Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 903 articoli

Libri

Atlante: il libro d’esordio di Vincenzo Scaglione| Recensione

“Atlante” è l’esordio letterario di Vincenzo Scaglione, di recente edito da La bottega delle parole. Sin dalle prime pagine abbiamo la sensazione di entrare all’interno della mente di un’anima spaesata, la cui bussola è impazzita, e il cui dolore è tangibile. Atlante è un racconto frantumato, dove tempi passati e presenti si alternano vicendevolmente, proprio come le emozioni in un cuore deluso. Il protagonista della vicenda, Valerio, ci trascina nel suo flusso di pensieri e di emozioni. C’è il sogno allucinato, ma c’è anche il ricordo lucido e vivo. C’è la delusione per una storia d’amore che, una volta finita, porta via con sé anche tutto il resto, ma al contempo c’è la voglia di rialzarsi con le proprie gambe e continuare a camminare da soli.  Nel cuore del racconto di “Atlante” di Vincenzo Scaglione Il racconto di Vincenzo Scaglione ha un punto focale, al quale, come presi da un vortice, tornano i ricordi più disparati e lontani: il centro dell’uragano è sempre lei. Quell’amore che ci convince a stravolgere la nostra vita, non solo a pensare per due, ma a vivere concretamente in due. Il racconto di Vincenzo finisce per essere una sorta di auto-analisi, di confessione che sgorga inarrestabile da quel centro, da quella delusione che finisce per travolgere ogni cosa le gravitasse intorno.  Il dolore provocato da quella separazione inaspettata e indesiderata, Valerio lo conserva e lo custodisce, come riempitivo di quel vuoto. E proprio come un flusso di pensiero incontrollato, il racconto di Valerio si srotola tra le pagine, passando da un ricordo all’altro. Le frasi proverbiali della nonna morente, ricordate col senno di poi, sembrano quasi rappresentare una sorta di fatale premonizione del suo destino amoroso. È questo l’espediente messo in scena per ricordare l‘inizio della storia d’amore che sembra cambiare le sorti di Valerio: il primo casuale incontro ad una festa, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con l’ambiente circostante, e che proprio per questo risulta essere la più attraente, il primo scambio di battute niente affatto promettenti, ma poi il cambio di scena; una serie forse non casuale di coincidenze che portano i due ad uno pseudo avvicinamento… una favola tutta moderna, insomma. E così i ricordi del passato si alternano al presente, e si fa esplicita la necessità dell’oggi di andare avanti, nonostante la volontà di fissare ancora una volta quello che è stato, perché passato non vuol dire meno importante. Il linguaggio schietto e chiaro dell’autore rende più vivide le emozioni, come le metafore che utilizza, quasi a voler riportare esattamente quello che è il linguaggio del pensiero, e, attraverso la limpidezza delle parole che si susseguono sulla pagina, sembra quasi di vedere chiaramente il riflesso dei pensieri dell’autore. Come anticipato dai paragrafi iniziali, la favola moderna finisce, senza una causa straziante, ma non per questo con meno dolore. Quello stesso dolore è intessuto nelle parole del racconto, ed è vivida la voglia del protagonista di riprendersi ripartendo da se stesso. Forse proprio dalle sue stesse parole. […]

... continua la lettura
Recensioni

Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Venerdì, 3 maggio è andato in scena al teatro ZTN lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola, con la regia di Stefano Ariota. Sul palco i tre attori Marina Billwiller, Ivan Improta e Simone Alfano hanno regalato agli spettatori una performance fuori dalle righe. La scena, segnata dalla virulenza della nudità dei corpi, ha infiammato un ambiente volutamente scarno in un’atmosfera lancinante e perturbante che ha guidato una concitata e doppia narrazione in un solo ed esile piano scenico. Un plauso va anche agli Assistenti alla  regia Massimo Di Stasio e Marco Gremito e all’arredamento scenico dell’arch. Tullio Pojero. “Bruciati” di Stefano Ariota, lo spettacolo dalle molteplici narrazioni come frutto di una realtà delirante Una donna dondola sotto le forti braccia di due uomini, vomita parole sconnesse, insensate come nenie maligne. Erompono tra la platea dei ghigni diabolici, risate schizzate come suoni stridenti in un silenzio assoluto. Dei suoni cadenzati e inquietanti di campane a lutto squarciano la tela del silenzio e si propagano tra gli interstizi della mura del teatro e scagliano pezzi di note di follia, dolore, morte. L’incipit di “Bruciati” è una ferita sanguinante, uno strappo lancinante che desta il sublime, una doccia di fuoco che sveglia dal sopore della quotidianità. Lo spettacolo di Antonio Mocciola è pregno e grondante di una forza primigenia. Un piano scenico diviso in due accoglie i tre protagonisti Anna, Ilario e Marco. Anna e Ilario sono due coniugi e hanno un figlio di nome Andrea che non compare mai nella scena. Tuttavia, La vita di coppia dei due è per Ilario una mordace copertura, poiché Ilario è omosessuale ed è da sempre innamorato di Marco. I due amanti sono costretti a vedersi di nascosto, in stanze d’albergo, poiché Ilario non ha il coraggio di lasciare sua moglie. Ilario teme il giudizio e vuole proteggere suo figlio Andrea da una situazione scomoda e decide di portare avanti una doppia vita. L’incontro dei due amanti è inserito in un angolo del palcoscenico. I due compaiono nudi sul piano scenico condiviso contemporaneamente con Anna, la quale appare congelata, obnubilata da una tetra immobilità, sfumata dall’ombra delle luci concupiscenti puntate sui due uomini. I due corpi si muovono sontuosi, avvinghiati in un unico corpo inscindibile, fusi dal sudore  bollente del piacere carnale. Le scena appare allucinata dalla passione più viscerale e si libera delle vestigia morali e moralistiche della società. Pur amando Marco, tuttavia Ilario è imprigionato nella sua gabbia domestica, condivisa con la moglie che non ama e odia con tutto se stesso. Le mura della casa sono pareti di una prigione di ipocrisia, un luogo infernale, dove la moglie si muove a scatti, come un carillon, quasi  fosse azionata da una cordicina. Proprio da qui che lo spettacolo sembra non completamente lineare, diviene insoluto. Proprio a partire dalle mura domestiche di Ilario e Anna che trapelano brandelli di inquietudine: Ilario risulta frustrato, oppresso dalla sua non vita, si scaglia contro la moglie che si comporta, tuttavia, normalmente, scoppia in fragorose risate isteriche che trapelano […]

... continua la lettura
Recensioni

Si nota all’imbrunire: le mille sfumature della solitudine al Teatro Bellini

Ritorna a Napoli, dopo il successo al Napoli Teatro Festival, presso il Teatro Bellini, lo spettacolo Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato), scritto e diretto da Lucia Calamaro ed interpretato da Silvio Orlando con Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini. In scena dal 3 al 12 maggio 2019, la pièce tende ad evidenziare tutte quelle che sono le sfumature della solitudine sociale, dramma tanto temuto quanto attuale ai nostri giorni. Si nota all’imbrunire: la realtà cruda trattata con un velo di ironia Una delle caratteristiche più singolari di Lucia Calamaro, nota e affermata regista e drammaturga italiana già vincitrice di tre premi UBU, è proprio quella di trattare quelli che sono i drammi più acuti della nostra generazione, con una sottile ironia tale da entrare nel cuore di ogni spettatore con leggerezza, ma ben radicata. Con Si nota all’imbrunire, la regista ci parla di un uomo anziano, Silvio, che da tre anni vive in un paese disabitato, non cammina più e non ha più incontri sociali con persone, né a maggior ragione con i suoi tre figli con cui è in perenne scontro. Il racconto si svolge nell’arco di pochi giorni in cui Silvio riceve a casa i suoi figli e suo fratello poiché a breve doveva avvenire la messa di commemorazione dei dieci anni dalla morte di sua moglie. In evidenza lo sforzo dei figli e del fratello del protagonista nel riattivare quelli che sono i sentimenti di Silvio, ma soprattutto quel briciolo di vitalità che restava in lui. La solitudine sociale: la patologia più attuale dei nostri giorni Il tema fondamentale di questo spettacolo è proprio questo: la solitudine sociale. Immensi gli attori e la regista nel trattare un tema che è molto spesso dimenticato, ma che è più attuale di quanto crediamo. Quel disperato bisogno di andare contro chiunque ci stia accanto, i perenni scontri e l’isolarsi, magari tra le pareti di una casa nella nostra zona di comfort che creiamo per non permettere a nessuno di invaderla. Proprio ciò che accade a Silvio che, alla fine dello spettacolo, si rende conto che l’incontro con i figli ed il fratello per la commemorazione dei dieci anni dalla morte della moglie, in realtà non è mai esistito e che è stato solo frutto della sua immaginazione. Frutto di una mancanza perché, anche se in minima parte, ognuno di noi ha bisogno dell’altro e che forse la solitudine sociale è solo una via alternativa per essere lasciati da soli per un lasso di tempo, ma che sia solo un fatto umano, in tutta la sua più assoluta temporaneità.

... continua la lettura
Recensioni

Il contrario di uno: il romanzo di Erri De Luca in scena al Piccolo Bellini

Arriva al Piccolo Bellini, lo spettacolo ”Il contrario di uno” tratto dal romanzo del celebre scrittore napoletano Erri De Luca, diretto da Nicola Laieta e con i giovani attori del Laboratorio Territoriale delle Arti. In scena dal 2 al 5 maggio, la rappresentazione tende ad evidenziare un racconto in particolare del libro ovvero ”Morso di luna nuova‘,’ in cui vi è narrato un anno particolare della seconda guerra mondiale, forse il più catastrofico, il ’43, e in seguito la liberazione della città. La sfida dei giovani attori con ”Il contrario di uno” Sul palco del Piccolo Bellini parte la sfida di questi giovani attori del Laboratorio Territoriale delle Arti che, con grande coraggio, hanno messo in scena uno dei testi più particolari di Erri De Luca. L’inconfondibile e fluida penna dello scrittore napoletano è stata riportata con dedizione sul palcoscenico, mettendo in evidenza quelli che erano i sentimenti, l’angoscia e la paura che si respirava negli anni della guerra nella città partenopea. Davanti allo spettatore, inizialmente, due quadri ognuno con un’immagine rispettivamente di Hitler e di Mussolini. Il discorso del duce, l’entrata in guerra ed il clima di terrore e di miseria che si percepiva in una Napoli messa alle strette. Ma nonostante ciò, i napoletani non si perdono d’animo e affrontano sempre il tutto con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, tra rosari, battute sarcastiche e grande coraggio. Il grande coraggio della resistenza nelle parole di Erri De Luca In particolar modo è stato evidenziato un anno, il 1943. Anno di lotta, anno di resistenza, anno in cui la città di Napoli, grazie alla sua unione, è riuscita a portare avanti un ideale che si tramuterà poi nell’effettiva liberazione della città. E così è stata messa in scena questa continua ricerca di libertà, di stimoli, incoraggiata dal meraviglioso testo di Erri De Luca che ha portato anche ad una vera e propria evoluzione e consapevolezza del senso del lavoro teatrale e di crescita che il regista, con i giovani attori, ha costruito passo dopo passo omaggiando uno scrittore contemporaneo e dando spazio ai nuovi talenti della scena partenopea che hanno tanto da raccontare e da fare. Un’idea che nasce dopo un’escursione sul Vesuvio in cui i giovani di Maestri di Strada hanno dialogato con Erri Del Luca sul tema della bellezza che nasce dalle catastrofi, che è a pieno descritta nel racconto de ”Il contrario di uno” e che questi ragazzi hanno espresso in tutta la sua essenza, scavando all’interno delle fragilità di ognuno di loro e creandone, a loro volta, un punto di forza. Fonte foto: Ufficio stampa

... continua la lettura
Teatro

Stand Up Comedy: intervista a Sofia Gottardi

In vista della serata del 5 maggio che la vedrà protagonista sul palco del Kestè, abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare con Sofia Gottardi, giovane e divertente comedian. Classe ’96, Sofia Gottardi fa dei suoi difetti materiale per la sua comicità, realizzando in questo modo un contatto con l’altro. Sofia Gottardi, l’intervista Cominciamo con la domanda più banale di tutte: come ha iniziato Sofia Gottardi a fare stand up comedy?   Semplicemente a me è sempre piaciuto scrivere e stare sul palco, soprattutto fare la cretina è qualcosa che mi si addice. Nel 2014 ho fatto vedere un monologo al mio professore di improvvisazione, che ho scritto quando avevo 15, e lui mi ha consigliato di fare un laboratorio comico a Vicenza, e lì una mia amica mi ha fatto un video che ha fatto il giro di varie persone che facevano stand up comedy, ovvero poche. Ho fatto fatica a portare determinate tematiche in quanto nel 2014 eravamo ancora in pochi. Quando poi la stand up comedy ha iniziato a prendere piede ho avuto meno freni. Nel 2016 ho fatto il mio primo spettacolo di un’ora e in seguito ho partecipato ai programmi televisivi di Natural Born Comedians e Comedy Central News su Comedy Central. In questi giorni ho registrato un monologo per Audible e….ho paura di non aver imboccato la domanda (ride) Ti prendi in giro molto spesso, perché questa autoironia?   Ognuno ha il suo stile, tuttavia ritengo ci voglia più coraggio a prendere in giro sé stessi che gli altri, perché per farlo devi capirti al meglio, e ti assicuro che con tutta la propria volontà è molto difficile. Spesso abbiamo bisogno degli altri per farlo, è difficile essere consapevoli dei propri difetti. Quindi la tua comicità è anche un modo per cercare il contatto con l’altro?   Esattamente. Io personalmente ho sempre desiderato il contatto con gli altri, sono sempre stata una ragazza un po’ strana, un po’ bizzarra…e lo sono tutt’ora, solo che prima non avevo la stand up comedy con cui sfogare e quindi avevo qualche difficoltà nell’interagire con gli altri. Fare comicità è anche un modo per dire “io sono così, cercate di capirmi, se c’è qualcuno che è come me sappi che non sei solo ” o magari c’è qualcuno che è anche peggio. Un altro elemento ricorrente nelle tue battute è la condizione della donna.   Certo. Io penso innanzitutto che non deve esserci questa separazione della comicità per uomini e per donne. Io spesso tratto temi che riguardano la donna, ma non lo faccio perché prediligo un pubblico femminile. Semplicemente faccio comicità su cose che conosco, e spero che al pubblico interessi. Se un uomo parla di sesso le donne sono sempre state curiose di sentire cosa ha da dire. Solo che c’è bisogno di una certe elasticità per l’uomo che ascolta la donna perché io da uomo sarei spaventato da una persona che sanguina e non muore, oppure sarei curiosa. Com’è essere una donna nel mondo dello stand up […]

... continua la lettura
Teatro

Daniele Fabbri alla Stand Up Comedy di Napoli: uno show senza freni

“Se siete cattolici, ditemelo subito”. Inizia con questo “avvertimento” lo show di Daniele Fabbri al Kestè di Napoli. Il comedian romano si è esibito col suo spettacolo “Nuovi Monologhi“, davanti ad un pubblico gremito e divertito. Daniele Fabbri, infatti, fonda la sua comicità sulla natura dell’essere ateo e sulla convinzione di questa scelta. Lo show di circa un’ora ha fatto satira sulle ideologie più strane della cultura italiana e sull’attaccamento alla religione del nostro popolo. Lo show di Fabbri tra lezioni di imprecazioni e sessualità Diretto e schietto, Fabbri non si perde in mezzi termini e parla apertamente al pubblico. Da ateo convinto, crede fermamente che la società in cui viviamo dedichi più tempo ai ragionamenti sulle cose astratte che su quelle concrete. “Chiedere a qualcuno cosa ne pensa del sesso prima del matrimonio è come domandare a un soldato se immagina di poter mangiare la pizza margherita durante la leva. Una domanda che nessuno si pone perché non ha senso farsela”. Siamo un popolo di “frustrati dalla religione” che si attacca ai principi morali e comprende poco quelli sensoriali. Daniele esprime pensieri e considerazioni sulla possibilità di cambiare la mentalità degli italiani, per uscire da una situazione di “blocco emotivo” che non ci permette di sentirci liberi di vivere. “Perché ci sono ancora così tanti pregiudizi sulla masturbazione? Le donne si sono evolute, sì. E quindi l’unica cosa che possiamo concedergli è aiutarle a vivere meglio la loro sessualità. Questo dovrebbe essere il compito degli uomini”. Con un accento marcatamente romanesco, Fabbri prova costantemente ad imbarazzare il pubblico, per liberarlo dai pregiudizi che ruotano attorno agli argomenti da lui trattati. La religione è però il tema che sta più a cuore al comico romano. La pedofilia nella Chiesa, l’attaccamento alla credenze, il desiderio di ritrovare nell’Aldilà i propri cari, l’incapacità di riconoscere i meriti delle persone e non quelli di Dio e tutte le altre “catene astratte” alle quali gli italiani sono legati, affollano la mente di Daniele. “Sono un fan dei Papa, deve ammetterlo. Il loro compito è solo quello di dire una cosa carina davanti alla quale il popola esulta, ma ai Papi in realtà non importa di nulla”.   Un popolo pieno di stereotipi non ancora pronto a volare “Sapete che sono stato ‘bannato’ da Facebook e dalla Polonia? Perché? Perché ho oltraggiato una statua di Papa Giovanni Paolo II in Polonia”. Fabbri dichiara di sentirsi molto solo nella sua vita di ateo in Italia. Perché nel nostro paese essere ateo non è facile. E non è nemmeno semplice parlare di questo argomento con chi condivide le stesse idee sulla religione e, soprattutto, con chi le coltiva in modo diverso. Gli argomenti di Daniele Fabbri non sono pensati per tentare di convertire il suo pubblico, sono messi in scena per rompere i muri e le barriere dell’imbarazzo che ruotano attorno ai pregiudizi insiti in ognuno di noi. In uno Stato fortemente cattolico come l’Italia, sembra quasi impossibile dichiararsi ateo ad alta voce. Il rispetto per la religione, […]

... continua la lettura
Teatro

Luciano al Politeama, l’ultimo lavoro di Danio Manfredini

La collaborazione tra il TAN (Teatro Area Nord) e il Teatro Politeama ha fatto sì che il 27 e il 28 aprile, il pluripremiato UBU Danio Manfredini portasse a Napoli il suo ultimo lavoro teatrale: Luciano.  In scena, oltre a Manfredini, ci sono Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi e Giuseppe Semeraro. Luciano, un ultimo atto d’amore La summa. Luciano non è altro che questo, il sunto di un discorso cominciato tantissimi anni fa (con Tre studi per una Crocifissione o, probabilmente, ancora prima) e poi portato avanti, mutato col tempo, cambiato, rivoluzionato per restare al passo con la storia, per capirla e coglierla questa corrente d’innovazione. Il mondo è cambiato, Danio Manfredini pure, ma la sua arte continua a possedere quell’estasi della vocazione ineluttabile. Noi tutti andremo, prima o dopo, mentre il suo teatro resterà. Zampillo di una sorgente lì dove non v’è altro che deserto. Incancellabile dalle menti e i cuori di chi l’ha veduto, l’ha udito, l’ha conosciuto. Danio Manfredini è arte, indubbiamente, eppure bisognerebbe ricordare a molti che resta un uomo di carne, sangue e sogni. Il problema dell’idolo è che quando indica la luna, gli altri non guardano il dito, ma solo lui. Le sue topiche diventano utopiche, per citare qualcuno, e tutto ciò che dice, narra e fa, diventa parte di un contesto più grande, di un meritevole passato che sovrasta il presente e il futuro. Nel narrare il male, nel raccontarla con leggerezza di chi ne conosce il peso specifico e cerca di ridurlo per portarselo alle spalle, la gente ride di gusto e il messaggio è bello che perduto. I mondi creati da Manfredini nei suoi spettacoli, sempre così uniti e aderenti al nostro, per la prima volta appaiono lontani dalla collisione, solamente suoi. Così, mentre il performer assoluto del teatro italiano svolge come sempre più che egregiamente il suo compito sul palco, portando con sé validi compagni a fargli da fondale delle sue emozioni e della sua storia, non si riesce a comunicarci più come le altre volte. Per la prima volta, Danio Manfredini appare lontano, irraggiungibile. Luciano resta un buon spettacolo, anche per i neofiti del maestro che potranno cominciare a coglierne la siffatta bellezza, ma appare irrimediabilmente compromesso nel momento in cui quel palco che è sempre sembrato vicino, ora appare per quel che è: dimensione ristretta all’autore e all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

... continua la lettura
Recensioni

Cavalli di Ritorno 2.0, un camaleontico Gino Rivieccio all’Augusteo

Il cavallo di ritorno è una forma di estorsione tipicamente campana che prevede il furto e la successiva restituzione, previo pagamento di un’ingente somma, del bene appena rubato. E oggi come oggi non c’è nulla di più prezioso di quella scatola nera della nostra esistenza che noi chiamiamo telefono. In questa tascabile borsa di Mary Poppins nascondiamo informazioni, segreti e fotografie che, nelle mani sbagliate, potrebbero compromettere la nostra carriera, destabilizzare la nostra vita sociale. Gino Rivieccio, con lo spettacolo “Cavalli di ritorno 2.0”, andato in scena ieri al Teatro Augusteo di Napoli, ne racconta con il sorriso le catastrofiche conseguenze. Lo fa, nel suo inimitabile modo, con l’ironia e la comicità sobria e mai volgare che ne hanno contraddistinto i 40 anni di carriera. I dialoghi con il simpaticissimo Giovanni Esposito (presente solo in video wall) funzionano e fanno da raccordo ad uno show più ampio, in cui Rivieccio descrive vizi e stranezze del nostro bel Paese. Al suo fianco Rosario Minervino e Paola Bocchetti, attori giovani quanto talentuosi, che hanno dimostrato capacità recitative e canore notevoli. Gino Rivieccio e la nostalgia canaglia “Aggiornamento” del precedente spettacolo, andato in scena, tra gli altri, anche al Teatro Diana nel 2017, “Cavalli di Ritorno 2.0” è un varietà di altri tempi in cui è palese il sentimento di nostalgia degli anni 50′ – 60′, di tempi forse più semplici ma in cui la meritocrazia non era quasi mai in discussione. I volti noti e i rappresentanti della classe politica odierna sono grotteschi e insignificanti rispetto a quelli che li hanno preceduti, e su questo stridente paragone punta la verve comica dello show. Ne è un esempio l’omaggio alla Rai che con le sue trasmissioni, in quella piccola scatola senza colori, sapeva intrattenere, emozionare e stupire, e ai suoi protagonisti indiscussi, quali Corrado e Mike Bongiorno. Discorso analogo vale per Filomena Marturano, la più commovente tra le commedie di Eduardo, a cui Rivieccio contrappone la banalità di C’è Posta per Te e delle sue storie. Sempre sul pezzo, camaleontico ma mai prima donna, l’attore classe ’58 ha dimostrato ancora una volta ieri sera di essere un riferimento, un signore della comicità napoletana autentica, in cui la risata rima con riflessione, omaggio, consapevolezza.

... continua la lettura
Teatro

La Brocca rotta di Giuseppe Dipasquale. Una semplice commedia

Dal 24 aprile al 5 maggio 2019 al Teatro Mercadante di Napoli andrà in scena in prima nazionale lo spettacolo La brocca rotta. L’opera di Heinrich von Kleist sarà qui diretta da Giuseppe Dipasquale e interpretata da un grande coro di attori: Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Andrea Renzi, Antonello Cossia, Carlo Di Maio, Silvia Siravo, Fortuna Liguori Annabella Marotta, Umberto Salvato, Francesco Scolaro e con la partecipazione di Valeria Contadino. Lo spettacolo è una produzione Teatro Stabile di Napoli–Teatro Nazionale. La brocca rotta, una semplice commedia di Giuseppe Dipasquale Non per forza il migliore degli spettacoli è il più dirompente. O quello più sarcastico, movimentato, colmo di straordinari colpi di scena e capovolgimenti d’ordine. La semplicità, come spesso ci viene insegnato, non è un punto di partenza, ma di arrivo. Per questo, nonostante non sia travolgente o d’impatto l’impostazione registica data da Dipasquale, lo spettacolo La Brocca rotta riesce comunque ad essere godibile, facendo giocoforza sulla straordinaria bravura dei suoi attori, il trio Rigillo-Cossia-Renzi soprattutto, e potendo contare sulle solidi base di un testo incredibilmente contemporaneo. Sì, perché questo problema del “male” è assai diffuso anche nei giorni nostri. La corruzione, la necessità di giustificazione o mistificazione di esso è ancora pura essenza della nostra società. Non possiamo, non vogliamo far risultare il male ad ogni costo, persino se questo, in mutata forma, dovesse cadere su qualcun altro e affliggerlo al posto nostro. Così come i personaggi di von Kleist sanno a che gioco stanno giocando fingendo di non ricordarne più né le regole, né i giocatori e neppure l’esistenza stessa di esso, l’uomo sfugge dinanzi alla responsabilità del suo torto e usa, proprio come Adamo, ogni mezzo possibile per salvarsi da se stesso. In un cadenzato climax da commedia, verità scomode vengono poste dinanzi allo spettatore, riflessioni profonde affrontate con un preciso taglio d’autore. I ruoli di ognuno si consumano come candele accese e poi abbandonate a se stesse. Si ride, si ridacchia perfino, anche se ci sarebbe più da piangere in certi frangenti, e così dopo un po’ tutto ciò che resta è solo la cera sciolta e caduta. Testimonianza di una fiamma che una volta ha bruciato.

... continua la lettura
Teatro

Vincenzo Comunale, una ventata d’aria fresca al Kestè

Vincenzo Comunale al Kestè | Recensione Vincenzo Comunale, giovane talento comico, conquista il pubblico del Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, con il suo spettacolo di Stand Up Comedy “Titolo provvisorio”, la sera del 19 aprile. Il titolo del suo monologo rende bene un aspetto che è peculiare della situazione esistenziale generale odierna, la precarietà. Il ragazzo conferma le sue doti comiche e, con franca ironia e molta leggerezza, riesce a mettere in luce le contraddizioni e le distorsioni di una mentalità per certi versi gretta e ancora molto diffusa nella nostra società, dando luogo a un monologo frizzante e dinamico e tenendo alta l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine. Lo spettacolo di Vincenzo Comunale Vincenzo Comunale, napoletano, classe 1996, è tra i più giovani stand up comedians italiani. Si fa notare presto nei circuiti di Stand Up Comedy e in tv (come protagonista a Zelig) e ottiene importanti riconoscimenti, come il “Premio Massimo Troisi” in quanto “Miglior Comico” (per ben due anni consecutivi), il premio della giuria tecnica al “Festival Nazionale di Cabaret Re di Bronzo”, e arriva finalista alla XX edizione del “Festival Nazionale BravoGrazie – La Champions League della Comicità”. Il nostro comico dispone le carte sul tavolo e se le gioca con maestria, snocciolando temi come la pigrizia, l’attesa, l’ansia, la depressione causata dai ritmi frenetici, il difficile rapporto tra genitori e figli, quello con Dio, la politica, l’economia e il razzismo. Analizza a suon di battute ironiche e taglienti il fallimento della nostra società per approdare a una conclusione drammatica, ma colma di speranza. La verità è che siamo tutti delle m**de, ma “se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, diceva il buon Fabrizio De Andrè. Per questo è importante prenderne consapevolezza, secondo Vincenzo Comunale. La coscienza genera la volontà. La passione per la recitazione e la comicità ha bussato presto alla porta di questo ragazzo che, salito sul palco per la prima volta a dodici anni, non è voluto più scendere e il nostro augurio è quello che possa metterci le radici. Ascoltare Vincenzo Comunale su un palco significa avere l’impressione di essere seduti davanti a un bar insieme a un amico sincero che non sta lì ad autocelebrarsi o a leccarti il c**o, ma ride con te della vita e della tragicomicità che è insita in lei. Lo fa in maniera naturale e senza orpelli. Con maturità e senso critico. Soprattutto, c’è un’estrema sensibilità nelle sue parole, una sensibilità acuta e “diversa”. La sua comicità è una ventata d’aria fresca che speriamo possa farsi sempre più spazio nel nostro panorama artistico. “Titolo provvisorio” è una sorta di “best of” dei suoi due one man show precedenti (“Quasi Adulto” e “Sono confuso, ma ho le idee chiare”) che ha portato in tour in vari teatri e locali d’Italia. Ad aprire lo spettacolo è Gina Luongo, una bravissima comedian che ha parlato dell’amore ai tempi dello stalking, suscitando l’ilarità di tutti, nonostante l’argomento scottante. La complessità del tema scelto e […]

... continua la lettura