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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 853 articoli

Teatro

Francesco Randazzo dirige La Rondine al Piccolo Bellini

La Rondine (la canzone di Marta) è il primo allestimento in lingua italiana dell’opera dell’autore catalano Guillem Clua. Tradotto da Martina Vannucci e adattato da Pino Tierno, il testo porta in scena un’accesa denuncia verso il terrorismo e l’omofobia. Gli attori Lucia Sardo e Luigi Tabita sono diretti magistralmente da Francesco Randazzo al Piccolo Bellini. Marta e il suo dolore, Matteo e il suo amore. Francesco Randazzo dirige La Rondine L’incontro tra la severa insegnante di canto Marta e il giovane Matteo avviene nella casa impolverata della donna. I tendaggi bianchi coprono i mobili e il pianoforte dell’appartamento di Marta, trincerata nel dolore per la perdita del figlio Dani. Il ragazzo è stato ucciso in un attentato terroristico in un bar per gay, provocato da un pazzo omofobo. Matteo, che non rivelerà la sua vera identità fino alla fine della scena, vuole imparare a cantare per bene la canzone La Rondine, così da poterla cantare ad alta voce alla commemorazione di una persona a lui molto cara. La purezza di Matteo traspare dai suoi occhi accesi e innamorati, mentre il dolore di Marta è simboleggiato dagli abiti che indossa. La veste nera sta a significare il lutto, la giacca rossa il sangue versato dalla vittima. Durante tutto lo spettacolo la donna si tormenta soprattutto perché si rende conto di non essere stata in grado di comprendere i sentimenti del suo amato figlio, di averlo abbandonato a un destino crudele. “Cosa identifica la nostra umanità? Il dolore, il percepire il dolore degli altri”. Sarà proprio Matteo ad insegnare a Marta a capire quel dolore che tanto la spaventava. I simboli dell’odio e del ricordo spiegati al pubblico I simboli del terrorismo, dell’omofobia e del ricordo sono presenti durante tutto lo spettacolo. E vengono costantemente spiegati al pubblico. Dolore, orrore, spavento, impotenza, solitudine e rabbia ci arrivano dalle parole di Matteo, un ragazzo che ha scelto di vivere la sua vita di omosessuale alla luce del sole ma che ha dovuto combattere per l’affermazione dei suoi diritti e di quelli della persona che ama. Marta, invece, è annebbiata dal dolore. La sua casa è immersa nella polvere, coperta dai veli dei ricordi che le impediscono di comprendere la realtà che la circonda. Il rifiuto verso la cruda verità è la conseguenza del timore di non essere stata una buona madre. Dal Bataclàn all’attentato di Nizza, dalla strage del bar Pulse di Orlando alle morti causate dalla stessa mano terrorista sulle Ramblas di Barcellona,  c’è tutto questo nel soggetto dell’opera di Clua ma, soprattutto, c’è la paura che le persone provano per ciò che è diverso da loro. Una madre può abbandonare suo figlio solo perché questo è gay? Purtroppo sì. Oggi la società è ancora accecata da un odio a dir poco inspiegabile verso i diversi. Si muore per motivi banali, legati alla razza, alla religione, all’orientamento sessuale. Si muore soprattutto a causa dell’ignoranza. Il messaggio dell’opera di Clua è un simbolo di ribellione ma soprattutto di comprensione. Siamo ancora in tempo, possiamo […]

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Teatro

La Rondine al Bellini – Intervista a Luigi Tabita

La Rondine è uno spettacolo teatrale interpretato da Lucia Sardo e Luigi Tabita con la straordinaria regia di Francesco Randazzo che porta a teatro la strage di Orlando, accaduta all’interno del celebre locale Pulse di Orlando, in Florida. Un uomo armato di fucile semiautomatico il 12 Giugno 2016 supera i controlli all’ingresso e compie un attentato accecato dall’odio per gli omosessuali presenti nel locale americano. Il fautore della strage è stato identificato dalla polizia come cittadino statunitense di 29 anni che svolgeva il lavoro di guardia privata per la sicurezza. Seguendo le affermazioni degli agenti di polizia, l’ipotesi di un atto di terrorismo non è da eliminare, in quanto il cittadino newyorkese era stato precedentemente indagato dall’FBI per sospetti di terrorismo. La Rondine al Piccolo Bellini – Trama  Nello spettacolo teatrale che si svolgerà dal 12 al 17 Marzo 2019 presso il Piccolo Bellini di Napoli s’incontrano due protagonisti Marta e Matteo. La prima è una severa maestra di canto che riceve la visita di Matteo, un giovane che desidera migliorare la propria tecnica vocale per cantare il giorno della commemorazione di sua madre, scomparsa di recente. L’intero spettacolo si fonda sull’appassionato confronto  tra Marta e Matteo che li porta a scoprire la verità sui terribili dettagli della strage di Orlando 2016. Per approfondire il senso di questo significativo spettacolo La Rondine presso il Bellini, abbiamo deciso di intervistare l’attore protagonista Luigi Tabita che ci ha risposto con grande slancio e professionalità e ci ha svelato elementi che saranno spunti di riflessione e di interpretazione della pièce teatrale. Intervista a Luigi Tabita  1. Simbolicamente la Rondine rappresenta la libertà, quale significato viene attribuito alla rondine in questa rappresentazione teatrale? La Rondine nella pièce è il titolo della canzone che Matteo, il personaggio che interpreto, vuole imparare per cantarla alla cerimonia del funerale della madre e si presenta a casa della maestra di canto Marta. Ma in realtà poi si scoprirà che la cerimonia non è per la madre, ma per una persona che li accomuna. Quindi la rondine diventa il punto di incontro delle loro vite e delle loro anime. 2. “Cos’è che ci rende umani?” è la domanda chiave dell’intero spettacolo. Lei come attore cosa pensa ci renda davvero umani e solidali? L’amore. E questo spettacolo è un inno all’amore contro ogni forma di odio e discriminazione. 3. Quale è la caratteristica introspettiva-soggettiva che l’attore Luigi Tabita ha voluto donare al protagonista Matteo? È un lavoro che tocca delle corde intime e profonde della mia vita. Fortunatamente, essendo anche un attivista della comunità LGBT, ho attinto anche dall’esperienza vissuta sulla mia pelle, dagli incontri, dalle storie di chi, come me, si batte ogni giorno per una società pluralista ed inclusiva. Ogni sera quando si chiude il sipario mi sento svuotato, capisco delle cose del mio personaggio e ogni sera scopro delle cose di me, essendo la storia di Matteo molto simile alla mia”. 4. Se dovesse definire con 3 parole chiave il rapporto intenso che hanno i due protagonisti Marta […]

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Teatro

Rock City Nights di Valerio Bruner, tra musica e esistenza

Sabato 9 marzo al teatro ZTN è andato in scena “Rock City Nights“, uno spettacolo del cantautore Valerio Bruner, con la regia e l’adattamento di Angela Rosa D’Auria, con Valerio Bruner, Antonio Torino e Chiara Vitiello; le scene e i costumi sono stati curati da  Federica Rubino, artwork Vincenzo Coppola. Lo spettacolo ha il sapore delle terra bruciata della terra del West ed è un connubio tra musica e spaccati di esistenza tipicamente americani: nello specifico, le storie di una serial killer, di una prostituta e di una cantante in declino – interpretati dall’attrice Chiara Vitiello, affiancata da Antonio Torino – sono state cadenzate dalle melodie folk americane della voce e della chitarra di Bruner, le quali hanno saputo estirpare i grumi della passione e del dolore, della gioia e della morte a storie così apparentemente diverse tra loro, ma accomunate dalle ferite, gli stridori e i luccichii dell’esistenza. Rock City Nights di Valerio Bruner, sul palco l’esistenza umana che ha il fragore di un fiume in piena La musica di Valerio Bruner riempie la platea dello ZTN di sonorità folk americane. Scandisce le storie con le sue note che hanno il sapore delle lande texane. Il cantautore fa da colonna sonora e riesce a evocare emozioni che, in un connubio di narrazione e musica, creano un intreccio inestricabile di pathos. Tre sono le storie narrate: una coppia di serial killer che scorrazzano per le highway americane in cerca di prede, quella di una prostituta colma di rimorsi e dal passato ingombrante  e quella di una cantante in declino, senza più un briciolo di ispirazione per la musica. Ciò che accomuna queste storie è una brusca interruzione delle proprie esistenze. Vi è una rottura, un cambiamento repentino che è contraddistinto dalla figura del fiume. La vita delle protagoniste è in balia del tempo che non restituisce nulla di ciò che è stato, ma ci pone di fronte ad un vuoto. Proprio il vuoto che contraddistingue le tre storie: in tutti e tre i casi è il fiume a porre il limite. Il fiume che divora e scorre fluente, senza esitazione, così si è in balia della vita, in modo altrettanto fragoroso. La vita lascia sedimenti, proprio come il fiume che scava e rimpingua di sale il mare nel suo estuario. La vita ti scava, tende a scavare nell’anima umana, come se fosse l’alveo di un fiume. Ciò che rimane è il fagotto del passato e una via in penombra, a tratti completamente tenebrosa che segna il futuro e che noi siamo costretti a percorrere. Dunque, questo spettacolo è una testimonianza dell’esistenza in senso universale. L’esistenza umana che non ha punti di riferimento ed è in costante divenire. Le ultime parole dello spettacolo con cui chiosa Valerio Bruner ci fanno riflettere e comprendere che la vita coincide con quei vuoti, che ognuno riempie in modo diverso. Quei vuoti che tutti noi siamo chiamati a dipingere nel modo più simile possibile a quei colori sfumati, torbidi di cui è tinto il nostro […]

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Teatro

Non mi dire te l’ho detto di Paolo Caiazzo al Teatro Augusteo

Il teatro Augusteo di Napoli, nella serata dell’8 marzo, ha riso di gusto insieme agli spettatori per l’esilarante performance che ha ospitato: in scena  la prima di Paolo Caiazzo, con i due atti inimitabili della scoppiettante commedia Non mi dire te l’ho detto. La commedia, che è stata definita una sorta di “tragedia tutta da ridere”, riflette sull’evoluzione e…corruzione di una società soggiogata dai social networks, tra cui spiccano Facebook e Instagram, i quali hanno profondamente mutato le relazioni umane, non soltanto tra giovani ma anche tra i loro genitori. Per trattare il tema dell’ossessione dei social, che esercitano un vero e proprio controllo sulla nostra vita quotidiana, Paolo Caiazzo in Non mi dire te l’ho detto innesta un mix esilarante di intrecci, complicazioni, fraintendimenti, a partire dalla vicenda di una semplice coppia. I due coniugi, Guglielmo e Raffaella, vengono presentati come un’insoddisfatta coppia vicina agli “anta” e tutta assorbita nell’ossessione dei social, attraverso cui si ingannano e tradiscono a vicenda, dando luogo a un accavallamento di spassosissimi equivoci. Guglielmo decide infatti di prestare la sua casa all’amico Vincenzo, personaggio un po’ impacciato interpretato egregiamente da Caiazzo, per un incontro galante con una donna conosciuta sui social, celata da uno misterioso pseudonimo. A questo scopo, Guglielmo provvede, con menzogne preparate a puntino, a liberarsi della moglie. Nel cuore dello show una scoperta piomba sugli spettatori, inaspettata e irresistibile: è proprio Raffaella la donna misteriosa che deve incontrare Vincenzo, con il preciso intento di vendicarsi dei numerosi tradimenti del marito. Nel frattempo, altri personaggi si sommano a questa dinamica ironica ma anche amara, complicando gli atti e costruendo una spirale di inganni, bugie, vicende piccanti…e tanto altro. I social sono il motore delle loro relazioni compromettenti, la gigantesca “F” blu di facebook campeggia emblematicamente sulla scena. I due coniugi, tutti presi dalle loro baruffe amorose, hanno intenzione di adottare un bambino. A partire da questo ai personaggi già nominati si addizioneranno un ispettore per le adozioni e un’assistente sociale, anche loro calati pienamente in queste vicissitudini amorose. Brillanti e assolutamente geniali si rivelano anche i personaggi minori: una cubista travestita da Wonder Woman rimorchiata da Guglielmo, e il mitico prete Don Giusto, che si occupa dell’incipit e dell’epilogo della commedia. Zuffe, aneddoti sensuali, battute che tengono sempre desti, la micro-tragedia di una famiglia contemporanea, soggiogata al perverso gioco dei social ma, contemporaneamente, anche travagliata dagli stessi problemi di sempre. Paolo Caiazzo mattatore al Teatro Augusteo Diretta da Paolo Caiazzo, la commedia annovera i nomi degli attori Ciro Ceruti, Yuliya Mayarchuck, Franco Pennasilico, Ettore Massa, Felicia del Prete e Feliciana Tufano. Due atti effervescenti, che fanno piegare in due dalle risate ma anche soffermare sugli effetti collaterali dell’uso ormai virale che si fa del web. Uno show che si complica progressivamente, giungendo a omicidi multipli, che sconvolgono lo spettatore ma non lo scandalizzano, perché sempre trattati con serena leggerezza. La natura umana viene svelata nella sua interezza per mezzo del riso: le nostre manie e i nostri colpi di testa ci accomunano […]

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Teatro

Giorgio Gori: intervista al giovane attore napoletano

Il giovane attore e regista Giorgio Gori presenterà a breve alcuni spettacoli nei teatri del capoluogo campano. L’abbiamo intervistato per scoprire qualche curiosità sulla sua storia e sui suoi prossimi progetti. Come ti descriveresti in poche parole? Sono Giorgio Gori, 32 anni e da poco sono uscito dal tunnel della droga. Scherzo. Sono Giorgio Gori e nella vita gioco a far l’attore ed il regista. Mi piace sperimentare e conoscere il teatro in tutte le sue forme. Mi considero molto pignolo sul lavoro, a volte anche pesante e severo ma sempre con il rispetto per tutti, sia attori, maestranze, direttori artistici, se non fosse così scrivetemi in privato. Qual è stato il percorso che ti ha portato al teatro? Mi ci hanno portato. Non era nella mia testa fare l’attore, ma poi una volta che entrai nell’Accademia del Teatro il Primo di Napoli, non ho voluto più scendere da un palcoscenico e quest’anno sono venti anni di teatro. Ho studiato teatro, poi mi sono formato come cabarettista in diversi laboratori di comicità fino a Zelig Lab. Dopo un po’ di giri tra locali, tavoli di ristoranti, piazze, matrimoni e premi in giro per tutta Italia, sono ritornato al mio primo amore, ovvero il teatro con tantissimi amici addetti ai lavori e non. Da circa cinque anni invece sono fisso in cartellone con spettacoli miei. In poche parole non sto mai fermo. Ci puoi raccontare di un’esperienza teatrale che ti è rimasta nel cuore? Ogni esperienza mi ha dato qualcosa, chi contributi ENPALS, chi ritenute d’acconto e chi, soprattutto tantissime gioie ed emozioni. Il lavoro che più porterò nel mio cuore è sicuramente Tranquilli amici è solo sonno arretrato: un mio spettacolo sulla vita di Walter Chiari. È stato un lavoro intenso. L’ho portato in giro per quattro anni, prima con il titolo Giorgio racconta Walter e Chiari si offende e poi con il titolo sopra citato, in cartellone, sia al Nuovo Teatro Sancarluccio e sia al Teatro il Primo. È stato un insieme di emozioni, passione, gioia ed anche una mia sfida personale, ovvero quella di recitare barzellette e monologhi del celebre Walter Chiari che stimo e amo. Come si chiamano i tuoi prossimi lavori e di cosa trattano? Sto girando da circa due anni con Vi racconto l’Avanspettacolo ma a modo mio assieme a Luisa Pellino, la mia showgirl che mi accompagna in tutti i lavori teatrali. Uno spettacolo che omaggia e ricorda il vecchio avanspettacolo italiano. A maggio saremo al Teatro Lazzari Felici di Napoli con il nuovo lavoro Gori e Pellino…divisi a Berlino. Uno spettacolo dedicato ad un muro ma non di Berlino bensì a questo muro che divide gli uomini e le donne. Imminente invece è lo spettacolo in cartellone al Teatro Bolivar di Napoli Re Ferdinando di Borbone e Pulcinella per la regia di Giampiero Notarangelo e coreografie di Luisa Pellino. Tratto dal film Ferdinando I Re di Napoli è una macchina comica perfetta con balli, costumi e scene d’epoca. Una rivalità tra monarchia e […]

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Recensioni

Nerium Park al Nuovo – Il peso di vivere

Dal 6 al 10 marzo, la stagione teatrale del Teatro Nuovo di Napoli ospiterà Nerium Park, opera del pluripremiato autore catalano Josep Maria Mirò, qui diretta da Mario Gelardi, con in scena Chiara Baffi e Alessandro Palladino. Lo spettacolo rappresentata pure un importante traguardo per il Nuovo Teatro Sanità, essendo per essa la prima produzione autonoma. Nerium Park, un racconto  La trama, di per sé, è assai semplice. Bruno e Marta sono una coppia felice, entrambi onesti e seri lavoratori, che ha deciso di fare il grande passo e acquistare la loro prima casa insieme nel nuovo, enorme complesso di case dal nome Nerium Park. Queste, sembrano le basi di una vita destinata a percorrere binari sicuri e piacevoli, ma poco dopo l’acquisto, uno dei due amanti perde il lavoro da un giorno all’altro, costringendo la coppia a fare i conti con le conseguenze economiche, psicologiche e sociali annesse all’evento. È l’attesa, come già anticipato dal regista Mario Gelardi, la chiave d’accesso all’opera e alla vita di Bruno e Marta. Che qualcosa semplicemente accada o smetta di accadere, che uno dei protagonisti, o entrambi, prendano di petto, con furia, la vita e le ingiustizie, le meschinità a cui spesso bisogna adeguarsi, chinare il capo per sopravvivere. O che affronti apertamente le meschinità di cui si impara a fare uso per vivere. Un passepartout capace di aprire come un guscio di noce la mente dei protagonisti, la loro anima per permetterci di guardare dentro. Le ambizioni mancate, l’amore presente e insufficiente al contempo, le incertezze che, come un ospite incapace di capire quando è meglio andar via, si collocano nella loro grande e nuova casa con fare invadente. Sullo sfondo di un Nerium Park desolato, un insieme di mura senza anima, sempre avvolto nel buio tranne per quella che fuoriesce dal loro soggiorno di sera, si consumano i mesi di un anno e una relazione. Il mondo, che doveva essere distante e lontano da lì, invade il territorio, accede alla casa, alla loro vita e li conduce ad una inevitabile riflessione su ciò che è giusto, ciò che è meglio per ognuno di loro. A Bruno e Marta ci si affeziona con facilità, potrebbero essere chiunque di noi. Non si può fare a meno di provare un senso di appartenenza a quella sconfitta annunciata, a quella vacuità che toglie il respiro, alla voglia di riscatto, di vittoria e al dolore della consapevolezza di quanto sia necessario fare il male per il bene, a volte. Senza infliggere nessuna stilettata sanguinante, la regia di Gelardi, mostra i processi e i danni dello stigma sociale, prendendolo alla lontana, senza sbatterlo in prima pagina come si fa con certi mostri, per poi essere dimenticati appena ne arriva uno nuovo. Gli gira attorno, mette in evidenza la parte del testo che racconta soprattutto la vita comune, e pone un quesito semplice, una riflessione afferrabile da chiunque, dando così la possibilità allo spettatore di sperare che tale scelta non tocchi mai a lui.  

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Recensioni

Il paese di cuccagna in scena al Teatro San Ferdinando

Sarà in scena fino a domenica 10 marzo al Teatro San Ferdinando di Napoli lo spettacolo Il paese di cuccagna, ispirato al romanzo omonimo di Matilde Serao e diretto da Paolo Coletta. Il regista ha adattato il romanzo alla scena, isolando i personaggi e le vicende principali del testo, conferendo allo spettacolo una vena fortemente musicale. Il paese di cuccagna: la traduzione scenica Pubblicato a puntate sul Mattino nel 1980, Il paese di cuccagna di Matilde Serao racconta il gioco del lotto, aspramente criticato dalla scrittrice, e alcuni aspetti tipici del popolo napoletano. La traduzione scenica si focalizza su alcuni personaggi, in particolare su Crescenzo Esposito, tenitore di un bancolotto, di Gaetano Trifari, Cesare Fragalà, Carlo Cavalcanti, accaniti giocatori che si fanno chiamare i cabalisti e si incontrano di notte per dedurre i numeri che potrebbero uscire l’indomani, di Luisella Fragalà, moglie di Cesare, di Bianca Calvacanti, figlia di Carlo, delle sorelle Concetta e Caterina Esposito, dell’assistito Pasqualino De Feo e di sua moglie Chiarastella. La Napoli di fine Ottocento È un affresco della Napoli nobile di fine Ottocento quello che vediamo sulla scena del San Ferdinando. La scenografia è essenziale e mutevole, ma i pochi oggetti di scena e gli abiti indossati dagli attori ci catapultano nella Napoli ottocentesca di Matilde Serao. I personaggi sono nobili in decadenza, ossessionati dal gioco del lotto dal quale sperano di ricavare una vincita fortunata che possa cambiare loro la vita. Attendono una qualche salvezza, una salvazione da un malessere indefinito: «Quando lessi per la prima volta Il paese di cuccagna, il tema che mi colpì immediatamente fu quello della salvazione» afferma il regista nelle note di regia. E i personaggi che ci vengono presentati sulla scena cercano di salvarsi attraverso il gioco del lotto, infarcito di credenze superstiziose e cabalistiche. I nobili napoletani cercano insistentemente i numeri da giocare, e pensano di ricavarli dai più puri di cuore. Dovranno arrivare alla rovina, alla distruzione, per accorgersi dell’assurdità di quello che Matilde Serao definì «il cancro di Napoli», quel gioco del lotto che andava – e va- solo ad arricchire le casse dello stato. La superstizione e il razionalismo A fare da sfondo al gioco del lotto ci sono la superstizione e la magia. Verso la fine dell’Ottocento cominciarono infatti ad assumere una certa importanza le figure dei medium capaci di parlare con l’aldilà e lo studio della magia e dell’esoterismo, e alcune pratiche cominciarono a diffondersi anche nel capoluogo partenopeo: come dimenticare la famosa Eusapia Palladino, che arrivò persino in Francia e incontrò le menti più eccelse dell’epoca? C’è tutto questo immaginario nello spettacolo di Paolo Coletta – compaiono altre figure tipiche dell’immaginario napoletano quali la fattucchiera e l’assistito – e c’è lo scontro tra il mondo della superstizione e il mondo della scienza. Lo scetticismo razionalista, che pure si manifestava nell’Ottocento attraverso la dottrina positivistica, è qui incarnato dal personaggio di Crescenzo Esposito, che gestisce un bancolotto e ricava guadagni dalla foga dei giocatori. Un teatro musicale Quello che emerge è […]

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La notte poco prima delle foreste, Pierfrancesco Favino incanta il Bellini

Sanremo 2018. Un’edizione non certo indimenticabile trova il suo punto in una voce. Non è quella di un cantante ma di un attore, di quelli bravi, di quelli italiani, quindi, come vuole un malcostume tutto nostrano, sottovalutati, e che finiscono coll’essere noti al grande pubblico più per le pubblicità che li vedono protagonisti che per il talento. Una sola luce illumina il palco dell’Ariston mentre Pierfrancesco Favino mette a nudo con una polifonia di voci e gesti il concetto di straniero. Quel monologo, tratto da La Notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, è solo un frammento di un racconto estremamente complesso e che il pubblico del Teatro Bellini ieri sera ha potuto finalmente apprezzare nella sua cruda interezza. Un testo, quello del drammaturgo e regista francese, che fa della profonda ed empatica analisi della condizione di estraneità della società e dei frettolosi modelli in cui essa cristallizza il pensiero il suo punto di forza. Un marasma di aneddoti e personaggi che si sfiorano, sovrappongono, spingono come atomi impazziti e la cui gestione drammaturgica, nella forma del soliloquio, sarebbe stata estremamente complessa per chiunque. Ma non per Pierfrancesco Favino. L’attore romano è riuscito a ipnotizzare la platea con un arcobaleno mimico ed emozionale, sfruttando al meglio il palco e il disegno luci di Marco D’Amelio. I complimenti, comunque, vanno divisi anche con Lorenzo Gioielli è riuscito nell’impresa di rendere, attraverso i movimenti dell’attore, dinamico uno spazio scenico privo di scenografia La notte poco prima delle foreste, uno spettacolo difficile da raccontare Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi. Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’. Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano. Lo scrosciare della pioggia, il disperato tentativo di fare amicizia con altro e nel contempo l’incapacità di lasciarlo parlare, perché il silenzio è stato troppo a lungo l’unica soluzione. L’amore fugace, nel bel mezzo di un ponte, e quello che diventa frustrante dannazione. Il sesso, sempre e comunque con la valigia in mano e l’assordante mormorio dei nemici in sottofondo. Le risate, quelle alle spalle, e il non sentirsi mai a casa, sentirsi costantemente in quella stanza di hotel con a malapena i soldi di un caffè in tasca. La notte poco prima delle foreste è uno spettacolo che vuole fornire risposte, fomentando piuttosto riflessioni e dubbi sulla responsabilità che ognuno di noi ha, in quanto essere umano, verso l’altro. Difficile spiegarlo e raccontarlo, meglio viverlo nella sua violenta e inconcludente drammaticità. Foto di Fabio Lovino La notte poco prima delle foreste Teatro Bellini, dal 26 febbraio al 4 marzo Orari: feriali ore 21:00, sabato ore 17:30 e 21:00, domenica ore 18:00, lunedì 4 marzo h. 17:30 Prezzi: da 14€ a 32€, Under29 15€

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Teatro

Enrico IV di Carlo Cecchi in scena al Mercadante

Quando nel 1921 Pirandello scrisse l’Enrico IV non si sarebbe di certo aspettato una messa in scena di un’ora così divertente, ironica e leggera. Eppure la versione di Carlo Cecchi che è stata rappresentata al Mercadante il 26 febbraio e che rimarrà a teatro fino al 3 marzo è esattamente questo, ma molto altro ancora. Enrico IV di Carlo Cecchi, una versione moderna Non è la prima volta che Carlo Cecchi si è cimentato nella rappresentazione di un’opera pirandelliana. Infatti, dopo il successo ottenuto nel 2001 di Sei personaggi in cerca d’autore, oggi l’attore e regista di teatro ci riprova e mette in scena una sua versione della tragedia. I temi sono sempre quelli tipici dell’autore siciliano: il teatro che parla di sé, il cosiddetto metateatro, e la relazione stretta che c’è tra finzione e realtà, spesso considerate due elementi agli antipodi, ma che per Pirandello sono due facce della stessa medaglia. Chi può definire con criteri certi e universali cosa è la verità e cosa è la menzogna? Siamo proprio sicuri di conoscere approfonditamente l’una e l’altra? E se tutto ciò che consideriamo vero fosse in realtà un’enorme bugia? Su questi interrogativi si basa l’Enrico IV: il giorno di carnevale, un uomo travestito da Enrico IV cade da cavallo e batte la testa, credendo così di essere davvero il re di Germania. Così i suoi cari fingono di essere personaggi vissuti all’epoca del re, assecondando la sua pazzia. È proprio la pazzia ad essere un’altra protagonista sulla scena, altra cifra creativa di Pirandello. A furia di ricercare la vera verità e di discernere le cose fallaci da quelle reali si diventa matti. Così lo spettatore è chiamato in continuazione a riflettere e a credere in maniera alternativa che tal personaggio sia pazzo e tal’altro sano, cambiando repentinamente opinione nel corso della piece. È certo, infine, che Cecchi ha dato una verve quasi comica all’Enrico IV, rendendola scorrevole, piacevole, fresca. Un’ora e venti scandita da risate e scenette divertenti, insolite per chi pensa alla versione classica. Difatti lo stesso attore ha affermato che in questa versione “si recita con Pirandello e anche contro Pirandello“, imbastendo una sorta di dialogo instancabile e inesauribile che ha portato il regista a rese sceniche calate nella modernità. In questo senso, ad esempio, egli parla di una sorta di regressione ai luoghi comuni della commedia dell’Ottocento da parte di Pirandello, come la commozione cerebrale come causa di pazzia o il finale melodrammatico. Luoghi comuni, questi, che Cecchi ha cercato di dissacrare giocando anche un po’ con l’autore. Il risultato è tutto da gustare. Foto: @Matteo Delbo

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Teatro

Cartoline da casa mia, di Antonio Mocciola: un corpo nudo in una scatola di mattoni

Il 22, 23 e 24 febbraio è andato in scena al Nouveau Théâtre de Poche “Cartoline da casa mia” di Antonio Mocciola, prodotto dalla Alessandro Vitiello Home Gallery con Bruno Petrosino e la regia di Marco Prato. Ad accaparrarsi la scena è un solo attore, un formidabile Bruno Petrosino che si cala nella parte di Fosco, un ventiseienne disadattato, il quale ha deciso spontaneamente di esiliarsi nella sua stanzetta, permeando le pareti difensive di ogni suo segreto interiore, navigando nel mondo all’interno della sua zattera carrozzata e comunicando con esso attraverso il ponte della penna e della carta scritta. Il Fosco di Antonio Mocciola è un cosiddetto “Hikikomori“(parola proveniente dal giapponese che vuol dire letteralmente “stare in disparte, isolarsi”), vive recluso nella sua stanza e aberra ogni contatto con l’esterno. Cartoline da casa mia di Antonio Mocciola, il linguaggio del corpo come superba verità ancestrale Un urlo sbattuto in faccia nell’ipogeo di una platea. Fosco urla, si libera delle vestigia morali. Fosco è solo: le sue parole scorrono tra le le incavature emaciate di un basso ventre scarno, peccaminosamente ossuto. Rifulge nella platea la tracotanza della nudità più impudica come ossa spolpate dalle cartilagini. Fosco è nudo nella bambagia del suo nido ed è un dardo infuocato scagliato nell’iride dello spettatore, che è costretto alla resa della pudicizia ed è avvolto dalla superbia del corpo nudo, dalle scintille di peli occulti, dai segreti della creazione materna, la quale zampilla come una sorgente diafana. Fosco vive nella sua stanza da ormai due anni. Un giorno di maggio ha deciso di esiliarsi in una scatola di pareti di mattoni e cemento. Ha issato la bandiera bianca della resa nei confronti di una società miope, ma con la quale dialoga, non come un eremita ritirato totalmente dalla società peccaminosa, ma come un uomo che ha come vesti le pareti di una stanza e ha come voce delle cartoline zeppe di lettere, alle quali è affidato il compito di una comunicazione senza  finzione  e con i grumi di sangue caldo dei versi della poesia. Fosco non vuole contaminarsi, non lo vuole più. Il testo di Antonio Mocciola è un inno alla verità. Lo scrittore pizzica le corde più ancestrali dell’animo di un personaggio e la relazione con l’altro si traduce nella mente di Fosco come qualcosa di estraneo, alieno, finto. Fosco  è stato fin troppo costretto a vestire la sua reale identità di abiti non consoni, troppo stretti e dunque destinati perennemente a strapparsi e a mostrare le nudità di una personalità non accettata. Il corpo lo ha sempre tradito. Si scioglieva costantemente sotto il fuoco ardente delle domande imbarazzanti dei suoi familiari; si amalgamava in un coacervo di imbarazzo: colava sudore come cera di una candela, guadi di sudore che sapevano di una verità improponibile. Fosco era una candela dalla fiamma languida che una mattina di maggio ha spento di irradiare la sua fioca luce e si è congelata nelle tenebre dell’oscuro bozzolo della stanza. Fosco ha scelto di venire fuori in tutta […]

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