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Eroica Fenice

Peter Brook Shakespeare

Peter Brook spiega Shakespeare al San Carlo

Peter Brook Shakespeare. Ieri sera nel foyer del Teatro San Carlo di Napoli è stato accolto il regista teatrale Peter Brook che ha tenuto una “Lezione su Shakespeare” in occasione del Napoli Teatro Festival Italia. Il termine “lezione” rimanda al mondo accademico, fa avvertire l’odore secco delle aule universitarie e l’eco intimidatoria del professore, detentore di tutte le certezze, che si erge dalla sua cattedra. Invece le prime parole del regista sono state spese per evitare questo fraintendimento: avrebbe parlato di Shakespeare ma non tenuto una lezione. E in effetti poco si adatta a Peter Brook la definizione di “colui che ha tutte le risposte”, anche se ci si potrebbe aspettare una figura del genere da un regista che ha dedicato la vita all’arte, alla cultura e al teatro.

Dal chiaro sguardo gentile, ha discorso con voce calma e pacata, senza necessità di ricorrere a battute forzate per guadagnarsi il plauso dei presenti e mantenere viva l’attenzione. Un dialogo che ha danzato con l’equilibrio di una ballerina sulla sottile linea che separa le grandi domande dalle loro risposte. Il regista ha esplorato il Bardo, scontrandosi inevitabilmente con i tanti quesiti che solleva, con atteggiamento umile, senza mai tentare di fornire risposte. In fondo anche «Amleto di fronte al verso “Essere o non essere, questa è la domanda” non sta cercando di dare una risposta.»

Peter Brook Shakespeare

 

Un viaggio attraverso Shakespeare mano nella mano con Brook

Attraversando alcune delle principali opere shakespeariane – Amleto, Otello, Re Lear – spiega che bisogna immaginare il testo come un grattacielo e sondarne pian piano tutti i piani. Dal più basso, con espliciti riferimenti sessuali, fino in cima, da dove è possibile avere una visione delle bellezze del mondo, ma anche dei personaggi «pieni di poesia, ambizione, potere». Bisogna approfondire quanto più è possibile ogni piano di quel grattacielo, ma farsi una propria idea sull’opera equivale a chiudere inevitabilmente le altre porte d’interpretazione.

«L’attore che interpretava Jago (in Otello) al Royal National Theatre  ha cominciato dicendo: io non farò la parte del cattivo, tutto quello che so è che io adesso sto interpretando un essere umano. Nessun essere umano è tutto nero o tutto bianco, nessuno di noi. […] Ciascun personaggio di Shakespeare non è mai questo o quello,  […] (ci sono) i livelli infiniti di un essere umano completo. La scoperta dell’essere umano all’interno di questi personaggi è l’aspetto più interessante per gli attori e i registi.» Sulla poliedricità degli uomini in Shakespeare, Brook porta l’esempio, in Re Lear, delle figlie del re. Le due, che poi si scontreranno tra loro e con il padre, fino a meditarne l’omicidio, sono vinte dall’ambizione, dalla competitività e dalla sete di potere. Ma all’inizio sono descritte come ragazze remissive, molto belle quanto sdolcinate. Molto importante diventa, quindi, esplorare gli infiniti aspetti dell’animo umano.

«Un attore ha detto che non esistono in realtà dei ruoli piccoli nelle opere di Shakespeare, ma esistono soltanto attori». E racconta di quanta umanità sia stata donata dalla penna di Shakespeare anche a un semplice messaggero. In quel nome risiede tutta la sua umanità di individuo e presuppone che abbia un proprio carattere, proprie pulsioni e storie, una propria vita.

Mentre alla frequentissima domanda «chi è il vero autore di Shakespeare?», Peter Brook risponde, con sorpresa generale: «Questa domanda è proprio stupida, ancor più di stupida, è inutile». Poi si dilunga ricordando le diverse teorie che ci sono a riguardo, ma alla fine, è davvero utile avere questa risposta? Shakespeare era un genio, era unico e ha dato vita a pagine di infinita bellezza e complessità. Il regista, l’attore o il semplice fruitore di queste letture ha tanto da esplorare e conoscere o meno l’identità esatta dell’autore non ne altera l’inestimabile valore.

Peter Brook Shakespeare

L’universalità delle opere del Bardo

In queste letture si scorgono grandi quesiti ma anche analisi degli uomini e di momenti storici. Si scopre quanto l’uomo sia sempre uguale a se stesso nel passare del tempo e quanto siano ancora attuali certe questioni. Si può addirittura chiedersi se in quel dato testo ci si riferisce all’età elisabettiana o ai giorni nostri, all’Inghilterra o alla Francia, all’America o all’Italia.

Nonostante la complessità delle opere, le infinite sfaccettature dell’uomo e del mondo che lo circonda sono resi con un linguaggio molto semplice ed efficace. Sono versi che hanno volato per il mondo e tra questi ce ne sono alcuni conosciuti in ogni lingua, come l’iconico «To be, or not to be» che subito si aggancia al verso successivo «that is the question». L’universalità dei contenuti e la semplicità della lingua usata, paradossalmente resa artificiosa dalle diverse traduzioni, è uno dei motivi del successo. Però in tanti testi resta impossibile ricavare il pensiero personale dell’autore. La penna del Bardo rende talmente tanto vivi i suoi personaggi che non c’è spazio per un altro pensiero, sono esseri umani, pensanti, pieni e completi.

Peter Brook è un esploratore della vita. Ha vagato dall’Oriente all’Occidente inseguendo i grandi misteri, cercando risposte, ha continuato questa indagine non solo nei testi di Shakespeare, ma nel teatro in generale. A chi gli dice che ha dato la vita per il teatro, risponde con un grande sorriso: «è l’opposto, è il teatro che ha dato vita a me e ancora mi da tanta tanta vita».

Peter Brook Shakespeare

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