Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 908 articoli

Teatro

Teatro a un metro: il coronavirus si combatte con la creatività e la cultura

L’assalto ai supermercati. Gli atti di razzismo. L’assenza di una reale alternativa alla didattica frontale. L’inarrestabile quanto imprevedibile avanzata del coronavirus sta evidenziando quanta pochezza ci sia nel nostro sistema culturale, sociale ed organizzativo. Il fatto stesso che ci si nasconda dietro un “nessuno poteva prevedere” riassume egregiamente la miopia dei governi e l’incapacità di adattamento dell’essere umano italico, che da due settimane a questa parte non fa che lamentarsi, che piangersi addosso. E la stessa pandemia si sta diffondendo anche nella macchina dello spettacolo che purtroppo rischia di essere tra le più colpite dal (giustissimo) decreto firmato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che prevede la sospensione delle manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportino affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro. Ma a differenza del mondo scuola, completamente allo sbando in termini di soluzioni, delle prime idee per evitare il tracollo del settore stanno fiorendo. Una di queste è la fruizione in streaming dei contenuti, un’altra (in perfetta simbiosi con l’Art 2./e che invita le associazioni a creare eventi alternativi)  ci viene da Sara Guardascione, Andrea Cioffi e Franco Nappi, giovane gruppo di attori, di cui abbiamo scelto di supportare la causa, pubblicando il seguente appello: Teatro a un metro Lettera al pubblico e ai teatranti per sopravvivere alla crisi. Gentile pubblico, gentili colleghi, stiamo vivendo un momento difficile, e lo sappiamo. Lo abbiamo letto e riletto. Lo abbiamo detto in tutti i modi. Il nostro meraviglioso mondo, il teatro, è in ginocchio e a farne le spese siamo tutti, al di là e al di qua del sipario. Mentre le compagnie, i direttori artistici, gli amministratori si stanno battendo per noi tutti, per far fronte all’impossibilità di tenere aperti i teatri, la nostra casa, noi vogliamo affiancarli e darci da fare perché il teatro non resti muto per così tanto tempo e perché il lavoro dell’attore, che da sempre si dedica a rallegrare, commuovere, sensibilizzare, divertire, far riflettere la società, non si spenga e perda di valore. Abbiamo a cuore il benessere nostro e del pubblico. Benessere fisico, che ci vede costretti, giustamente, a rispettare delle norme di cautela, per la nostra salute; benessere d’animo, poiché il bisogno di arte, di bellezza e di teatro è forte più che mai in momenti come questi; e anche benessere economico, poiché sospendere ogni attività significa privare un’intera categoria professionale della possibilità di sostentamento. Per questo noi non vogliamo che la macchina teatrale si fermi. Pertanto, in ottemperanza al Decreto Ministeriale del 4 Marzo, proponiamo un evento teatrale d’emergenza: Teatro a un metro Sfruttando uno spazio privato e all’aperto, garantendo la distanza minima di un metro tra uno spettatore e l’altro ed evitando ingressi stretti e attese affollate, facciamo partire oggi piccoli eventi teatrali, a pochissimi attori, per un massimo di dieci spettatori per volta. Invitiamo tutti i colleghi che ne hanno la possibilità a unirsi a noi, […]

... continua la lettura
Recensioni

I ragazzi che si amano di Gabriele Lavia al Teatro Nuovo

Una panchina verde, lampioni, qualche foglia morta, un tavolo con dei fiori e qualche sedia. Un uomo vestito di grigio, con un impermeabile e un cappello, in mano una Gauloise “papier mais”. Parigi, deve essere Parigi. Le parole dell’uomo, i suoi versi, ci riportano nell’atmosfera magica d’una sera parigina, l’ambientazione tipica di una delle più celebri poesie d’amore. Ma no, l’uomo rompe l’incanto. Siamo a teatro, precisamente al Teatro Nuovo di Napoli; l’attore e sceneggiatore è Gabriele Lavia, che presenta il suo recital ispirato al beneamato poeta Jacques Prevért intitolato I ragazzi che si amano (in scena fino all’8 marzo). L’intento dell’autore è quello di rileggere i versi del poeta d’amore sotto una veste diversa; al centro le poesie, contorniate da una prosa che, come afferma lo stesso Lavia, si adatta di volta in volta al pubblico a cui si rivolge. L’amore la fa da padrone. Quello che però viene messo in rilievo è il contesto dal quale le poesie di Prevért partono. Una Parigi novecentesca ed esistenzialista, dove è il monumentale Jean-Paul Sartre a farla da padrone, che sembra fare a pugni con la semplicità delle poesie di Prevért; sarà sempre a lui che il poeta si rivolgerà. Lavia però sembra sollevare il velo del senso letterale delle sue poesie, per portare in auge qualcosa di più profondo e concreto, partendo da quella più famosa: I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è la loro ombra soltanto Che trema nella notte Stimolando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Essi sono altrove molto più lontano della notte Molto più in alto del giorno Nell’abbagliante splendore del loro primo amore. Sotto il linguaggio semplice e spontaneo, apparentemente lontano dalla profondità esistenzialista, l’attore riscopre un mondo che affonda le sue radici nel mito fondatore della cultura occidentale: il platonico mito della caverna. Rileggendo la poesia d’amore, le immagini del mito sono tutte lì: la luce del giorno, le ombre proiettate, e poi un amore che si fa universale e che non smette di ripetere ciò che ha scoperto, anche se gli altri non lo comprendono. Ma gli amanti sono altrove. E partendo dalla lingua originaria della poesia, “les enfants“, ingiustamente tradotto con “i ragazzi“, sembra riecheggiare il primo verso della Marsigliese, e allora non è traducibile con due entità circoscrivibili, né bambini né ragazzi, bensì l’umanità intera, che si ama, baciandosi in piedi, opponendosi alle tenebre, ultimo baluardo/barricata di fronte al buio dell’esistenza. E l’uomo è come la rosa, che vive e basta, senza un perché, per natura destinato a farsi attraversare dall’amore e dall’odio. L’amore, declinato dall’attore attraverso i versi del poeta, è sempre universale e quotidiano, è la vita stessa, come nella poesia Canzone: Che giorno siamo noi Noi siamo tutti i giorni […]

... continua la lettura
Teatro

Eros e Priapo, il libro delle furie alla Galleria Toledo

Eros e Priapo, il libro delle furie: Massimo Verdastro porta Gadda alla Galleria Toledo dal 3 all’8 marzo. Massimo Verdastro, in collaborazione con la Compagnia Diaghilev e con Galleria Toledo, è regista, ma sopratutto interprete appassionato e appassionante di Eros e Priapo, satira antifascista velenosa e corrosiva scritta da Gadda durante il secondo conflitto mondiale e pubblicata solo nel ’67. Del duce, acclamato dalle folle in estasi amorosa come Ku-ce, non viene mai pronunciato il nome: eppure la sua presenza è costante, martellante e la si percepisce plastica e viva nelle decine di nomi e nomignoli che Gadda gli affibbia. Il Ku-ce è Pirgopolinice, il minchione, il gran tamburone del nulla, il culone, il trebbiatore di Pomezia, il mascelluto, l’autoerotomane, il babbeo, il Priapo statolatra, lo spiritato, il porcello, il primo ministro delle bravazzate.  Eros e Priapo: la folla come una donna Il furioso babbeo emette rutti magni da un balcone e la folla è in delirio, demente, alcolizzata. Ammaliata e stordita dalla voce suadente e sensuale del Ku-ce la folla, come una donna sporca e nottivaga si eccitata e si lascia sedurre. Ma questo non è logos politico, bensì turpe eros. Un duce tutto fallo parla alla folla: la folla si trasforma in una donna, in un’infinita vagina che vede nel suo primo ministro, a torso nudo e armato di trebbiatrice, un virile e spermatoforico salvatore della patria. In nome di questa letale e morbosa attrazione sessuale la folla asseconda i folli e omicidi piani colonialisti e imperialisti del suo Ku-ce. Il Ku-ce vuole donne gravide, coniglie che figliano, figli partoriti ogni nove mesi, ogni tre se è possibile: il Ku-ce chiede alla sua “donna” giovani vite da sacrificare alla patria, da mandare in guerra a morire, da lasciare in casa a patire la fame. La “donna” narcotizzata dalla retorica virile e narcisista del mascelluto, resta incinta alla sola visione della sua immagine. Ma Gadda, così come Parini, Verga, Fattori, conosce anche un altro modello femminile: la curva e sofferente bellezza delle mietitrici, la dignitosa povertà delle donne che arano i campi. Questa è l’Italia che manda avanti la carretta, che soffre la fame, che non si lascia sedurre dal turpe eros del porco, che per il dente di quel vile porco piange i suoi fratelli. La lingua di Gadda è dantesca fino all’eccesso, barocca, plastica, fusiva, fertile di neologismi e nuovi significati. Latino, napoletano, greco, francese, fiorentino, lingue romanze e lingue morte, dialetti e tecnicismi, terminologia scientifica e parole gergali: una babele di lingue ha asilo nel testo di Gadda. Il groviglio di parole riesce a produrre immagini potentissime, riproduce con le sole lettere, i soli suoni la psicologia dell’attrazione, l’anatomia dell’atto sessuale, l’eccitazione e l’estasi degli amanti, la biologia della riproduzione, il delirio delle masse, l’amentia a cui porta il nazionalismo. Verdastro, con Eros e Priapo, inanella una serie di miracoli, di piccole ma impensabili imprese: strapparci alla misera isteria da corona virus, mostrarci la rara bellezza delle cose complesse, dare voce, ordine e compostezza ad un groviglio […]

... continua la lettura
Teatro

Capote, questa cosa chiamata amore al Piccolo Bellini

In scena dal 3 all’8 marzo al Piccolo Bellini è in scena Truman Capote, questa cosa chiamata amore con un bravissimo Gianluca Ferrato che, concedendo tutto sé stesso, ridà vita, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, al genio di Capote. Capote e le sfaccettature del tutto Truman Capote è di certo uno di più affascinanti e controversi autori di tutta la narrativa statunitense. Nato in un contesto familiare molto difficile, si dimostra fin da subito straordinario: ad 8 anni comincia a scrivere, a 12 possiede le conoscenze letterarie di un adulto ed è miglior amico del futuro Premio Pulitzer Harper Lee, autrice de Il buio oltre la siepe. Tre le sue opere più note c’è sicuramente Colazione da Tiffany, reso eterno dall’interpretazione di Audrey Hepburn in una delle più romantiche storie del grande schermo, e A sangue freddo, di tutt’altra fattura, inauguratore del genere de “il romanzo verità”, come da Capote stesso definito. Ma Truman è stato molto più che un semplice autore. Massimo Sgorbani, attraverso l’interpretazione di uno sfrenato Gianluca Ferrato, ha appunto proposto un’immagine poliedrica di Capote, rappresentato in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue controversie e in tutte le sue fragilità. Ripercorrendo la sua storia concede a chi lo osserva di rivivere i suoi tempi, esasperando il positivo e il negativo, sia del suo vissuto che dell’America – il più potente e sfarzoso stato del mondo – indossando un velo luccicante, tentava di celare le controversie della guerra in Vietnam, il bigottismo, il pregiudizio e la morte di alcuni tra i più importanti uomini della storia. Allo stesso modo, Truman si svela e si riconosce come il giullare di una società falsa ma poi si giustifica e si incorona re indiscusso della festa. Racconta i suoi disagi e le sue sofferenze, dalla voce acuta agli atteggiamenti effemminati, e vanta il lusso e i vizi, come il Black and White Ball lo sballo da alcol e farmaci. Ancora, decanta la sessualità e si dichiara amante delle donne nella maniera più pura, quella priva di contatto. Il rapporto con Perry Smith Tutta la sua frivolezza svanisce nelle parole che regala a Perry Smith, assassino dell’omicidio trattato in A Sangue Freddo. Per quell’uomo controverso, che fa poggiare su un cuscino una delle sue vittime per permettergli di stare più comodo, Truman proverà un affetto inspiegabile, al punto tale da sostenerlo fisicamente nei momenti più difficili. Ammette, così, di riconoscere in Perry una versione incontrollata di sé stesso, la forma possibile che avrebbe potuto assumere se si fosse fatto trascinare dagli eventi e se non avesse amato la scrittura. Riconosce nella sua necessità di essere stridulo per liberarsi dall’imbarazzo, come nel gesto incomprensibile dello sterminio di un’intera famiglia, una sola e pericolosa radice: la solitudine. Così afferma il dovere morale di scendere nelle cose, di andare oltre e urla ad alta voce il bisogno della verità, senza la quale diventeremo qualcosa di molto lontano da ciò che siamo. Capisce allora di aver interpretato sé stesso per tutta la vita e […]

... continua la lettura
Recensioni

Kobane Calling on Stage al Teatro Bellini

Dal 3 all’8 marzo andrà in scena al Teatro Bellini di Napoli lo spettacolo tratto da Kobane Calling, noto fumetto di Zerocalcare che traspone sotto forma di graphic novel il viaggio che l’ha portato nei pressi della città assediata al confine tra Turchia e Siria, dove i Curdi lottano contro le forze del sedicente Stato islamico. Kobane Calling, atipico reportage tra leggerezza e brutalità Da Rebibbia a Rojava, in una terra che ricorda le pianure dell’agro pontino, Michele Rech, alias Zerocalcare, intraprende un viaggio insieme ad un gruppo di volontari per unirsi alla resistenza curda. Da questa esperienza nasce Kobane Calling, fumetto che ha venduto 120.000 copie, vincitore del Premio Micheluzzi, tradotto in otto lingue e trasformato in uno spettacolo teatrale dal regista Nicola Zavagli che, con la commistione di “siparietti surreali” e scene di brutale realtà, conferisce alla narrazione un ritmo dinamico e coinvolgente. I 13 attori in scena (plauso all’eclettico Alessandro Marmorini e a Lorenzo Parrotto nei panni di Zerocalcare) danno vita ad una recitazione corale in cui si alternano dramma e commedia, dialetto romano e lingua curda, citazioni pop e cartoons: il tutto genera un atipico reportage che tra una risata e l’altra porta lo spettatore a riflettere sulla brutalità dell’uomo contro se stesso e sull’indifferenza verso una realtà che non ci tocca da vicino. La lotta curda non è una semplice guerriglia locale ma una battaglia decisiva per uomini e donne che hanno a cuore l’umanità e che combattono per un futuro in cui violenza e devastazione vengano sostituite da speranza e solidarietà. Perché sto qua? è un interrogativo incessante, che fa rumore nel buio della notte, quando si è soli con i propri pensieri e si avverte solo la voce di una dei volontari che parla su Skype con il fidanzato. Per la prima volta sento che il centro del mondo è qui in Kurdistan. Com’è possibile localizzare il centro del mondo in un altopiano del Medio Oriente che non è nemmeno riconosciuto come Stato? Perché se perdono loro, perdono tutti. E allora tutto acquista un senso, il tramonto annuncia l’alba di un nuovo giorno, di un altro passo verso l’umanità. Perché in fondo correre da una parte all’altra per accatastare sacchi di riso e cous cous ti dà quell’adrenalina che non proverai mai stando chiuso nella tua stanza davanti alla console. Rompere il filo spinato, aprire canali umanitari, tendere la mano sono le uniche armi contro la disumanità dilagante, in un mondo in cui un padre gioca con la propria figlia facendola ridere all’esplodere di una bomba. La mise en scène si è conclusa con un commovente saluto ad Ayşe Deniz Karacagil, detta cappuccio rosso, la ragazza turca che è morta lottando contro l’Isis.   tratto da Kobane calling di ZEROCALCARE edito da BAO Publishing un progetto di Lucca Crea a cura di Cristina Poccardi e Nicola Zavagli adattamento e regia Nicola Zavagli con Massimiliano Aceti, Luigi Biava, Fabio Cavalieri, Francesco Giordano, Carlotta Mangione, Alessandro Marmorini, Davide Paciolla, Lorenzo Parrotto, Cristina Poccardi, Marcello Sbigoli e con giovani attori […]

... continua la lettura
Libri

Michael Kohlhaas di Kleist torna in libreria con Fazi Editore

“Michael Kohlhaas” di Kleist, amato da Thomas Mann, Kafka e Hesse, torna in libreria con Fazi Editore: un classico della letteratura tedesca da riscoprire. Tra le ultime uscite, Fazi Editore ripropone in libreria Michael Kohlhaas, una delle figure più irrequiete e passionali della letteratura tedesca – dove pure non mancano figure irrequiete e passionali – “uomo strano ma non spregevole” (pag. 91), protagonista dell’omonimo racconto di Heinrich Von Kleist, pubblicato per la prima volta nel 1810. Questo romanzo breve, o racconto lungo, è stato definito da Thomas Mann “il più forte della letteratura tedesca” e Franz Kafka dichiarò che amava leggerlo ad alta voce quasi rapito dall’estasi, tanto da aver dedicato una delle sue due uniche uscite pubbliche per una lettura di alcuni passaggi dell’opera di Kleist. Anche soltanto questi due endorsement possono aiutare a comprendere la straordinaria potenza di quest’opera, di cui tutto ci è detto già nell’incipit, prima di precipitare nel vortice di una sanguinosa vendetta tra roghi, devastazioni e oscure macchinazioni. Prendendo spunto da un fatto di cronaca, come era in voga fare nell’Ottocento, Kleist costruisce la narrazione quasi epica della storia di Kohlhaas, mercante di cavalli di Brandeburgo e cittadino esemplare sotto ogni aspetto: uomo timorato di Dio, padre e marito premuroso, generoso e magnanimo vicino di casa. È l’inganno di un potente, che gli sequestra illegalmente due dei suoi cavalli, ad accecare Kohlhaas tanto da annullare progressivamente il suo spirito caritatevole e trasformarlo in un brigante e assassino. Si autoproclama luogotenente sulla Terra dell’arcangelo Michele, l’Angelo del Giudizio, e insieme ad un manipolo di mercenari mette a ferro e fuoco villaggi e castelli per ottenere giustizia per sé, ma non solo. Kohlhaas: gli estremi di una storia universale L’intensità drammatica della vita di Kohlhaas è tale da passare dal piano personale a quello sociale con la naturalezza propria dei classici della letteratura. Prima dell’abisso della giustizia privata, della faida, Kohlhaas tenterà la strada dei Tribunali, ma la protezione delle leggi gli sarà negata scatenando una serie di nefandezze burocratiche e lutti. L’isolamento dalla comunità e la delegittimazione delle istanze di un commerciante onesto fanno vacillare le basi della convivenza civile, fino a sfociare nella follia e nell’autodistruzione. È così che un uomo mite e innocente diviene artefice dell’inferno morale della sua stessa vita e la sua implacabile ossessione per la giustizia alimenta l’eterno scontro tra classi sociali. I due cavalli di Kohlhaas, sequestrati, sfruttati e denutriti, sono l’incarnazione di tutta la società, sopraffatta dall’arbitrio e dalla violenza dei più forti. Il potere ha ingannato i leali, deriso i giusti, derubato gli onesti, lo Stato è carente e confuso, debole e incerto. Non resta che agire e Kohlhaas agisce, con ostinazione, con ambizione e ardore, anche sfidando Martin Lutero, e diventa un demonio sulla Terra in cerca di giustizia ma assestato di vendetta. Michael Kohlhaas: il più terribile degli uomini onesti La nuova traduzione curata da Federico Ferraguto è agevole senza tradire lo stile implacabile e intransigente che ha caratterizzato Kleist e che è stato forse causa […]

... continua la lettura
Teatro

Lumache, desideri e compromessi in una cena tête-à-tête al TRAM

Lumache è lo spettacolo di Pietro Juliano, andato in scena al TRAM da giovedì 20 a domenica 23 febbraio. Lumaca: termine comune in lingua italiana con cui si indicano tutti i gasteropodi terrestri polmonati sprovvisti di conchiglia complessa e apprezzabile a occhio nudo, bensì rudimentale e nascosta nella massa di un mantello.  Luci soffuse, un ristorante, un tavolo, un uomo e una donna, seduti l’uno di fronte all’altro. Compìta lei, smodato lui. Lei parla, lui ammicca. Scrittrice lei, editore lui. Lea Crivello (Cinzia Cordella) lei, Manuel Montedoro (Nello Provenzano) lui. Al centro, un piatto di lumache.  Una semplice cena, apparentemente. Un conflitto di idee, a ben guardare. Lea è una scrittrice, dai saldi valori, alla disperata ricerca di qualcuno che pubblichi il suo ultimo romanzo. Manuel è un editore senza scrupoli, che fa della disperazione di Lea la sua forza. Il romanzo sarà pubblicato, ma non senza un prezzo da pagare. Sullo sfondo di questo serrato scambio di battute, princìpi, punti di vista, lui, il cameriere (Peppe Romano). Con la sua livrea, esperto conoscitore di vini e bevande, osserva la scena e, approfittando di un momento di solitudine con Lea, quasi assolvendo alle funzioni del vecchio coro della tragedia greca, si abbandona a una riflessione sul valore del tempo, sul desiderio, la voglia di inventare il presente.   Perché in fondo è di questo che si tratta: del desiderio. Lea, che agghindata in gonna e tacchi, pensava di trovare in Manuel consenso e fiducia, trova in Manuel e a quel tavolo un interrogativo vecchio quanto il mondo: cosa si è disposti a fare per realizzare i propri desideri? Quanto si è disposti a scendere a compromessi?  E pietanza dopo pietanza, bicchiere dopo bicchiere, ammiccamento dopo ammiccamento, accusa dopo accusa, difesa dopo difesa, vediamo lei, Lea, costretta per un’intera serata a subire l’arroganza e la natura viscida di chi le sta di fronte, uscire dal ristorante con lui. Non cederà? Cederà? Sullo sfondo, lo sguardo del cameriere, muto. In quel silenzio, parole su parole.   Ma, in conclusione, le lumache che c’entrano? Il parallelismo tra la lumaca e l’uomo, dice il regista Pietro Juliano, nasce dal fatto che il frenetico susseguirsi di decisioni che questi ultimi sono chiamati a prendere, sia nel privato che nel pubblico, potrebbero rendersi meno nocivi e più fruttuosi se maturati con lentezza, al punto, evidentemente, da lasciare un segno più maturo e critico per le generazioni a venire.  Fonte immagine: Ufficio Stampa.

... continua la lettura
Teatro

Scannasurice, in scena la poesia teatrale di Moscato

In scena al Teatro Elicantropo di Napoli, dal 20 febbraio all’8 marzo, Scannasurice di Enzo Moscato, regia di Carlo Cerciello. Scannasurice: letteralmente scanna-topi.  Uno scannatoio, un tugurio, un inferno, il ventre di Napoli.  Una scatola cubica, a tre piani, luci votive, bottiglie vuote, carte sporche e seduta nel buio una figura androgina che indossa la fatiscienza del luogo in cui vive. Canotta e mutande bianche, capelli raccolti in una retina e trucco sbiadito. Spezza da subito il silenzio con una lingua oscena e sublime, un virtuosismo verbale che, a tratti, non arriva neppure a un napoletano, eppure arriva tutto. Un idioma barocco che riempie, che svuota, che cura, che ferisce.  “Ho scelto”, così il regista Carlo Cerciello in una nota, “un testo in lingua napoletana di un autore antioleografico per eccellenza come Enzo Moscato, mettendo in scena il suo Scannasurice, scritto dopo il terremoto del 1980, nell’intento di allontanarmi dalla malsana oleografia di ritorno, che, nuovamente, appesta Napoli di retorica e luoghi comuni, in una città che ha smarrito la memoria stessa della sua vita culturale, seppellita dalla banalità e dal conformismo.” In uno spazio claustrofobico, su, giù, destra, sinistra, dentro, fuori, un’unica straordinaria attrice, Imma Villa, che diventa femminiello, munaciello, bella ‘mbriana, puttana e racconta storie racchiuse in altre storie, un passato che non passa. D’improvviso luci si accendono a incorniciare un’edicola votiva ed ecco la Madonna che con affetto e disprezzo si rivolge ai sorci. Abitatori che infestano quel sottosuolo, metafora dei napoletani, suricille loro stessi, che tentano di risalire dai piani bassi, di salvarsi. E la memoria corre inevitabilmente alla Ortese, alla sua Napoli non bagnata dal mare. Topi, surice e un testo attuale, attualissimo, pur essendo stato scritto nel 1982. Un viaggio tra gli elementi più arcani della napoletanità, in compagnia dei fantasmi delle leggende partenopee, alla ricerca di un’identità sempre più smarrita dentro le macerie della storia e della sua quotidianità terremotata. Dai mutandoni a pelliccia e tacchi, dalla voglia di vivere all’istinto di morire, dallo sguardo verso la luna al buio dei vicoli e dei basoli scassati della città. Un destino di solitudine, disperazione, ribellione e rassegnazione. Il destino di chi è solo e sa che  nessuno si salva da solo. “Chi so’? Stong ‘arinto? Stong ‘afora? Nun moro, no…ma neppure campo comm’apprimme: ‘a vista, ‘e mmane, ‘e rrecchie…tutte cose se n’è ghiute…e pure ‘a voce…ancora ‘nu poco…e poi…sommergerà, affonderà pur’essa.”   Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/giovannaparato/32998614225/  

... continua la lettura
Recensioni

Orgoglio e pregiudizio di Arturo Cirillo al Mercadante

Il 19 febbraio ha fatto il suo debutto al Teatro Mercadante di Napoli Orgoglio e Pregiudizio; dal romanzo del 1813 di Jane Austen, per la regia di Arturo Cirillo, con adattamento teatrale di Antonio Piccolo, lo spettacolo, che resterà in scena fino al 1 marzo, si allontana dalla classica austerità del romanzo, sottolineandone la sagacità dei dialoghi e tagliando fuori dalle tavole del palcoscenico il superfluo, mettendo in scena un’opera che è una commedia musicale, un po’ anche riscrittura e parodia, ma che allo stesso tempo riesce a mantenere in piedi gli aspetti di novità e originalità dell’opera originaria mettendone in risalto le qualità. L’opera di Cirillo prende ispirazione dall’azione teatrale di Annibale Ruccello, come afferma lo stesso regista nonché attore; il confine tra l’ottocento inglese e la Napoli ruccelliana è labile. La scena è essenziale, a spiccare sono i protagonisti dagli abiti sgargianti e i quattro specchi che seguono i movimenti e i tempi di scena in una danza che scandisce i cambiamenti spaziali e quelli relativi all’animo dei personaggi. La musica, infatti, è fondamentale accompagnamento delle azioni, oltre ad essere, anche nel romanzo della Austen, l’espediente per eccellenza dello scambio relazionale tra uomini e donne che “si conoscono danzando, si innamorano conversando“. Tutto cambia, pur restando immutato. Orgoglio e Pregiudizio: la trama I protagonisti della vicenda sono il signore e la signora Bennet (Arturo Cirillo e Alessandra De Santis): lui indolente e disilluso, lei invadente e civettuola, divertono sin da subito per i battibecchi continui, procedono su binari divergenti. La signora Bennet non ha altro desiderio che quello di sposare la sua primogenita Jane (Sara Putignano), con un uomo ricco e facoltoso. Il signor Charles Bingley (Giacomo Vigentini), il nuovo vicino dei Bennet, è l’obiettivo prescelto dalla madre; quale miglior occasione del ballo organizzato a casa Bingley per sfoggiare il suo diamante grezzo, Jane, con la speranza che Bingley se ne innamori al primo sguardo? Al ballo prendono parte anche la secondogenita Elizabeth (Valentina Picello),o Lizzie, denigrata dalla madre per le sue scarse doti estetiche, ma elogiata dal padre che le riconosce le sue doti intellettive, nonché la loro vicina di casa Charlotte (Giulia Trippetta). Bingley sembra subito prediligere Jane e tra i due scatta qualcosa, per la felicità della madre. Al ballo è presente anche un amico di Bingley, il signor Darcy (Riccardo Buffonini), uomo solitario e altezzoso, contrario non solo a quelle manifestazioni di pubblica convivialità, bensì anche alla vicinanza dell’amico con Jane, di condizione sociale ed economica inferiore. Darcy è inoltre scostante e giudica la secondogenita Bennet “appena passabile”, frase che offende profondamente Elizabeth, facendo sorgere in lei un forte astio nonché pregiudizio nei confronti di Darcy. Gli espedienti della signora Bennet per avvicinare la figlia al facoltoso Bingley vanno in porto e quando Jane si ritroverà costretta a casa dell’amato, la sorella Elizabeth non attenderà molto a raggiungerla. In quella casa dovrà passare sotto la lente della sorella di Bingley, Caroline (Giulia Trippetta) e a difendersi dalle stoccate di Darcy. Lizzie è pronta ad ogni […]

... continua la lettura
Recensioni

Animali da bar in scena al Teatro Bellini

Martedì 18 febbraio è andato in scena Animali da bar, l’ultimo spettacolo targato Carrozzeria Orfeo al teatro Bellini di Napoli: uno spettacolo divertente, dissacrante, che indaga dentro ognuno di noi ma, soprattutto, mette a nudo le pieghe della società. Sei in sala, seduto, in attesa che lo spettacolo cominci: proprio quando le luci cominciano ad affievolirsi, ecco che una voce fuori campo, maschile e cavernosa, ti avverte con tono di minaccia e utilizzando espressioni molto colorite, di spegnere il cellulare, che lo spettacolo sta per iniziare. Si apre il sipario, e ti ritrovi in uno di quei trasandati e un po’ malfamati bar di provincia, popolato dei suoi tipici animali, o soliti avventori: già Stefano Benni, negli anni 70, con il suo Bar Sport ci aveva illustrato e insegnato tutta l’architettura e la microsocietà presente in questa tipologia di esercizi commerciali e, negli anni, nulla sembra essere cambiato. I personaggi che ruotano attorno a questo bancone sono Mirka, la barista ucraina, appassionata di canzoni e cartoni animati Disney, che per arrotondare affitta il suo utero e fa da badante al vecchio proprietario del bar, un misantropo razzista che ormai non esce più di casa, e del quale, proprio per questo, sentiremo per tutto lo spettacolo solo la voce fuori campo; c’è poi Swarovski, uno scrittore alcolizzato, fallito e nichilista fino all’estremo, costretto dal suo editore a scrivere un libro sulla Grande Guerra; Sciacallo, un giovane ragazzo bipolare storpio che, dietro indicazioni di Mirka, svaligia le case dei defunti; Milo, il nipote del proprietario del bar, imprenditore di un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia; e infine Colpo di Frusta, un attivista buddista, pacifista e ‘melariano’, padre biologico del figlio che Mirka aspetta, che però subisce le violenze domestiche della moglie. Animal da bar, dal bancone del bar al sottosuolo I sei personaggi ruotano attorno a quel bancone raccontando di sé, delle proprie vite, esperienze, illusioni e speranze per il futuro. Costituiscono un’umanità grottesca, estrema, ma soprattutto cruda. Come in “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, i personaggi, uniti dal fatto di essere dei ‘perdenti’ e ai margini delle buone consuetudini della società, analizzano in maniera sempre crudele e senza fronzoli, tutte le azioni e le circostanze che li hanno  portati ad essere quelli che sono: reietti, inetti. Persone profondamente infelici e insoddisfatte, di loro stesse e della società che le circonda. «Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita» Vale dunque la pena andare a teatro e immergersi in tutto questo? Sì, sì e ancora sì: fatevi prendere per mano da questi strampalati personaggi, veri e propri animali da bar, e fatevi guidare in un viaggio attraverso le pulsioni e i pensieri e i sentimenti più reconditi dell’uomo, mettendo in gioco voi stessi. Magistrale il lavoro degli attori, dei registi, degli autori e di tutti componenti della compagnia teatrale Carrozzeria Orfeo, che annuncia anche un futuro spettacolo in arrivo, in collaborazione proprio con il Teatro Bellini di Napoli. In attesa che […]

... continua la lettura