Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 801 articoli

Teatro

“Creditori”, una “tragicommedia costi-benefici” di contabilità sentimentale

Venerdì, 11 dicembre è andato in scena al Piccolo Bellini la prima dello spettacolo Creditori, adattamento della tragicommedia del 1888 di August Strindberg di Orlando Cinque e Fiorenzo Madonna, con Orlando Cinque, Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa e per la regia di Orlando Cinque. Il dramma borghese mette in scena il cortocircuito di una storia sentimentale di stampo introspettivo, rischiarendo in modo prettamente naturalistico e scientifico il fenomeno di una deflagrazione di un rapporto sentimentale, ridotto a un linguaggio di mera contabilità sentimentale e giochi di potere, tipica dei rapporti interpersonali di una certa classe borghese. “Creditori” di Orlando Cinque, la dissezione di un amore come carne trinciata Un quarto di bue appare sullo sfondo del palcoscenico, intagliato a forma di  busto femmineo, segnato da rigagnoli ardenti di un rosso cruento della carne viva che convergono nella regione pelvica fino a mostrare le viscere impudiche di una donna, strappata dalla pelle polverosa della finzione, mostrando le croste della contraddizione di un’anima. È la carne di Tekla, una donna prorompente, concupiscente, scolpita tra i nodi, nella carne dal marito Adolf, quasi a volerne mostrare i dissapori di un rapporto sentimentale, minato da una miriade di dubbi come dardi infuocati, pronti a bruciare le pareti fragili di  una utopica serenità. È una scultura truculenta, scolpita nella carne nuda, quasi a voler addentare e sfilacciare quelli fibre muscolari, vivisezionandole e mostrando, in uno spietato e infimo realismo, lo scontro di lame affilate di forze irrazionali, pronte a intaccare le radici di anime affini e marchiando a fuoco la carne nuda di un rapporto sentimentale con la filigrana del realismo. Questo è Creditori: è la messa in scena di una spietata dietrologia di elementi realistici, che si nascondono dietro le recondite strade di una storia d’amore. Si potrebbe dire che tutto ciò nasce dalle fallite esperienze amorose di Strindberg, che nelle sue esperienze esistenziali ha cercato di esorcizzare, in una sorta riflessione autobiografica, un istinto di rabbia o di vendetta in un verecondo cinismo  da ateo dell’amore, come sentimento positivo e conciliante. Nella maestosa recitazione di Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa, nell’adattamento di Orlando Cinque (che veste anche i panni di Gustav) e nella regia dello stesso Orlando Cinque, tutto ciò che auspicava Strindberg ha preso forma. La sobrietà della scena, la predominanza ai dialoghi e alla recitazione hanno spiattellato in grembo agli spettatori un’orda di tensione, le parole recitate e crude hanno avuto il sapore amaro della disillusione, tutto il teatro si è rinchiuso in una bolla bluastra che ha spazzato via le speranze di consolazione e le fantasticherie amorose. Adolf è il marito di Tekla. Sono una fresca coppia e, malgrado abbiano una buona intesa sessuale, il marito è colto da dubbi sulla sua relazione, scorge gli albori di una imminente crisi. Qui subentra in scena il personaggio cardine, cioè Gustav, nuovo amico di Adolf, ma che in realtà è un vecchio fidanzato di Tekla, rancoroso, vendicativo, manipolatore. Gustav subentra nella psiche di Adolf, tramando un piano vorticoso, […]

... continua la lettura
Teatro

Comicissimi fratelli, Gianfranco e Massimiliano Gallo tornano all’Augusteo

Da venerdì 11 gennaio andrà in scena presso il teatro Augusteo di Napoli Comicissimi fratelli, l’esilarante show scritto da Gianfranco Gallo, da cui viene anche interpretato insieme al fratello Massimiliano. Sulla scena i due attori saranno accompagnati da Gianluca di Gennaro, Bianca Gallo, Franco Pinelli, Arduino Speranza e Marco Palmieri. Lo spettacolo rimarrà a teatro fino al 20 gennaio. Comicissimi fratelli all’Augusteo, Gianfranco e Massimiliano Gallo conquistano il teatro Per i due fratelli Gallo non c’è bisogno di presentazione. Entrambi sono attori che vantano nella loro carriera spettacoli, film e commedie spesso molto apprezzate dal grande pubblico. Comicissimi fratelli darà loro l’opportunità di cimentarsi in ruoli e caratteri diversi rispetto a quelli che di solito sono abituati a interpretare nel piccolo schermo. La brutalità e la malinconia vengono messi da parte per lasciare il posto all’interpretazione di personaggi frizzanti, dinamici, esplosivi, in una parola comici, che dominano la scena grazie a spiritosissime gag. La trama è molto semplice: due fratelli attori nello stesso teatro partenopeo, sono tuttavia in cattivi rapporti a causa dell’abbandono del teatro da parte di uno dei due per raggiungere la compagnia teatrale di Eduardo Scarpetta, molto più rinomata e di successo. Questo allontanamento viene visto dall’altro come un vero e proprio tradimento nei confronti del Teatro Tradizionale. Tuttavia, quando uno dei due si troverà in difficoltà a causa della defezione dell’intera compagnia teatrale che doveva mettere in scena la tragedia Francesca da Rimini di Silvio Pellico, l’altro accorrerà in suo aiuto, tra innumerevoli incertezze, e insieme riusciranno a salvare la soirée, tra sketch divertenti e una riproduzione spassosissima della tragedia, che sì riesce a far piangere il pubblico, ma dalle risate. Massimiliano e Gianfranco Gallo si trovano perfettamente a loro agio sul palco, si muovono in una dimensione tagliata a misura per loro. La trama risulta essere in effetti il pretesto per mettere in sequenza una dopo l’altra scenette comiche basate per lo più su giochi di parole, gestualità esagerata ed esilaranti equivoci, tutto espresso con una lingua fluida, vitale, espressionistica come solo il napoletano può essere. E quando alla fine si cerca di ricreare la Francesca da Rimini tutto il pubblico è in deliquio, proprio per l’effetto esageratamente comico che i Massimiliano e Gianfranco riescono a conferire al dramma, il quale viene stritolato e dilaniato, per far posto a qualcosa di ancora più innovativo. Comicissimi fratelli è un’operazione di buonumore prima ancora di essere definita commedia, che miscela insieme più generi ottenendo un effetto esplosivo, divertente, ma soprattutto leggero. Scorre via velocemente, a metà strada tra la tradizione e l’innovazione, tra il passato e il futuro. Fonte foto: gazzettadinapoli.it

... continua la lettura
Recensioni

“Carlotta e il giovane Werther” de Gli Artimanti

Dall’11 al 13 gennaio 2019 la compagnia Gli Artimanti porta in scena Carlotta e il giovane Werther nello spazio teatrale dei Quartieri Airotos in Via Carlo de Cesare 9, nei pressi di Via Toledo. Lo spettacolo riprende uno dei classici della letteratura romantica, utilizzando i concetti alla base del romanzo e del movimento artistico per dare voce alla condizione femminile odierna. Carlotta e il giovane Werther: il diritto alla felicità secondo gli Gli Artimanti Carlotta (Federica Di Cesare) vive una vita serena, impiegando i suoi giorni da casalinga prendendosi cura dei suoi sei fratelli, del padre e del consorte Alberto (Massimo Sconci). Una realtà tranquilla, forse anche troppo: vivendo al fianco di un marito rude e incurante, simbolo della convenzione sociale che regola i rapporti fra moglie e marito, Carlotta conduce un’esistenza frustrante e priva di contatti. L’opportunità di risvegliarsi dalla banalità della sua routine avviene con l’incontro di un giovane che stravolge il suo modo di pensare e di vivere. Assieme a Werther (Lorenzo Giannetti) uomo spensierato e dinamico, Carlotta inizia il suo personale cammino verso la libertà di pensiero e d’azione, uscendo dal ruolo impostale dalla società come donna che trova la sua unica realizzazione nella personificazione dell’angelo del focolare. Lo spettacolo punta a stravolgere la classica e stereotipata figura femminile prendendo come punto di partenza Carlotta di I dolori del giovane Werther, donando spessore e profondità al personaggio tramite la scenografia di Mirco Di Virgilio, che offre allo spettatore diversi elementi per comprendere la condizione della donna. Il medesimo concetto è inoltre espresso dalla regia di Manuel Capraro, che riesce a distinguere in maniera netta e precisa gli stati d’animo della protagonista tramite l’uso di brani e luci. La rappresentazione inaugura la rassegna teatrale Allegati a cura di Quartieri Airots, con la quale l’associazione napoletana ribadisce il proprio concetto di teatro ampliato e aperto verso una pluralità di linguaggi e realtà culturali a confronto. L’associazione culturale si occupa della produzione, promozione e diffusione di spettacoli teatrali, laboratori ed eventi culturali, puntando al coinvolgimento del quartiere e alla creazione di sinergie con altre realtà culturali operanti dentro e fuori dal territorio campano. Dal 2017 l’associazione Quartieri Ariots ha in affidamento la Chiesa del Carminiello a Via Toledo, attuale sede del Teatro dei 63. Di seguito tutte le info utili: Biglietto: interno 12 €-ridotto 10 € Info: compagnigliartimanti@gmail.com  – 333 6868857 Prevendite: info@airots.it – 081 18498998 Rassegna teatrale “Allegati” Eventi in calendario Laura 1-2-3 febbraio – Teatro dei 63 Muta – workshop teatrale  a cura di Civilleri/Lo Sicco 25-26-27-28 febbraio – Teatro dei 63 Bianca 1-2-3 marzo – Teatro dei 63 L’ora blu 22-23-24 marzo – Quartieri Airots La sentinella di Elsinore 11-12-13-14 aprile – Teatro dei 63 Human Animal 26-27 aprile – Teatro dei 63 Rosa Balestrieri 10-11-12 maggio – Quartieri Airots Fonte foto: https://www.airots.it/spettacoli/carlotta-e-il-giovane-werther/

... continua la lettura
Teatro

The Influencer, recensione dello spettacolo di e con Daniele Marino

The Influencer, recensione dello spettacolo di e con Daniele Marino «Io sono i miei followers. Io sono i miei like.» È ormai questo l’incipit. Sono ormai questi i dettami di una società in cui il virtuale e il reale si distinguono a malapena. La ricerca del consenso e la conseguente alienazione stanno diventando ossimori comuni, forme di coesistenza civile accettate e quasi glorificate da stili di vita basati sull’apparenza, specchio opaco e circense degli intrallazzi dell’animo. La scalata al successo nel mondo dei social di Nicolas e Lollo (Marco Montecatino) ne è un ottimo esempio, ottimamente raccontato ieri al teatro Tram di Napoli. The influencer, questo è il titolo della pièce portata in scena da Rena Libra per la regia di Daniele Marino, sintetizza in un’ora scarsa la difficoltà di essere, di esserci oggi, e della continua scissione che si viene a creare tra persona e identità web. In questo frenetico gioco delle sedie, in questa Pamplona di maschere pirandelliane, c’è ancora spazio per i sentimenti e per le relazioni? A questa domanda prova a rispondere lo spettacolo che tra un hashtag e un trend topic analizza i compromessi e i sacrifici necessari ad emergere in una realtà sempre in movimento come quella della rete. Sì, perché l’influencer, checché se ne dica, è un lavoro, un lavoro ricco di insidie e nel quale la creatività e il sapersi rinnovare costantemente giocano un ruolo fondamentale. Ed è proprio questa continua ricerca di una nuova apparenza da dover mostrare ai propri seguaci a creare dissonanze col sentire dell’io dietro lo schermo, che non gode del diritto alla fragilità ed è incatenato ai numeri e alle statistiche del proprio profilo. Ogni episodio, anche quello più tragico, deve essere convertito, diventare notiziabile, vendibile, e infatti la coppia di amici arriva ad utilizzare la morte del cane di Nicolas per aumentare i pacchetti followers. Daniele Marino è Nicolas, ma Nicolas chi è? Ci sono diversi aspetti in cui lo spettacolo eccelle. Al di là delle performance molto solide degli attori e lo psichedelico duetto tra disegno luci e musiche, sicuramente riuscita è la caratterizzazione dei tre personaggi su cui la compagna ha lavorato senza banalizzazioni ed eccessive esasperazioni. Stella (Antonella Liguoro), ad esempio, non è la classica moralista contraria alla tecnologia e al suo uso smodato, come sarebbe stato prevedibile aspettarsi. Semplicemente non le interessa avere un telefono e preferisce occuparsi di altro. Non è quindi lei il vero antagonista della recita ma piuttosto il doppio, il Doppelgänger di Nicolas, a portarlo ad un inevitabile tracollo che ricorda, anche se nelle prime battute ciò viene negato. Quello di Jesse Pinkman e Heisenberg di  Breaking Bad, e a condurre passo passo The influencer al suo sorprendente finale. «Io non sono i miei followers. Io non sono i miei like. Io sono…?» Consigliato. — THE INFLUENCER scritto e diretto da Daniele Marino con Marco Montecatino | Antonella Liguoro | Daniele Marino spazio scenico Luca Serafino disegno luci e aiuto regia Tommaso Vitiello grafica Armando Ianuale foto Giuseppe Carfora produzione […]

... continua la lettura
Recensioni

Robert Wilson e il suo Oedipus visionario e d’avant-garde

Il regista statunitense Robert Wilson porta in scena Oedipus, rivisitazione in chiave contemporanea della tragedia greca di Sofocle, basata sull’atavico conflitto padre/figlio e sull’amore incestuoso del figlio nei confronti della madre. Dopo il debutto in prima assoluta al Pompeii Theatrum Mundi è il turno del Teatro Mercadante in cui, dal 9 al 20 gennaio, Edipo, Laio e Giocasta rivivono il loro dramma predetto da Tiresia, l’indovino cieco che vede più degli altri, accecati dalla brama di potere e dalla passione. Robert Wilson rivisita l’Oedipus in chiave sperimentale Edipo viene abbandonato dal padre Laio, re di Tebe, in seguito alla predizione dell’oracolo di Delfi, il quale gli aveva preannunciato la nascita di un erede che ne avrebbe causato la morte, sposando la madre Giocasta e provocando la rovina della sua stirpe. Tuttavia niente sembra arrestare il corso del destino che, ineluttabile, piomberà come una maledizione su Edipo, che resosi conto di aver compiuto un parricidio e un matrimonio incestuoso, si accecherà per il dolore e per la vergogna. Il regista cattura in modo ipnotico l’attenzione dello spettatore, con effetti scenici e sonori magnetici, inconsueti e talvolta disturbanti, il cui scopo è quello di trasmettere una sensazione di straniamento e spaesamento, data l’assenza di una trama che segue una linea cronologica. Le cinque parti di cui si compone la tragedia sono infatti “a specchio”, per cui la prima riflette la quinta e la seconda la quarta, con al centro la terza parte in cui avviene il matrimonio, punto cruciale per la successiva escalation di drammaticità. Il ritmo incalzante della pièce è accentuato dalle voci in diverse lingue che accompagnano l’azione e che rendono universale il tema del complesso di Edipo. Di impatto le coreografie, realizzate utilizzando specifici materiali come rami secchi e rami verdi, lastre di metallo, sedie pieghevoli e assi di legno. Robert Wilson e la sua lettura allegorica della contrapposizione luce/ombra Oedipus inizia a sipario aperto, con al centro della scena una luce abbagliante, davanti alla quale si staglia la sagoma scura di Edipo che, sempre più vicino al disco solare, si acceca, poiché la vista dello scempio compiuto è diventata insopportabile. Robert Wilson gioca molto sul contrasto luce/ombra, vista/cecità, evidenziandone il senso allegorico: Edipo si propone di far luce sull’assassinio di Laio per liberare Tebe dalla pestilenza. Ma sarà capace di sopportare la luce quando questa infine farà luce su di lui? Sarà capace di confrontarsi con il suo passato, con le sue origini? Come il veggente cieco Tiresia sentenzia: fino a che Edipo avrà la vista, lui sarà cieco. Quando inizierà a vedere la verità, egli si accecherà. Siamo noi in grado oggi di guardare la verità?

... continua la lettura
Teatro

Elvira, fenomenologia della creazione di un personaggio

Elvira, al Teatro Bellini: come nasce un personaggio. Parigi, 21 febbraio 1940. Un palcoscenico, un maestro e un’allieva, una lezione di recitazione. Il Don Giovanni di Molière è l’opera da portare in scena, Elvira il personaggio da interpretare. Essere in un teatro, assistendo alla creazione di una pièce teatrale. Guardare, ascoltare un personaggio, assistendo alla creazione di quel personaggio. Trovarsi dietro le quinte di un’opera, pur stando seduti in platea. Spiare le prove, pur essendo alla prima dello spettacolo. Un’operazione di metateatro che, rompendo la barriera tra attori e spettatori, mostra cosa si cela dietro il mestiere dell’attore, che guidato da un maestro esigente, riesce, dopo tentativi, su tentativi, su tentativi, ad entrare nel corpo e nei pensieri del personaggio da interpretare. E così il maestro Louis Jouvet (Toni Servillo), spiega, insegna, corregge, dispensa consigli alla sua allieva Claudia (Petra Valentini), sgranando il rosario di tutte le difficoltà da superare per raggiungere la verità del personaggio. Difficoltà che vanno oltre la mera tecnica drammatica, insufficiente se non accompagnata dal sentimento. Un processo maieutico, uno scambio reciproco, un rapporto intimo e complice in cui anche chi insegna finisce con l’imparare.  Elvira: una lezione sul teatro e sulla nobiltà del mestiere di recitare “Elvira porta il pubblico all’interno di un teatro chiuso, quasi a spiare tra platea e proscenio, con un maestro e un’allieva impegnati – afferma Toni Servillo – in un particolare momento di una vera e propria fenomenologia della creazione del personaggio. Un’altra occasione felice, offerta dalle prove quotidiane del monologo di Donna Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Molière, consiste nell’opportunità di assistere a una relazione maieutica che si trasforma in uno scambio dialettico, perché il personaggio è per entrambi un territorio sconosciuto nel quale si avventurano spinti dalla necessità ossessiva della scoperta”. Una lezione sul teatro e sulla nobiltà del mestiere di recitare, che, se impartita da un gigante come Toni Servillo, assume un valore aggiunto. Parigi, settembre 1940.  E intanto fuori dal teatro, impazza la seconda guerra mondiale, con i suoi orrori e le sue bombe. E intanto Claudia, ebrea, è costretta a lasciare Parigi. E intanto Louis Jouvet parte volontario in esilio per scappare dalla guerra, per scappare dall’orrore nazista.  Elvira  (Elvire Jouvet 40) di Brigitte Jaques da Molière e la commedia classica di Louis Jouvet @ Editions Gallimard traduzione di Giuseppe Montesano con Toni Servillo                Louis Jouvet Petra Valentini           Claudia/Elvira Francesco Marino     Octave/Don Giovanni Davide Cirri                 Lèon/Sganarello regia Toni Servillo In scena al Teatro Bellini di Napoli all’8 al 20 gennaio Non mancate! [Fonte immagine: teatrobellini.it]

... continua la lettura
Teatro

Il Gioco dell’Amore e del Caso. Siamo vittime degli eventi o dei sentimenti?

Il Gioco dell’Amore e del Caso sarà in scena al TRAM di Napoli fino al 6 gennaio. La celebre commedia illuminista dell’autore francese Pierre de Marivaux, adattata per il pubblico dal regista Mirko Di Martino, mette in scena i fraintendimenti degli uomini e le ragioni del caso. Sul palco troviamo Antonio Buonanno, reduce dal successo de L’Amica Geniale, nei panni del nobile padre Orgone e Antonella Liguoro, Tommaso Sabia, Alessia Thomas e Gabriele Savarese che interpretano quattro giovani i cui sentimenti vengono stravolti dal caso. Giocare è sinonimo di agire: l’Amore è frutto di un’azione Tutto è pronto in casa del nobile Orgone per l’arrivo del promesso sposo di sua figlia Silvia, il giovane Dorante. La ragazza è però dubbiosa, vuole essere certa di desiderare l’uomo che sposerà e soprattutto di essere desiderata da lui stesso. E così inscena “una commedia delle parti” grazie all’aiuto del padre e della cameriera Lisetta. Sarà Silvia a interpretare il ruolo della cameriera e Lisetta a far finta di essere la padrona di casa. Solo così la giovane promessa sposa potrà capire se Dorante nutre dei sentimenti veri nei suoi confronti e se le sarà fedele per la vita. Ma il gioco si presenterà più fitto di quanto la ragazza possa immaginare. Anche Dorante, infatti, ha chiesto al suo servo di scambiarsi i ruoli e così, appena arrivato in casa dell’amata, dà inizio a una serie di fraintendimenti e comici momenti che avranno fine solo quando si vedrà costretto a confessare i propri sentimenti. Il Gioco dell’Amore e del Caso: quattro giovani in preda all’irrazionalità dell’Amore e guidati da un padre regista Il ruolo di Orgone è fondamentale per la risoluzione del misunderstanding. L’uomo, infatti, è il solo che conosce tutti i fatti. Sa che anche Dorante vuole mettere alla prova Silvia e per questo finge di essere un servo. Potresti fare a meno di parlarmi d’amore. E tu potresti fare a meno di farmi innamorare. Nemmeno la differenza di ceto sociale, di stile e portamento induce i quattro giovani a fuggire dalle grinfie della “fiera dei Sentimenti”. L’Amore è un essere istintivo che combatte la Ragione. I giochi lo divertono ma fino ad un certo punto. I colori pastello e crema degli abiti dei giovani rispecchiano la loro innocenza davanti ai poteri del dio della passione. Per quanto possano armarsi di furbizia e mefistofelici piani, la potenza del dio è così forte da spazzare via ogni loro resistenza. Solo Orgone potrà guidarli attraverso il percorso che gli è stato assegnato. L’uomo, infatti, copre i ruoli di padrone di casa, regista della storia, spettatore divertito e padre premuroso. Ed è proprio questo sua ultima immagine che ci colpisce. L’interpretazione di Buonanno, infatti, va messa a confronto con quella di “padre padrone” che interpreta nella fiction L’Amica Geniale. Le urla di disprezzo e superiorità di genere del cruento uomo napoletano sono qui sostituite da risatine buffe, quasi isteriche e in preda al divertimento masochista. Il senso di protezione che egli nutre nei confronti della figlia è […]

... continua la lettura
Teatro

Mario Autore porta La locandiera al Teatro Instabile di Napoli

Il 27 e il 28 dicembre 2018 torna in scena uno dei classici del teatro italiano più famosi di sempre: La locandiera di Carlo Goldoni, con la regia di Mario Autore. Lo spettacolo andrà in scena al TIN – Teatro Instabile di Napoli, ed è rappresentato dalla compagnia teatrale Unaltroteatro. La locandiera – come si innamorano gli uomini di Mario Autore La celebre storia vede protagonista l’affascinante ed esuberante Mirandolina (Federica Pirone), proprietaria di una locanda dove viene corteggiata da ogni cliente, in particolar modo dal Marchese di Forlimpopoli (Gianluca Cangiano) aristocratico decaduto, e dal facoltoso Conte di Albafiorita (Vincenzo Castellone). I due personaggi, opposti sia negli atteggiamenti che nelle tecniche di seduzione, si illudono di poter conquistare la locandiera, che lascia ad entrambi l’illusione di una possibile conquista, in virtù del buon esito dei suoi affari. Il delicato equilibrio viene però spezzato dall’entrata in scena del Cavaliere di Ripafratta (Gaetano Franzese), aristocratico misogino che non nasconde il suo disprezzo per le donne e per chi se ne invaghisce. Ferita nel suo orgoglio femminile, Mirandolina si ripromette di far innamorare il Cavaliere, ricorrendo ad ogni astuzia e persino all’aiuto dell’inconsapevole Fabrizio (Mario Autore), cameriere della locanda anch’egli innamorato della sua padrona. La commedia, che già all’epoca fece scalpore per il ruolo che la figura della donna assume nei confronti dell’uomo, è stata riadattata da Mario Autore, che elimina ogni riferimento storico a favore di una più facile comprensione dello spettacolo. Anche i costumi vengono rielaborati da Federica Pirone con l’intento di eliminare ogni riferimento all’epoca, introducendo però nella scenografia e nella sceneggiatura elementi tipici della cultura partenopea. La rappresentazione riesce infatti a mostrare con ironia il difficile rapporto che vige fra l’uomo e la donna, mettendo in risalto l’astuzia dell’atteggiamento seduttivo femminile e l’incapacità dell’uomo di comprenderlo. Lo spettacolo assume grande importanza anche dal punto di vista sociale, ribaltando la condizione della donna da vittima di violenza a scaltra burattinaia dei sentimenti altrui. La grande novità della commedia consiste però nel ruolo del pubblico, che diviene un vero e proprio personaggio con cui gli attori dialogano nel corso della vicenda e degli sketch comici, come se avessero a che fare con altri avventori del locale. A favore di ciò anche la particolare disposizione della platea, che elimina la classica lontananza degli attori dal pubblico per ricreare un senso di partecipazione. Per favorire l’immedesimazione nella storia, per chi ne avesse voglia vi è la possibilità di partecipare ad un aperitivo che si tiene al locale Mazz in Via dei Tribunali 359, poco prima dello spettacolo, e che vedrà Mario Autore intrattenere gli astanti con canti e chitarra. Foto di Claudia Scuro

... continua la lettura
Teatro

Il senso del dolore di Maurizio de Giovanni al San Ferdinando

Debutta la sera di S. Stefano al teatro San Ferdinando, dove resterà fino al 13 gennaio, lo spettacolo Il senso del dolore, con la regia di Claudio di Palma, trasposizione teatrale del celebre giallo di Maurizio De Giovanni (Einaudi, 2007) appartenente al ciclo del Commissario Ricciardi, il commissario che, muovendosi nella Napoli degli anni ’30, risolve brillantemente i casi lui sottoposti affidandosi a quella che, più che una benedizione, è una vera e propria maledizione, ciò che lui chiama “Il Fatto” e che lo ossessiona fin da quando era bambino: l’abilità di sentire dentro la propria testa – come ossessivamente ripete Claudio Di Palma, che in scena veste i panni del Commissario Ricciardi – le ultime parole dei defunti, ne coglie le espressioni, gli ultimi gesti mentre la vita va via, eppure continua a persistere, nelle parole e nei suoi atti estremi, anche dopo la morte, che altro non è che un velo attraverso il quale un occhio attento può scorgere ciò che nasconde. Il senso del dolore di Maurizio De Giovanni: la dolorosa percezione della persistenza della vita anche dopo la morte Ciò che il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi chiama “Il Fatto”, quasi a voler esorcizzare una particolare sensibilità che egli stesso vive come una maledizione, è la netta percezione della persistenza della vita, che si rinnova in continuo nei suoi momenti estremi, anche dopo la morte, lasciando risuonare la sua voce nella testa di chi riesce a squarciare il velo tra i due mondi: non il gioioso prosieguo della vita ultraterrena che aspettano i fedeli, ma il senso del dolore, il presentimento di questo, che continua anche dopo la morte nelle anime che non avranno mai requie. Dolore che il Commissario Ricciardi, testimone sensoriale della persistenza dei defunti, fa proprio e rivive in ogni vittima, in ogni anima che incontra: ne Il senso del dolore, Ricciardi indaga sulla morte del tenore Arnaldo Vezzi, amico del Duce, genio della musica ma uomo detestabile, sgozzato nel suo camerino del Teatro San Carlo mentre si preparava ad andare in scena con lo spettacolo “I Pagliacci” e ritrovato lì, riverso in un lago di sangue, mentre Ricciardi ne ancora l’ultima risata e le ultime note del suo canto. Molti avrebbero avuto più di un movente per uccidere il tenore, come scopre dalle dichiarazioni di Don Pierino, sacerdote appassionato conoscitore dell’opera, degli addetti ai lavori del teatro, del suo agente e della stessa vedova. Molti avrebbero avuto più di un movente, ma nessuno ne avrebbe tratto alcun vantaggio. Sarà proprio “Il Fatto”, maledizione e insieme fondamentale alleato nella risoluzione di ogni caso, unito alla ferma convinzione che ogni azione umana, in particolare quelle delittuose, è spinta dalla fame o dall’amore, a guidare il Commissario Ricciardi verso lo scioglimento del caso, che si presenta agli occhi dello spettatore in tutto il suo realismo, la sua crudezza, il suo dolore che persiste anche in seguito alla risoluzione: dolore del quale Ricciardi non si libera, dolore del quale Ricciardi è schiavo e che vive e rivive dentro […]

... continua la lettura
Teatro

Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, la Napoli racchiusa tra quattro mura

Dal 26 dicembre al 6 gennaio,  andrà in scena Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, nuova fatica della compagnia teatrale partenopea Punta Corsara. Scritto e diretto da Emanuele Valenti, l’opera vede al testo la collaborazione di Armando Pirozzi, ed è interpretato da  Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Sergio Longobardi, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella. Lo spettacolo è prodotto da  Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, 369gradi. Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini: quando gli alberi sono caduti […]Napule r’ ‘u Priatorio, Napule lapetiate, Napule r’ ‘u scuretorio, Napule ce sta o’ sole[…] Tratto da Napucalisse di Mimmo Borelli Non si perderà qui tempo a parlare della Napoletanità e della sua presunta esistenza, d’altronde non gli concedono alcunché gli autori e gli attori della pièce. Parleremo, molto sommariamente, della vita di un Napoletano posta in condizione di essere in confronto alla vita di qualunque, qualunque altro abitante di una qualsiasi città di questo nostro bel paese. Si discuterà, approfondirà la natura di un uomo quando esso, nonostante tutta la sua buona volontà e predisposizione mentale e culturale alla vita savia, viene spinto, relegato ad uno status primitivo dell’essere. S’osserveranno i riti a cui esso si attiene con precisa ripetizione ogni giorno, sia esso stare attento a non spingere troppo una porta per non vedergli cadere addosso l’intero soffitto o cominciare fermamente a credere in ogni cosa, pure la più stupida, improbabile e, sì, primitiva, pur di poter continuare a campare, pur di poter continuare a trovare un senso in quel suo vivere, in quella sua esistenza che paragonata a quella altrui latita di ogni ragione e logica. Con Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, non ci sarà spettacolo in questi giorni, ma trattato, apologia di una parte onesta di un popolo, confrontata con la sua parte e i suoi istinti peggiori, al fine proprio di dimostrarne la più concreta differenza. Nessuno sarà libero di andarsene finché l’ultima riga non sarà posta sul foglio e la penna posata, ammettendo sempre che sia possibile porre una fine all’infinita storia di un popolo. Seppur sommersi, sconfitti, abbattuti, certi umani sanno trovare in se stessi forze oscure al momento giusto, quasi soprannaturali, per trovare per se stessi una forma di giustizia, di pace, che ad altri può apparire solo come pura follia o grottesca realtà. Questo è il peso dell’eredità di un Napoletano, il quale canta e balla nel momento più nero della sua vita, non perché ci creda chissà poi quanto veramente, ma perché così gli è stato insegnato a fare.

... continua la lettura


NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!