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Eroica Fenice

La categoria Voli Pindarici contiene 272 articoli

Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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Avere un sogno… oggi!

«Io ho un sogno… che un giorno gli uomini si solleveranno e capiranno che sono fatti per vivere da fratelli… che tutti gli uomini rispetteranno la dignità dell’essere umano. Sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l’acqua e la rettitudine come un fiume irruente». Così Martin Luther King scriveva negli anni ’60, urlando a gran voce un bisogno urgente di giustizia e la sconfitta di ogni sentimento razzista e belligerante. Erano quelli gli anni della speranza, del sangue che ribolliva vivo nelle arterie. Gli anni della più grande rivolta giovanile che la storia dell’uomo abbia sperimentato. Quel sogno di ieri i giovani di oggi lo hanno ereditato, ma lo hanno spogliato di entusiasmo e coraggio. E nel momento storico in cui quel sogno diviene più urgente, vien meno la speranza di lotta, la voglia di crederci davvero, come un tempo ci hanno creduto davvero loro, i figli della rivoluzione. Avere un sogno oggi equivale ad abolire le barriere dell’ipocrisia e del falso buonismo. Avere un sogno oggi equivale a impugnare un’arma più tagliente dei coltelli e più letale di cannoni e fucili, il coraggio cioè di vivere davvero, lottando strenuamente per le cose che contano: un amore che non faccia male, un lavoro che non risieda oltre le frontiere della propria terra, la dignità d’essere uomini e donne in un mondo in cui diritti e doveri non abbiano una veste formale, ma basi solide su cui costruire un futuro degno d’essere vissuto. Il bisogno di cambiamento brucia e arde come il sole cocente di mezzodì. E quel cambiamento risiede negli sguardi giovani di chi sperimenta la piaga della disoccupazione. Risiede nel cuore di ragazze e ragazzi costretti a lasciare affetti, amore, terra e cuore pur di approdare alle rive di una stabilità economica, deponendo spesso sogni ed ambizione. Risiede nel cuore e nella sofferenza di quanti vedono scomparire davanti ai propri occhi cari e conoscenti, risucchiati dal cemento dell’indifferenza e della corruzione. Vite spezzate, desideri tarpati, adulti colpevoli e giovani disillusi. È questa la cospicua eredità del XXI°. Questa la ricchezza che colma vuoti fittizi e mai dona autentica serenità. Ma la pena colossale risiede nell’attuale inerzia, nella superficialità, nel disincanto, nemici di quell’attivismo un tempo motore efficace per capovolgere abitudini e situazioni intollerabili. La futura “generazione d’idioti” di cui parlava Einstein è già qui, presente intorno a noi e siamo proprio noi, ciascuno coinvolto in prima persona. Perché quel che cede sotto i nostri piedi è innanzitutto la dignità e il rispetto personale prima che sociale. Ciò che manca a noi giovani oggi è quella scintilla che smuove le coscienze, che turba gli animi di quanti brancolano nell’errore. Ciò che manca è un vivo desiderio di rivalsa e di giustizia, quello in cui i nostri coetanei di mezzo secolo fa credevano davvero. Manca la pazienza, manca la capacità di comprendere la sana tempistica del momento dell’audacia e quello della riflessione. E così precipitiamo nel baratro della disperazione, in una dimensione in cui l’arduo sacrificio non viene ricompensato, bensì […]

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Riflessi(oni) di una nottambula allo specchio

Mi guardo e vedo solo frammenti. Non so più dove posizionare i pezzi. Lo specchio riflette l’immagine senza penetrarla, come una foto della superficie. Cosa c’è sotto? Non riesco a toccare il fondo, la mia mano afferra un’effimera illusione. Chissà cosa vedono i suoi occhi. Un opaco riflesso, un’ombra evanescente, stralci di verità? È facile celare se stessi, manovrare gli altri portandoli verso la menzogna, come se la vera essenza di sé fosse qualcosa di cui vergognarsi. Il bourbon mi fa sempre lo stesso effetto, un bicchiere ed è come se la mia mente andasse a ruota libera, isolandomi da tutto ciò che mi circonda. Mi sento inerme, senza riuscire a smettere di pensare, come trascinata da una corrente che mi porta prepotentemente verso l’ignoto. Ogni notte la stessa atmosfera: il bancone di legno lucido, le pareti gialle sbiadite dal fumo, l’odore penetrante di alcool, le persone che entrano ed escono dal bar come comparse in una scadente messa in scena, lo sconosciuto dalla giacca verde scuro che mi osserva silenzioso. Viene sempre allo stesso orario, ordina il suo drink e poi va via, lasciando uno spazio vuoto sempre più difficile da colmare. Ha catturato la mia attenzione dalla prima volta in cui ha varcato quella porta. Lui ha visto me, ha colto i frammenti ed è lì che mi lancia segnali dal lato opposto della sala, offrendomi una via di fuga da tutto quello che non ho il coraggio di cambiare, dalla mia confortevole routine. Ho capito chi sei. L’ho capito dal tuo atteggiamento annoiato e raffinato, dalla sigaretta fumata compulsivamente, dal caffè amaro, dal libro di Carver che porti sempre con te, dallo sguardo triste e smarrito. Tutto questo grazie alla sottile barriera che ci separa e ci dona oggettività. La giusta distanza per capire le cose, per guardarle nell’insieme mettendo ordine nel caos che fa delle nostre vite una matassa ingarbugliata. Tirando il filo tutto si riduce a uno. Alla lineare semplicità che è alla base del disordine che creiamo. Ho sempre amato le cose semplici, prive di inutili complicazioni eppure così sottovalutate. Troppo facili, le cose semplici annoiano. E si riparte da capo, creando un’affascinante tempesta e tanta solitudine. “Principianti” è il mio libro preferito. Anche io mi sento così. Dalla fine all’inizio ricomincio da capo ogni volta e nel moto incessante mi smarrisco per poi ritrovarmi, diversa, a volte più forte, altre più fragile. Trovarti ogni settimana al tavolo di fronte mi riporta all’ordine, all’immagine allo specchio. Senza crepe, ma con segni leggeri che ne delineano il percorso. Riprendo da dove avevo lasciato me stessa, recupero ciò che è mio. Ritrovato il mio posto, gusto il sapore dell’ignoto, del bilico, del nuovo inizio. Principiante. E ti guardo, vedendoti per la prima volta.

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Nel nome del Padre

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo… Dio, subito in contatto con te con un segno della croce. Alle elementari durante un pomeriggio di catechismo, qualche settimana di religioso full immersion per prepararci alla comunione, ricordo perfettamente che ci dissero come il segno della croce fosse il varco iniziatico che ci permetteva di comunicare con te. Segno della croce e via, l’accesso è libero, potete rivolgervi a Lui, dare sfogo alle vostre confessioni e porgli domande che potrebbero non avere risposta. Quando avete finito rifate il segno della croce e la comunicazione potrà dirsi interrotta. Niente di tutto questo ora che sono adulta credo sia liturgicamente sensato, sarà che la stessa serietà di essere stata educata in una scuola il cui preside era un prete che mi porta proporzionalmente e paradossalmente ad avere quel non so che di cinico al riguardo, occupare tutti i giorni gli spazi di una chiesa e chiedersi da grande il motivo di tale istituzione. Tu lo sai già, perché dicono che tu veda tutto, ma c’è chi mette in dubbio la tua esistenza, anch’io mi ritrovo concorde la maggior parte del tempo, ma sai anche che l’essere umano ha necessità di “credere” fortemente  in qualcosa o in qualcuno, di trovare un appiglio che non chieda niente in cambio, di appoggiarsi ad uno scoglio per tentare di non essere risucchiati dalle profondità della vita. Un atto di fede vero e proprio, perché in questo mondo fatiscente e fragile mi dici come potrebbe essere il contrario? E allora tu sei il nostro capro espiatorio, l’entità che ringraziamo quando ci accade del buono e quella che ripudiamo quando ciò che ci accade buono non lo è affatto. Eppure sono qua che metto in piedi un dialogo con te e con me stessa. Ah e non sono credente, nei giorni pari almeno. Potrebbe questa definirsi una preghiera? Ho le mani giunte e gli occhi serrati, mi passano per la mente le immagini di quello che vorrei raccontarti e dei cuori sui quali vorrei che tu vegliassi, ma ancora la mia memoria, la parte del cervello che conserva i ricordi, mi riporta al passato, tra i banchi di scuola e quei pomeriggi di catechismo alquanto enigmatici. Ho il ricordo dell’aula e delle luci al neon che si accendevano dopo una piccola intermittenza, quando calava il sole e per strada il tramonto dava alla luce un’aria opaca. Mi ricordo quel silenzio mistificatorio dei corridoi fuori la porta, che la mattina erano invasi dal caos e dal chiacchiericcio dell’allegria infantile: un silenzio che mi inquietava, il buio del riverbero di quelle lampadine mi angustiava. E poi l’insegnante che ti parla del potere ultraterreno del segno della croce… Sto divagando, Dio? Cerco risposte che possano alleviare questo senso di inconsistenza, le risposte che l’uomo cerca nella filosofia o nella religione, in ogni caso in qualsiasi cosa che presupponga fede. Qui sulla terra il giorno volge al termine, così come i miei sospiri. Mi senti? Forse non sono credente neanche nei […]

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Se il tempo fosse denaro: un patrimonio da conservare

La clessidra verde scandisce il tempo e i suoi inesorabili istanti. Le ore costituiscono ricchezza. I giorni, un patrimonio da preservare con parsimonia. Un ghetto. L’élite. Due facce della stessa medaglia. Figli di un cuore che divorzia dalla mente. Esigenza comune, ma capricciosa priorità. La vita. Esistenza improntata al terrore e alla speranza. Esistenza inscritta in un destino disegnato sulle tracce della sicurezza e della corruttibilità. Lui, Will, operaio in una fabbrica che produce apparecchi in cui viene immagazzinato il tempo, e lei, Sylvia, giovane privilegiata residente nella zona più ricca della città. Will con la sua sete di giustizia e Sylvia cristallizzata nella sua gabbia dorata. Due mondi apparentemente opposti, distanti anni luce in termini di possibilità guadagnate e concesse. Il tempo ha il colore del denaro, perché è denaro. Nel ghetto c’è chi giunge a derubare ed ingannare, perché ogni ora vissuta può essere l’ultima. L’élite sembra destinata all’eternità, vivendo un tempo eccessivo per sé e vitale per loro. Ma quell’incontro avrebbe segnato finalmente una nuova era. L’era della mortalità comune, che segue la morte dell’eternità. L’era in cui la ragione e la giustizia cominciano a percorrere lo stesso sentiero. Qualcosa stava cambiando e lei era pronta a barattare il suo tempo infinito, lottando con lui, nel tentativo di sovvertire il sistema, e provando per la prima volta l’adrenalina e l’eccitazione di un condannato a morte. Will, con l’obiettivo di vendicare sua madre, le mostrerà il brivido della lotta alla sopravvivenza in un’esistenza in cui la ricchezza è la vita stessa. Sylvia, con l’intento di impartire una lezione morale a suo padre, si guarderà dentro scoprendo di avere un coraggio fino a quel momento assopito. Gli amici nel ghetto continuavano a morire, mentre l’élite sorrideva egoista e sarcastica della fine altrui. Determinazione e coraggio unirono le proprie forze per concedere nuove chance di serenità, arginando il terrore di non riuscire a contemplare nuove albe. Non occorreva più sacrificare il tempo di molti per soddisfare i capricci di pochi. Perché di tempo ce n’era a sufficienza per tutti. E con tempo sufficiente era possibile sfamare i bambini e gli adulti con la gioia di poter vedere il domani e riuscire ad amare ed abbracciare le persone amate. La vita acquisiva un nuovo significato, un senso di tranquillità e gratitudine contro la corsa forsennata alla sopravvivenza. Ma sopra ogni cosa, il tempo sufficiente per tutti insegnava ora, a quell’élite viziata e dispotica, l’importanza del vederlo scorrere inesorabile, comprendendo e scoprendo un tesoro prima sottovalutato. Una ricchezza incommensurabile, divina e mortale insieme. Perché non esiste denaro senza tempo sufficiente. Un tempo da vivere senza rimpianti e senza remore. Perché un giorno volgerà al termine e il cuore dovrà provare soddisfazione nell’averlo impiegato rettamente e completamente. Via dunque le bende dall’anima e dalla mente. Perché il tempo è denaro e la vita stessa.

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Estate 2018 tra sogni, aspettative e novità

Buona estate 2018 a te, che andrai in vacanza da solo per la prima volta con la tua combriccola di amici scatenati, in un’isoletta greca all’insegna del risparmio e con la nomea della vita notturna degna delle aspettative di un ventenne… e piano con quei quad su quelle stradine sconnesse, soprattutto di sera! Buona estate 2018 a chi ha appena visto Dirty Dancing e, per la serie nessuno può mettere Baby in un angolo, spera di vivere un’estate emozionante come quella della protagonista del film, scoprendo l’amore con un animatore bello, sensuale e pronto a tutto per la sua donna, proprio come Johnny. Buona vacanze a chi troverà davvero l’amore in vacanza e a chi si godrà solo qualche avventura; a chi penserà di esseri fidanzata  con il fascinoso bagnino della piscina solo per aver scambiato qualche bacetto con lui la sera prima mentre questi la compagna ce l’ha sul serio, ma a casa. Buone ferie a chi vivrà l’estate dei primi baci, delle prime cotte, delle prime volte e delle ultime; a chi parte per disintossicarsi dopo la fine di una storia sbagliata e a chi vivrà l’agognato viaggio in Nepal con tanto di fotocamera al collo nuova di zecca. Estate 2018: mare o montagna? Buone ferie a quelle persone “strane” che odiano la vacanza al mare, costituita nello specifico da: gente fastidiosa sulle spiagge, caldo asfissiante, lettini dei vicini troppo attaccati ai propri, sabbia incrostata sui piedi, sale sulla pelle, pallonate in riva al mare, ombra che si sposta e, dulcis in fundo, venditori ambulanti aiutiamoli a casa loro ogni trenta secondi tra le file di ombrelloni. Per la stragrande maggioranza dei fan del mare, queste persone vanno inserite d’ufficio nella categoria di quei particolari sociopatici che ad agosto vanno in montagna a godersi il fresco, l’aria rarefatta senza sudare come si fa al mare e che la sera sono addirittura felici di dormire avvolti nel loro plaid scozzese. Comunque, mai “strani” quanto quelli appartenenti alla tipologia dei  tifosi quattro stagioni, cioè coloro i quali scoprono un’improvvisa passione per l’alta quota solo perché a Dimaro c’è il ritiro precampionato del  Napoli. Ma, alla fine, il Trentino dov’è? Buone ferie a tutti quelli che, non si è mai capito perché e a quale titolo, il quindici agosto si scambiano gli auguri come se ferragosto fosse una festa da santificare alla stregua di Natale o Capodanno. Di conseguenza, devono rigorosamente organizzare qualcosa per onorare questa data, proprio come si fa a Pasquetta, e coinvolgere il maggior numero possibile di persone nelle loro fantasiose attività festaiole, che sia una grigliata all’aria aperta, un’improvvisata a Capri o un falò al chiaro di luna con tanto di chitarra, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi… fiumi di alcol. Che  buon  ferragosto sia, soprattutto  per quelli che si ritroveranno ad avere puntualmente la febbre o qualche impedimento vario proprio in quel giorno. E occhio agli imbecilli con gli originalissimi e pericolosissimi gavettoni in piscina. E il campeggio? Beh, una valida alternativa a metà tra le […]

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Il truccatore, i pennelli e l’acido – Parte seconda

Proseguo col fondotinta.  L’ho steso proprio dove e come voleva lei, ormai già so dove vuole si camuffi.  Ad ogni tocco di pennello sulle sue cicatrici, sento una fitta al cuore. Ho sempre paura di irritare la sua pelle, magari di causare involontariamente un’infezione proprio in quelle fragili ed evidenti scottature che lei vorrebbe coprire bene. Per questo, prima di iniziare, pulisco ancor più accuratamente i miei pennelli, lavo le mani come se fossi un chirurgo che sta per entrare in sala operatoria e uso su di lei la delicatezza di un papà che accarezza la sua bambina sul viso. Quanto dolore ha chiuso dentro, quanta felicità le è stata spezzata, che  cattiveria gratuita e immorale ha dovuto subire inerme quella dolce ragazza. Meglio passare al trucco degli occhi, prima che scoppi a piangere come un bambino davanti a lei, proprio io che dovrei consolarla o, quantomeno, farle trascorrere spensierata un po’ di tempo a farsi bella come tutte le sue coetanee senza scaricarle addosso l’angoscia di un orrore che non si riesce a combattere né con i pensieri positivi né con i discorsi frivoli tipici del mio mestiere. Il truccatore e gli attrezzi del mestiere Ora le faccio uno smokey eyes bello intenso, con i toni del prugna che si sposano benissimo con i colori dei suoi occhi e del suo incarnato. Procedo sempre con la massima delicatezza, perché perfino sugli occhi porta segni dello sfregio, benchè avesse tentato di proteggerli portandosi le mani davanti al viso al momento dell’aggressione. ma l’acido schizzava ovunque, penetrando ogni poro della pelle del suo viso e insinuandosi rapido tra le pieghe delle palpebre. Ombretti, matita, pennelli, kajal, qualche sfumatura nell’angolo dell’occhio e il trucco è finito. L’ho resa proprio una diva da cinema, bellissima e fragile, coriacea e rabbiosa, grintosa e delicata, con molte lacrime ancora da piangere, tanta rabbia per quello che è stato e intermittente angoscia per i giorni che verranno; un bagaglio di traumatica inquietudine che talvolta prende il sopravvento e un cestino di rara felicità che, nonostante tutto, in certi giorni spunta fuori inaspettata. Finito! Che ne dici? le chiedo Meraviglioso come ogni volta! Vorrei averti per sempre sul mio comodino! Mi risponde Non hai bisogno di un truccatore, tu sei meravigliosa! Tra qualche ora i riflettori si spegneranno e tutti ci saluteremo con un abbraccio affettuoso, felici per le emozioni condivise e un po’ dispiaciuti per la fine di questa esperienza. Non ho idea di cosa farà dopo, se mai la rincontrerò o da dove ricomincerà ma so di certo che le sue ferite me le porterò stampate nei miei occhi,  nelle mie mani da truccatore e nel mio animo di uomo degno di questa parola. Il truccatore e la ragazza sfregiata Io, truccatore per la tv prossimo alla pensione, ho avuto la fortuna di conoscerla, l’onore di valorizzarla con gli attrezzi del mio mestiere e la soddisfazione di renderla felice per poche ore come magra compensazione alla pochezza di un mio simile. Per chiederle scusa a modo […]

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