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“Sid – fin qui tutto bene” (CTF) | Recensione

Il teatro, come ogni forma d’arte, è tuttora uno dei mezzi più efficaci per affrontare temi delicati della contemporaneità ed è sempre interessante vederne un esempio in spettacoli come “Sid – fin qui tutto bene” di Girolamo Lucania. Il monologo è andato in scena il 4 luglio al Teatro Nuovo nell’ambito del Campania Teatro Festival 2026, dove l’attore Alberto Boubakar Malanchino, nelle vesti di Sid, ha portato sul palco temi attuali quali l’immigrazione e il disagio giovanile, offrendo una potente prova di teatro contemporaneo. Una rappresentazione teatrale che, come lascia intuire il sottotitolo, ha la stessa connotazione di denuncia del film “L’odio” di Mathieu Kassovitz. Infatti, “Fin qui tutto bene” è una famosa frase tratta dalla pellicola ed entrambe le opere affrontano tematiche molto simili, legandole profondamente all’emarginazione e all’integrazione sociale.

Titolo Spettacolo Autore Attore Protagonista Tematiche Principali
Sid – fin qui tutto bene Girolamo Lucania Alberto Boubakar Malanchino Immigrazione, disagio giovanile, razzismo, identità

Scenografia e costruzione del personaggio Sid

La scenografia è minimale: luci soffuse, con un’asta e un microfono al centro. Dietro al microfono, Ivan Bert e Max Magaldi accompagnano con percussioni ed altri strumenti musicali i passaggi salienti del monologo. Sul fondale nero, invece, vengono costantemente proiettate parole significative in inglese e in italiano come “Lie”, “Why”, “You”, “Kill”; inoltre, compaiono anche alcune espressioni tradotte in inglese, pronunciate da Sid, unico personaggio presente in scena. È un ragazzo minorenne della periferia milanese, anche se volutamente non vengono definite età e provenienza. Veste sempre di bianco, il colore del lutto per i musulmani. Sappiamo che frequenta il liceo, che la sua famiglia spesso non lo comprende e che ha una grande passione: collezionare i sacchetti di plastica firmati. Le buste che normalmente servirebbero a contenere gli acquisti in negozi di lusso, per Sid sono oggetti da conservare meticolosamente, poiché incarnano tutto ciò che lui vorrebbe essere, ma che gli sembra così lontano. Il benessere, la ricchezza, il rispetto. In effetti, Sid cerca in tutti i modi – almeno all’inizio – di essere una brava persona, un “bravo ragazzo”. Purtroppo, è stretto fra il giudizio dei suoi compagni di classe, ai quali non vuole far sapere che ama la letteratura per timore di essere deriso, e degli altri italiani che preferiscono decidere la cittadinanza di una persona in base al colore della pelle. Esattamente come tanti ragazzi italiani di seconda generazione, viene tacciato di essere un teppista, un criminale, uno sbandato, sulla base di un pregiudizio sterile e viziato. E così, pian piano, Sid si convince di essere quel ragazzo, arrivando a commettere persino dei reati legati alla microcriminalità giovanile.

La voce di una generazione inascoltata

Sid è la voce di una generazione inascoltata, che trascende la propria invisibilità solo quando la cronaca parla di “maranza” o “baby gang”. Malanchino è assolutamente consapevole del suo ruolo, come è anche consapevole della crudezza di alcuni temi trattati nello spettacolo. L’attore dimostra le sue formidabili abilità recitative attraverso una notevole capacità di mantenere costante l’attenzione del pubblico, sfruttando la gestualità e il tono della voce all’interno della sua complessa performance teatrale. Non è questa, però, la sua unica sfida interpretativa: infatti, la storia non presenta un vero e proprio ordine cronologico, ma è una serie di momenti fissati nello scorrere del tempo, flashback e anche intermezzi di rap che richiamano i codici della cultura hip hop. Eppure, nonostante il compito difficile, questa frammentazione non è uno scoglio per Alberto Boubakar Malanchino, è invece un’opportunità per accrescere il pathos, senza mai far annoiare lo spettatore, passando da un momento comico a uno drammatico in breve tempo.

L’importanza delle musiche e del sound design

Fondamentale, per l’equilibrio complessivo dello spettacolo, è anche il contributo delle musiche e degli effetti sonori firmati da Ivan Bert e Max Magaldi. Percussioni, bassi e sottofondi di pioggia o scoppi definiscono un ritmo crescente e a volte angosciante, perfettamente coerente con la forte emotività che caratterizza il personaggio.

Il significato profondo: razzismo, scelte e destino

“Sid – fin qui tutto bene” racconta uno spaccato generazionale che troppo spesso diamo per scontato, come se la difficile integrazione del “figlio di immigrati” fosse ormai prassi in uno stato civile. Invece, nucleo tematico della messinscena è proprio il fatto che violenza e odio generino solo altrettanta violenza e odio. Tuttavia, è bene specificare che l’intenso monologo non intende giustificare la violenza di alcun tipo. Del resto, Sid non è un personaggio perfetto, non è soltanto una vittima: per un’abile scelta dell’autore Girolamo Lucania, il protagonista spesso si nasconde dietro la motivazione del razzismo e dell’odio subìto per giustificare gli atti orribili che compie e la probabile depressione che lo divora. Ma il finale del monologo lo smentisce, dimostrando come il ragazzo sia sempre stato artefice del suo destino sin dall’inizio della storia. Ha avuto numerosi momenti in cui avrebbe potuto scegliere di essere un’altra persona, la versione migliore di sé stesso; invece ha preferito il baratro della violenza, firmando un’inevitabile auto-condanna ad un tragico destino.

Questo spettacolo sicuramente genererà un dibattito sociale e politico fra le persone in sala, ed è giusto che sia così. In un mondo in cui nessuno vuole essere Sid, per lo meno qualcuno dovrebbe provare a mettersi nei suoi panni.

Recensione di Giulia Granato

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