Va in scena al Teatro Grande di Pompei l’anteprima di L.A.V.A., nuova coproduzione internazionale firmata da Emio Greco e Pieter C. Scholten – che collaborano ormai dal 1995 e Roberto Zappalà – direttore artistico e coreografo della Compagnia Zappalà Danza e responsabile di recupero e ideazione di Scenario Pubblico a Catania dal 2002, raro esempio in Italia di centro coreografico europeo.
Presentata al Pompeii Theatrum Mundi in una versione inedita e site-specific, L.A.V.A. vede in scena i danzatori di ICK Dans Amsterdam e della Compagnia Zappalà Danza. La performance si costruisce a partire dalla relazione tra la vulnerabilità dei corpi carnici e la monumentalità e l’immobilità di rovine un tempo centro pulsante di vita. Una figura fuori dal tempo e senza volto emerge dal centro della scenografia e – vestita di una tuta argentea che ricorda quella di un astronauta – dà il via all’azione, risvegliando la memoria sopita e remota che il tempo ha però impresso nella pietra.
| Elemento artistico | Dettagli della produzione |
|---|---|
| Titolo spettacolo | L.A.V.A. |
| Regia e coreografia | Emio Greco, Pieter C. Scholten, Roberto Zappalà |
| Compagnie di danza | ICK Dans Amsterdam, Compagnia Zappalà Danza |
| Musica e sound design | Salvador Breed |
| Location | Teatro Grande di Pompei (Pompeii Theatrum Mundi) |
Indice dei contenuti
L.A.V.A. è un viaggio catartico alla ricerca di ciò che ci rende profondamente umani

Rumori piroclastici e nebbia sanciscono l’ingresso del corpo di ballo che – suddiviso in due gruppi da sei – si colloca inizialmente nella parte sopraelevata del palco, come a sorreggere la scaenae frons pompeiana. A sinistra, i danzatori della compagnia ICK Dans Amsterdam in tute lunghe dai motivi verdi, a destra quelli della Compagnia Zappalà, vestiti della medesima tuta ma in rosso/arancio, colore complementare che ricorda il magma e il fuoco. Compongono così un quadro, che si configura quasi come preludio al rito vero e proprio officiato dal performer in tuta argento, iscritto in un cono di luce di forma ellittica. Una ritualità amplificata anche dai suoni gutturali e palatali emessi in scena dai danzatori che, lentamente, si allungano verso il centro da cui sembrano magneticamente e misteriosamente attratti. Queste emissioni vocaliche si trasformano in suggestioni organiche che ricordano quasi un gracidare notturno e sotterraneo, fino a sfumare e confondersi poi nel suggestivo paesaggio sonoro composto da Salvador Breed.
Persino il rumore inconfondibile dei fuochi d’artificio che ascoltiamo in lontananza, dialoga casualmente con la partitura visiva e sonora, e contribuisce a creare una tensione controllata e costruita magistralmente dai tre coreografi, dimostrando così la natura vitale e porosa del loro lavoro. La struttura drammaturgica di L.A.V.A. si fonda su un acronimo che ne racchiude i quattro nuclei fondamentali: Lotta, Avversione, Vuoto, Astrazione. Tutti i passaggi sono scanditi dalla presenza di un viaggiatore solitario: prima caratterizzato dalle sembianze di astronauta sbarcato in un’altra epoca, poi di tecnico teatrale che si aggira con una torcia da testa ed il fumo che gli esce dalla bocca, e infine di turista che scruta i corpi e cattura immagini con la sua fotocamera, come avviene ogni giorno agli scavi.
Il compito di questa figura però è anche di trascinare nel finale, lo spettatore fuori dal viaggio, egli infatti – togliendosi la maschera per bere – assume un volto e rompe la finzione scenica, mandando in frantumi la figura mitico-cosmica cui ci ha abituato, per tornare a essere semplicemente un uomo. Non siamo più davanti a un simbolo e ad una forza archetipica e indomita, bensì dinanzi alla vulnerabilità che, nonostante tutto, ci rende umani.
Lotta, Avversione, Vuoto

Intensi bagliori di luce bianca quasi fulminea chiudono il preludio traghettando il pubblico verso un nuovo quadro. Il ribollire della lava veste i performer e ne anima i corpi, mentre le solenni note dell’organo sembrano quasi sopraffarli. Il dettaglio della dentiera arancione mette in luce una dimensione grottesca che non fa che acuire la tensione drammatica della scena, consegnando al pubblico un’immagine perturbante, in cui il sublime e il deforme convivono in una frizione senza vie d’uscita, che alimenta un senso di costante instabilità. Si assiste così a una frizione che è prima di tutto materica e legata alla qualità del movimento. All’impeto magmatico, focoso, del primo gruppo, si contrappone l’emersione dei danzatori in tuta verde che prendono la scena flettendosi in morbidi en dehors, in un paesaggio sonoro silvestre splendidamente costruito dal compositore olandese, che sembra risuonare intimamente attraverso i corpi. La coreografia si fa progressivamente ipnotica, strutturandosi attorno ai movimenti rotatori del capo, delle braccia, che coinvolgono anche il bacino. Sono loro a ingaggiare una prima, serrata dialettica con la fazione opposta.
Quando un’esplosione di luce bianca sancisce l’insorgere di nuove ostilità, avviene il peggio: la collisione inevitabile di due mondi. L’atmosfera si fa via via sempre più densa e persino l’incessante movimento dei ventagli tra il pubblico sulle gradinate si arresta per un attimo, rendendo la tensione quasi palpabile. Una sola danzatrice in verde osa sfidare le leggi: è una bravissima Emma Shelly. Dopo di lei, i corpi degli altri danzatori strisciano, disegnano ampie circonduzioni ridisegnando lo spazio e si percuotono, fino a colpire il suolo, un’azione quasi rituale che sembra voler sfidare le forze sopite del vulcano stesso.
In uno spazio apocalittico fatto di corpi sdraiati disordinatamente di schiena, fa il suo ingresso il nostro viaggiatore vestito di nero. È stavolta – come già anticipato – un turista che si china a catturare immagini con la sua fotocamera, in un gesto che ricalca fedelmente quello compiuto quotidianamente dai visitatori degli scavi di Pompei. In particolare dinanzi ai corpi immobilizzati, cristallizzati dal cataclisma. Sul palcoscenico, i danzatori giacciono al suolo a terra, impotenti, trasformati in calchi umani viventi attraverso cui il turista cammina indisturbato e sembra dare forma alla vacuità dell’esistenza. Le vittime di oggi – esattamente come quelle pompeiane immortalate da migliaia di turisti nell’Orto dei fuggiaschi – rischiano di essere ridotte a semplici immagini da scrollare distrattamente su uno schermo.
Astrazione

Il viaggio quadripartito di L.A.V.A. giunge infine al quadro dell’Astrazione, ultimo approdo di un percorso affidato ad un gruppo di interpreti straordinari, capaci di alimentare col movimento dei loro corpi una tensione scenica che origina dal contrasto.
Una voce che parla in una lingua sconosciuta e diffonde, attraverso microfoni portati alla bocca dai danzatori, proclami incomprensibili e vacui, inaugura un momento di straniamento che coincide anche con il turning point del viaggio. Suoni che ricordano in parte lo scorrere dell’acqua, in parte il crepitio di un fuoco che si estingue, compongono il tappeto sonoro su cui i sei danzatori – inizialmente vestiti di rosso – rientrano in scena in intimo color carne e, attraverso sinuosi movimenti del bacino, liberano gli altri sei dalle loro tute, lasciandoli in intimo scenico nero e calze dello stesso colore.
L’inaspettato innesto di un remix di Rap God di Eminem sancisce l’inizio della fine, producendo un’ulteriore frattura estetica. All’interno del tessuto ritmico composito della traccia si intrecciano infatti i due linguaggi coreografici che attraversano l’intera pièce. Al centro della scena, l’uomo vestito di nero traccia poi uno zero in gesso bianco – attorno al quale si dispone un cerchio composto di figure anch’esse in nero. Progressivamente infatti i rumori della natura cedono il passo al suono del pianoforte che suona una melodia vagamente classica. Una trasformazione sonora che trova un suo riscontro nella ricerca dell’aplomb dei danzatori e in passi che richiamano il lessico della danza accademica: tra passé, terze posizioni delle braccia e linee rigorose, gli interpreti sembrano voler sfiorare un’armonia formale, ma solo esteriore.
Un equilibrio destinato a infrangersi. A rimarcarlo è lo «zero!» urlato dal viaggiatore in nero sul finire della frase musicale. Il gesto assume una forte valenza simbolica e, dopo aver evocato origine, civiltà e memoria, sembra voler azzerare ogni possibile continuità col passato. I danzatori si dimenano tentando di ricostruire un ordine delle cose attraverso un conteggio numerico in un caotico crescendo da uno a dieci. Anche il linguaggio si sgretola. I corpi, schierati in fila di spalle alle rovine, finiscono per assumerne le fattezze. Diventano essi stessi la memoria storica di una civiltà al collasso e ormai pronta a rinascere dal caos.
L’epilogo è affidato a una pulsazione elettro/techno sempre più incalzante. Le luci si trasformano in un violento strobo e il crescendo ritmico conduce lo spettacolo verso un finale di straordinaria intensità, in cui ogni residuo di ordine viene definitivamente travolto dal caos. Ma questo disordine non coincide con la fine, al contrario è in esso che si cela la possibilità di uno spazio vuoto. Un concetto che richiama lo spirito dell’editoriale per la nuova stagione di Zappalà:
La speranza – scrive: «(…) significa vedere lo spazio vuoto come un palcoscenico pronto per essere abitato; significa guardare i corpi stanchi e immaginare per loro un nuovo movimento. La speranza scrive i passi fidandosi che il corpo troverà l’equilibrio per eseguirli.»
Ed è proprio una profonda speranza quella che infonde nel panorama della danza contemporanea odierna la visione di questi tre coreografi; in grado con L.A.V.A. di dare forma a una creazione di rara intensità che riesce nell’intento forse più calzante per l’arte coreutica, poiché quasi mai dichiarato: cioè di rendere percettibili gli impulsi che compongono quelle correnti sotterranee che governano la realtà, in altre parole rendendo visibile, ciò che è invisibile.
Fonte immagini: Ufficio Stampa
Crediti
- Concept, regia e coreografia: Emio Greco, Pieter C. Scholten e Roberto Zappalà
- Danzatori Compagnia Zappalà Danza: Samuele Arisci, Loïc Ayme, Faile Sol Bakker, Anna Forzutti, Silvia Rossi, Alessandra Verona (assistente Fernando Roldan Ferrer)
- Danzatori ICK Dans Amsterdam: Victor Callens, William Philbert, Emma Shelly, Payton St.John, Ricardo Vasquez Allen, Fiona Yau
- Musica e sound design: Salvador Breed
- Costumi: Clifford Portier
- Una coproduzione: ICK Dans Amsterdam, Scenario Pubblico – Compagnia Zappalà Danza, Teatro Stabile di Catania
- In collaborazione con: Meervaart Theater Amsterdam, Julidans Festival, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
- Con il patrocinio di: INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
- Con il sostegno di: MiC – Ministero della Cultura, Regione Siciliana, Fonds Podiumkunsten, Amsterdams Fonds voor de Kunsten
- Durata: 70 minuti

