lei, il medico le impone il riposo. La tenerezza della maternità non scalfisce la fierezza di essere donna. Essere donna mentre si è madre sta diventando sempre più difficile; scegliere diventa sempre più doloroso.  3 mesi: 6 cm e 8 grammi Il padre che voleva disfarsene, che cercava soluzioni ad un “crimine” commesso in due, ci ripensa: questo bambino […]

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Orgoglio e pregiudizio, attualità di un amore per la regia di Arturo Cirillo

Nell’ambito della rassegna Napoli Teatro Festival è andato in scena il 4 luglio, al Teatro Mercadante, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen con l’adattamento teatrale di Antonio Piccolo e la regia di Arturo Cirillo. Perché riproporre ancora una volta un classico così noto? La risposta è insita nella domanda: come afferma Calvino, infatti, un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. E la storia di Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy ha ancora tanto da raccontare. Orgoglio e pregiudizio, lo spirito anticonformista di Elizabeth Per una ragazza, nascere nell’Inghilterra dell’Ottocento significa avere come unico obiettivo nella vita quello di trovare marito, meglio ancora se ricco e con un nome rispettabile. Lezioni di piano, canto, cucito, francese, tutto finalizzato a costruire l’immagine della moglie educata, devota e remissiva. Comprendere le dinamiche distorte di questa impalcatura sociale costa grande fatica ad Elizabeth, giovane donna intelligente ed ironica, che guarda alla società che la circonda con uno sguardo critico che smonta poco a poco la gabbia dorata dentro cui si trova intrappolata. A tessere le fila della tela è la signora Bennet, interpretata magistralmente da Alessandra de Santis, che spinta dall’avidità mira a sistemare le sue figlie con matrimoni vantaggiosi, per potersi così vantare della fortuna e del successo della sua famiglia. Cosa importa se Jane, la figlia maggiore, rischia di ammalarsi di polmonite per raggiungere la casa dei Bingley sotto la pioggia, o se Lizzy è costretta a sposare lo squallido Collins per salvaguardare la proprietà dei Bennet: tutto questo sarà servito a conquistare la tanto agognata posizione in società, che conta più del vero amore e della realizzazione personale. Elizabeth diventa la portavoce fuori dal coro del punto di vista della Austen, che con il suo sguardo acuto e distaccato si sottrae a questo mondo fatto di ipocrisia e di apparenza, prendendo in giro i suoi personaggi e ridacchiando tra sé stando nascosta dietro le quinte di questa veritiera messa in scena. Elizabeth e Darcy, un amore che rompe gli schemi Due persone che apparentemente non hanno nulla da dirsi, che si fraintendono continuamente, che vivono il ballo come l’ennesima pantomima finiscono per innamorarsi l’uno dell’altra. Quella di Elizabeth e Darcy è una delle coppie più male assortite e conflittuali che la letteratura abbia prodotto, eppure una delle più amate. I due, interpretati da Valentina Picello e Riccardo Buffonini, incarnano l’una l’orgoglio, l’altro il pregiudizio: come sposare colui che è artefice dell’infelicità della sorella? Come legare il proprio destino ad una donna noncurante delle opinioni altrui, testarda, priva di patrimonio e con una madre dalla condotta discutibile? Spogliandosi di tutte le sovrastrutture, andando contro le convenzioni sociali e le imposizioni familiari, superando i propri preconcetti per ritrovarsi nello spirito comune di ribelli anticonformisti.  Grande prova d’attore per Arturo Cirillo, interprete del signor Bennet e di Lady Catherine De Bourgh, che ha riscosso il plauso del pubblico con senso dell’umorismo e battute di spirito, il tutto coadiuvato dai costumi di Gianluca Falaschi, che ha […]

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Il tempo è veleno: Tony Laudadio gioca con il tempo

Il tempo è veleno: Tony Laudadio al Sannazzaro Per il Napoli Teatro Festival, va in scena al Sannazzaro “Il tempo è veleno” di Tony Laudadio, per la regia di Francesco Saponaro: un gioco di incastri, di vertiginosi salti temporali dagli anni ’70 ad oggi. “Napoli all’inizio ha le braccia conserte, ma dopo un po’ si apre“: una Napoli un po’ diffidente e guardinga è la città che ospita le varie generazioni di una famiglia controversa e turbolenta, ma tutto sommato legata anche nella lontananza, presente anche nell’assenza, una famiglia per la quale “il tempo è veleno“. Bianca è una donna “dannosa” che ha paura del futuro, delle scelte fatte, di quelle ancora da fare, della sua gravidanza, di se stessa. Paco è un uomo leggero, nonostante il peso dei suoi segreti, dotato di un inossidabile ottimismo che cerca, invano, di trasmettere alla moglie Bianca.  Sara e Marta sono le due figlie che nasceranno da questa unione e che dovranno poi, in età adolescenziale, affrontare la perdita dei genitori. Sara è una primogenita immatura e irrisolta, che cerca scorciatoie, che non percepisce i danni causati dalle sue scelte sbagliate. Marta è posata fino al punto di risultare inquadrata, è ancorata al passato, disperatamente intenzionata a non perdere ciò che resta del suo nido. Negli anni ’70 si dipanano classiche dinamiche familiari, domestiche, consueti giochi di ruolo tra Bianca e Paco: maschio/femmina, marito/moglie, madre ansiosa/padre irresponsabile. Piani temporali si intersecano, generazioni si susseguono, persone che non ci sono più manifestano ancora la loro presenza, coloro che sopravvivono affrontano le perdite e le verità che dal passato riemergono in modo diverso. Sulla scena convivono personaggi calati in piani temporali diversi, madri giovani e figlie ormai adolescenti o addirittura mature, gli anni ’70 e la caduta del muro di Berlino, Craxi e la guerra in Jugoslavia, un mutuo da accendere e una casa ormai vecchia da mettere in vendita. L’incontro con un, solo apparentemente sconosciuto, possibile acquirente della casa di famiglia, tale Ennio, porterà la Marta ormai matura a confessarsi, a riaprire ferite che il tempo non ha sanato, a fare i conti con i suoi fantasmi. Il tempo di questa commedia amara e melanconica è un tempo che non sana, ma lascia, invece, evidenti cicatrici; è un tempo “velenoso” che alimenta morbosamente il ricordo. Marta nelle sua negazione del dolore continuerà a “coltivare i suoi fantasmi“, ad accoglierli in casa, a nutrirli con la bellezza, con l’affetto, con il dolore, con la memoria. Ad avvelenare i rapporti e le persone non è solo il tempo: i rapporti si inquinano con bugie, segreti, frasi infelici, scelte non condivise e non condivisibili. I fantasmi abitano il passato nella forma dei ricordi, abitano il futuro nella forma dei desideri repressi, delle passioni e dei sogni frustrati, delle strade non battute; abitano, infine, il presente nella forma di verità dure da accettare e rancori difficili da sciogliere.   Foto in evidenza: https://www.napoliteatrofestival.it/

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