Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Voli Pindarici contiene 278 articoli

Voli Pindarici

Racconto breve di musica e spalle voltate

C’era una strana musica in sottofondo. La sala era gremita di gente e le note si diffondevano troppo forti in quella piccola stanza rossa. Non seppi perché mi trovavo lì, mi avevano invitato ma non sapevo bene cosa c’era da fare o vedere in quella strana serata di inizio primavera. Il buffo uomo seduto al pianoforte era distratto, si vedeva dal suo capo chino che non ciondolava a ritmo delle note emesse dal suo strumento, aveva gli occhi tristi. Pensai che anche lui era stanco di sentire sempre le solite note buttate lì e mi rattristai anche io all’idea che un musicista potesse pensare questo della musica: l’unica cosa che al mondo che ti tiene compagnia anche quando non ci sei neanche tu con te stesso. Erano tutti vestiti eleganti, e portavano con loro un sorriso falso di chi quella sera voleva essere altrove, chissà dove. Faceva pena. Tutto. Io, loro. D’improvviso si avvicinò a me un tipo alto, con una giacca lucida, vi lascio immaginare. Mi disse che quella era una sera dedicata ad una mostra, pensai che forse la situazione potesse prendere una bella piega. Amo le mostre. Mi parlava dell’artista, della sua scuola di pensiero dei materiali usati ed in lontananza notai una figura. Sentivo le voce rauca di quest’uomo che piano piano scompariva alle mie orecchie ero curiosa di scoprire chi si nascondesse dietro quelle spalle che da lontano, sembravano essere a me conosciute. La musica prese una piega veloce, il ritmo incalzava ed insieme a lui i miei pensieri andavano veloci. Il musicista non aveva cambiato espressione, continuava a spingere sui tasti bianchi e neri senza passione ed intanto mi rivoltai a guardare. Si, le conoscevo quelle spalle, così come conoscevo quegli occhi. Da lontano, nella folla, lo riconobbi. Portava con se la solita aria da altezzoso ma anche la sua estrema eleganza. Non era cambiato da quella notte in cui ci salutammo. Avevamo entrambi le lacrime agli occhi e le mani sudate di chi è agitato. Continuai a bere il mio drink mentre l’uomo affianco a me aveva iniziato a parlare con altre persone, io sorrisi annuendo, facendo finta di ascoltare. Mi guardava ed io guardavo lui, da lontano ci dicemmo tante cose, troppe. Ci amavamo lo avemmo fatto sempre, ci piacevamo anche in quelle strane vesti da sera, così come ci piacevamo sotto le coperte del nostro letto che avrebbe avuto tanto da raccontare di noi. Eravamo così, capaci di stare insieme anche dopo anni di assenza infinita. Gli sorrisi mentre cercavo di rimanere lucida. La musica era intanto diventata leggera, le note erano più dolci nell’aria e da lontano vidi che affianco al musicista c’era un uomo, lui lo guardava e sorrideva e con tenera sinfonia premeva i tasti, forse stava solo aspettando che ci fosse lui ad ascoltarlo. Mi rigirai di nuovo verso di lui e vidi che la sua figura si stava avvicinando a me, si faceva spazio tra la folla che d’improvviso si era animata: eravamo pronti per entrare […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Il truccatore, i pennelli e l’acido – parte prima

Eccomi qui, sono il truccatore delle star, pronto come ogni volta a truccarla. Le luci di scena sono quasi tutte accese, il suo costume è sbrilluccicante di paillettes colorate, i capelli sono raccolti, le scarpe da tango sono belle lucide, in un insieme perfetto e assolutamente coordinato per la messa in onda del personaggio da lei interpretato. Questa di stasera, però, sarà l’ultima puntata e voglio impegnarmi al massimo per renderla felice col mio mestiere, gioia e diletto per tutte le ragazze della sua età appassionate di ombretti, blush e mascara. Sono un professionista e devo truccare il suo volto come quello delle altre, pur consapevole del fatto che, però, lei non è come le altre, sia dentro che fuori e, soprattutto, per me. «Come ci trucchiamo stasera?» le chiedo. «Fai tu, solo copri bene questa parte qui», indicando con la mano la parte della sua guancia che non vuole si veda o, meglio, che non vuole si noti troppo, pur sapendo perfettamente che quelle maledette cicatrici si vedono e si vedranno nonostante l’abbondante cerone, le luci giuste, le inquadrature strategiche e qualche ciuffo di capelli che le cade sul viso, proprio nel punto che lei non vuole svelare eccessivamente. Il truccatore e la ragazza sfregiata Come ogni volta che mi accingo a truccarla, prima ancora di far scivolare il pennello del fondotinta sul suo bel volto, mi vergogno di essere un uomo. Questa sensazione di frustrazione mista ad indignazione non mi abbandona fin quando ripongo i pennelli nel mio beauty case e lei si alza e va via, col suo sorriso che talvolta malcela un infinito dolore. In maniera teneramente delicata cerco di  accarezzarla con i miei pennelli e renderla bellissima, ancor più di quanto lo sia ora.  Quando sfioro le ustioni sul suo viso con la setola del pennello, mi domando come faccia a trovare la forza di alzarsi al mattino, non riconoscersi più in quell’immagine che lo specchio le restituisce e di sopravvivere allo scempio subito. Il truccatore, riflessioni allo specchio Mi domando, senza trovare risposta, come abbia fatto fin ora a continuare a vivere con quella sorta di marchio infame impresso a fuoco sul suo viso perché io, al posto suo, non so cosa avrei fatto. Mi chiedo come un individuo possa lucidamente arrivare ad escogitare e realizzare un piano odioso, diabolico ed offensivo nei confronti della propria donna quale quello di cancellare la sua bellezza con un gesto della durata di tre secondi e dalle conseguenze fisiche ed emotive che si trascineranno indelebili per sempre. Tre secondi per punire, corrodere, sfigurare e cancellare un’immagine, un’esistenza, una psiche, una faccia. Vendicarsi di lei, realizzando questo rito punitivo come nei più lontani angoli del mondo per lavare l’offesa subita con l’acido muriatico e condannare all’infelicità colei che ha macchiato l’orgoglio maschile con l’onta dell’abbandono. Costui si è sentito libero di doverla punire solo per averlo lasciato, puntando ad elidere definitivamente la carta vincente della sua ex fidanzata attuando la più odiosa delle deturpazioni. Ma sono qui per […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Le vite degli altri sono le vite che ti soffermi ad osservare

Le vite degli altri sono le vite che guardi comodamente seduto, sigaretta spenta tra pollice e indice della mano destra, accendino nel palmo della sinistra, tasti di cenere e pensieri di fumo. Le vite degli sono le vite che scruti alla finestra. Hai chiuso le ante della finestra sulla via reale, hai aperto lo schermo della finestra sulla vita virtuale. Fuori tutto tace, dentro è tutto un mi piace. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai più vedere. Le vie del Signore sono infinite, le vie delle piazze sono sempre le stesse ma le vie del web sono le più intasate e tra semafori rossi e ingorghi di fronte a cuori rossi, semafori spenti, cervelli dissestati, sentimenti tamponati, c’è stato un incidente: accertata avaria nel sistema empatico del seducente. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai aver vissuto. L’altro sei tu e quell’altro stronzo che tu non sei è l’altro che con te è stato. La serenità al posto della felicità: la scelta dei saggi, mentre assaggi lacrime certamente serene. Le vite degli altri sono le vite in cui una vita vale l’altra: non vieni con me? Viene un’altra. Non mi vuoi? Mi vuole un’altra. Non vuoi la canzoncina? La vuole un’altra. Le vite degli altri sono le vite che mai vorresti vivere. La vita degli altri è la vita che tu stesso stai vivendo. Tentando invano di pensare al tuo benessere, ti sei ritrovato ad ignorare la vera natura del tuo essere. Non eri sereno, ma eri felice. Ora che sei sereno, vivi nell’infelicità. Allora che senso ha a questo mondo la serenità? Non sei più comodamente seduto, basta perdere tempo a fumare: è l’ora di agire. Che tristezza le vite degli altri. Che tristezza la tua vita. 

... continua la lettura
Voli Pindarici

Giuseppe ovvero l’epifania di un pranzo in spiaggia

La pioggia ci sorprese mentre eravamo a pranzo in spiaggia. Non c’erano ombrelloni, solo la sabbia e qualche giocattolo buttato alla rinfusa, vicino ad una buca dissestata. Mia madre aveva portato la frittata di maccheroni e io non vedevo l’ora che fosse ora di pranzo. Quanto mi piaceva! Avevamo messo i teli a mo’ di cerchio, ma io volevo stare vicino a Giuseppe. Giuseppe mi faceva ridere sempre, anche se ogni tanto mi prendeva in giro ed io lo picchiavo. Lui faceva finta di farsi male per farmi vincere, ma non si faceva male veramente. Era forte. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere sul secchiello rosso vicino al mio piede, ma io me ne accorsi solo quando vidi tutti che si alzavano e si affannavano, mentre mamma copriva la frittata di maccheroni e Giuseppe si era messo il telo in testa come la Madonna. Allora me lo misi anch’io e iniziammo a correre. Facevo dei passi lunghissimi e affondavo i piedi nella sabbia fresca che però sotto era calda. Sembravamo dei mostri strani con quei mantelli e allora mi misi a ridere, mentre le gocce di pioggia mi andavano negli occhi e in bocca. Era salata. Attraversammo tutta la spiaggia e ci riparammo nella pineta del villaggio turistico. Io avevo ancora le ciabatte in mano, e i miei piedi si erano un po’ sporcati di terra e aghi di pino. Avevo il fiatone per la corsa e iniziai a respirare col naso e con la bocca. Odorava tutto di terra bagnata, mentre gli aghi di pino mi punzecchiavano le dita dei piedi. Ma ora è marzo ed io sono grande. Ed essere grande significa che ogni tanto ti vengono in mente delle scene del passato che sembrano appartenere alla vita di un’altra persona. Tu ti fermi, chiudi lo sportello della lavatrice, ti metti un po’ comoda e te le guardi. E vedi una bambina con i capelli corti come quelli di un maschietto ed un costumino intero di Topolino, che riempie fino all’orlo secchielli di sabbia bagnata e con gesti meticolosi ne livella la superficie per eliminare quella in eccesso. Quando è soddisfatta, li capovolge di scatto, dà un paio di colpetti sul fondo e lentamente sfila via l’involucro di plastica…magia! Poi, in lontananza, vedi Giuseppe che prende la rincorsa e finge di calpestarli tutti, ma solo per farla arrabbiare. Ma ora è marzo, ed anche Giuseppe è grande. Mentre mi rendo conto che ormai non so più niente di lui, ritorno alla realtà ed afferro il cesto vuoto dei panni sporchi. Pensando a come mi sia venuta in mente questa scena, il mio sguardo si ferma sul fondo del cesto azzurrino. Un ago di pino.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Lei, inconsistente come la prepotenza

Era impalpabile come l’aria, leggera come una brezza di mare di tanto in tanto tagliente. Anzi, inconsistente. Viveva del personaggio che da sola si era creata, fomentato da coloro che contribuivano a pomparla in maniera del tutto ingiustificata e inspiegabile agli occhi di tutti quelli troppo diversi da lei. Queste stesse persone erano affascinate dal suo modo di fare, così frizzante e coinvolgente, dalla sua indole così spensierata e strafottente che sembrava fregarsene degli altri, tutti ipocriti, benpensanti e schiavi delle convenzioni. Ovunque andasse e con chiunque interagisse, era sempre la parte forte. Era lei che dettava la legge a cui tutti dovevano sottostare se volevano rapportarsi con lei. Bello grande quel piedistallo sul quale si era posta, e tutti gli altri sotto, non per presunzione ma per prepotenza. Era molto semplice andare d’accordo con lei: bastava assecondarla sempre, benchè dichiarasse fermamente di volere qualcuno che le tenesse testa nelle discussioni e nella vita di tutti i giorni. Niente di più falso: un suddito era tutto ciò che cercava. Una dama di compagnia al maschile che la seguisse in tutti i suoi progetti più strampalati senza mai criticare o porre obiezioni in merito, altrimenti i punti a suo favore tenacemente conquistati in precedenza grazie all’accondiscendenza, sarebbero andati irrimediabilmente persi in un batter d’occhio. I “no” non erano contemplati nel suo personalissimo manuale del contraddittorio, pena ritrovarsi di fronte improvvisamente una bambina viziata urlante e scalpitante contro chi aveva osato porre diniego alle sue gesta eroiche. Il confronto: per lei uno sconosciuto Discutere con lei era una lotta ad armi impari, uno sfinimento cerebrale, uno stillicidio di parole che si concludeva in un armistizio dettato necessariamente dalla resa dell’altro, non certo della sua. Ne usciva sempre vincente, arroccata nelle sue convinzioni, anche a costo di perdere qualcuno a cui diceva di tenere. Lei, però, di tanto in tanto abdicava Cosa la portasse a cedere di tanto in tanto il suo scettro, non si era ben capito. Sbandierava fiera la sua indomabile libertà, salvo poi cadere nella tentazione di incanalarsi in una vita ordinaria e tranquilla dettata da quel senso di casa, di famiglia che necessariamente i suoi genitori le avevano inculcato. Forse l’amore per qualcuno, ovviamente vissuto a suo modo; forse a seguito di minacce amorose, ultimatum irrevocabili, out out degni di un conflitto; forse il desiderio recondito di scendere di tanto in tanto a qualche compromesso comunque vantaggioso per lei; forse la noia, forse la stanchezza di cercare il tanto agognato incontro fulmineo, travolgente, sconvolgente, sensuale e avvolgente come nei suoi migliori sogni, portavano misteriosamente a farla riflettere sulla sua vita. Sta di fatto che, a periodi più o meno scadenzati, cedeva ad una vita ordinaria e ordinata. Ma la mascherata durava poco, pochissimo, il tempo di riaversi come qualcuno che si riprende annusando i sali dopo un mancamento improvviso. Lei e i compromessi Il periodo del compromesso, dopo un apparente iniziale convincimento, puntualmente finiva per lasciar venire alla luce la sua vera essenza maldestramente affossata. Vivere la vita di […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Ipocondriaci, internet e tv

Possono gli ipocondriaci guardare fiction e programmi a sfondo medico-scientifico senza correre dal medico di base accusando i sintomi di tutte le malattie del mondo? Immaginiamo un soggetto impressionabile vedere spiattellate sul proprio schermo ad alta definizione operazioni a cuore aperto, ferite zampillanti sangue, diagnosi sbagliate o difficili, malattie rare, conseguenze invalidanti di incidenti banali e svariate patologie di natura varia. Il televisore, da strumento di compagnia, potrebbe tramutarsi per lui in un’arma letale peggiore di una reale sindrome conclamata. In principio fu E.R., il serial tv che lanciò il mitico George Clooney, alias il Dottor Ross, nello sfavillante mondo del cinema direttamente dal triage del pronto soccorso di Chicago. In seguito, sulla stessa scia dei pionieri medici in tv, seguirono Nip/tuck, con i due chirurghi plastici più sexy, promiscui e spregiudicati di Los Angeles; Doctor House, alias il mago degli internisti, con il suo bastone e il suo caratteraccio, sempre infallibile nel formulare diagnosi impossibili; Grey’s Anatomy, ossia l’incastro perfetto di casi clinici di particolare gravità con la storia d’amore tra la dottoressa Grey e il dottor Sheperd. Che dire di Scrubs che, seppur divertente e sicuramente più spensierato degli altri serial, sempre di malattie parlava. L’ultimo medical drama apparso in tv in ordine di tempo è Code black, ambientato in un grande pronto soccorso di un ospedale americano: nel titolo contiene quell’esplicito richiamo al colore nero che è un chiaro buon auspicio per chi voglia rilassarsi la sera davanti alla tv. Dato il crescente interesse del pubblico verso il mondo della medicina, anche le trasmissioni televisive a sfondo medico/divulgativo si sono moltiplicate nel tempo a perdita di telecomando alla pari delle fiction: dall’immarcescibile Elisir alle più recenti Malattie imbarazzanti, Diagnosi misteriose, The Doctor Oz show e 24 ore in sala parto, programmi di punta dei palinsesti delle nuove reti del digitale terrestre. Ma non bastano solo questi programmi pseudo scientifici ad influenzare il rapporto con la televisione di un malato immaginario. Anche trasmissioni tranquille e “asintomatiche” come Sconosciuti implicano sempre la presenza di una grave malattia a rompere l’idillio del racconto dei protagonisti. Proprio mentre si cena, tra l’altro. Insomma, le patologie e il terrore di averle tutte sono sempre in agguato, anche quando si guardano programmi televisivi apparentemente insospettabili o si gioca ai videogiochi o si scommette su tutti i casino online. Ipocondriaci si nasce o si diventa? Se la predisposizione a sentirsi vittima di tutti mali del mondo non è necessariamente genetica, con l’avanzare dell’età la propensione al malessere può fare capolino nelle nostre vite da un momento all’altro e condizionarle pesantemente. Nei casi più disperati di ipocondria acuta, una donna potrebbe pensare persino di avere problemi alla prostata. È questo il campanello d’allarme che fa comprendere almeno a noi femminucce che, oltre ad essere terribilmente suscettibili in tema di malanni, è forse il caso di smettere una volta per tutte di vedere simili fiction e trasmissioni tv. Ipocondriaci 2.0 Ma non è finita qui. Al binomio ipocondria–televisione manca l’anello di congiunzione tra una semplice impressionabilità ed il tracollo irreversibile del […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

L’italia è un Paese per vecchi, restare o andare?

Giorni fa parlavo con un collega. Lui, più grande di età, avviato già nella sua carriera di pendolare e docente non di ruolo, siamo “colleghi intellettuali”. Ci scambiamo dei consigli sugli ultimi libri da leggere, lui mi chiede degli esami e gli racconto la mia storia funesta su quell’ennesimo che forse “un giorno passerò”. Mentre parlava guardavo le sue rughe intorno agli occhi, la sua pelle spenta. Il suo atteggiamento e portamento, di solito sicuri, adesso mi apparivano sbiaditi, e così di impeto gli chiedo: “ma tu come stai?”. Gli chiedo sincerità nella sua risposta, volevo più che altro che si sfogasse con me. Lo vedi posare le sue pesanti lenti sul tavolo dove ormai il nostro caffè era finito ed iniziò a raccontarmi. A scuola non si trova bene, ha diverse cattedre in diversi plessi anche molto distanti tra di loro, è costretto ad una maratona quotidiana per tornare a casa stanco, distrutto e vuoto. Mi pronuncia questa parola guardandomi negli occhi e me la ripete. “Vuoto”. Essendo più grande di me, non ho vissuto insieme a lui la sua carriera universitaria ma so per certo quanto la sua passione potesse rendere minuscoli tutti i suoi compagni di studio, quanto prendesse le materie e le cucisse su di lui per farle sue e portarle per sempre nel suo bagaglio culturale. È uno di quelli che la famosa luce gliela vedi negli occhi, ed illumina anche te. Mi racconta dei suoi colleghi, quasi tutti anziani, quasi tutti trascinati dall’abitudine in un mestiere che di abitudine dovrebbe non avere nulla, se non quella di alzarsi ogni mattina ed avviarsi a scuola. Mi racconta di come ha avuto la necessità di essere aiutato finanziariamente dalla sua famiglia perché l’affitto e le spese sono più onerose di quanto possa permettersi. Parla con una cadenza che mi permea e trascina in me tutta la tristezza delle sue dure parole. E poi mi guarda e mi dice “non restare qui, scappa”. Ecco, questa parola nessuno me l’aveva detta, ancora. Tutti mi avevano avvertito sulla difficoltà lavorativa italiana, ma non ce n’era, in effetti, vera necessità: quotidiani ogni giorni ci spiattellano in faccia la forte pendenza della situazione lavorativa.  Ma dette da lui quelle parole pesano tanto, tanto quanto le sue rughe, tanto quanto la sua stanchezza.   “L’Italia è un paese per vecchi” mi ammonisce ancora. Proprio quella mattina mi è capitato di aprire i giornali, come mio solito, e di soffermarmi su di un articolo che descriveva la profonda falda presente nel settore lavorativo giovanile, e più si è giovani, più la falda si apre. Dopo esserci salutati con un lungo abbraccio lo vidi andare via, portandosi alle spalle la borsa piena dei suoi libri che di tanto in tanto scivolava giù. La testa china di chi non porta solo quel peso addosso. E, per la prima volta, io che sento di avere delle profonde radici ancorate al mio Paese, mi chiedo: “è più pesante la valigia per partire o quella, invece, per restare?”.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Lei, lui e quello strano dovere di amare – parte 2

Dovere. Amare. Ma da quando e perché  un sentimento come l’amore, che dovrebbe nascere, crescere ed evolversi in maniera libera e spontanea, era diventato il sinonimo incontrovertibile di un obbligo morale, quando in realtà niente dovrebbe avere a che vedere con le imposizioni? Lei aveva sempre pensato che certe scelte, specie in campo sentimentale, andassero fatte con convinzione e non per convenzione. Quanto senso del dovere c’era da parte di lui dietro la volontà di contrarre matrimonio con la sua compagna, quanta voglia di non deludere le aspettative delle rispettive famiglie si nascondeva dietro la scelta di impostare una vita secondo gli standard tradizionali, e quante speranze per un’unione serena c’erano davvero guardando in prospettiva? Se davvero lui credeva di accomodarsi la vita dentro un matrimonio e accontentare così tutti con l’accondiscendenza propria del suo carattere, aveva imboccato una strada a dir poco tortuosa. Lei e l’altra Il punto era sempre lo stesso: come faceva a stare con quella lì. Ma che diamine ci trovava? Più si arrovellava il cervello, più si moltiplicavano le domande senza risposta  e le considerazioni razionali su quella coppia sgangherata. Ormai lei doveva mettersi bene in testa che quello che aveva connotato sin ora come un vincolo ineluttabile vissuto con pseudo costrizione da parte di lui, agli occhi del suo amato, invece, poteva essere vero amore sancito da una libera scelta. Di conseguenza, aveva promesso a se stessa che avrebbe smesso quanto prima di pensare a quei due insieme, di avere rimorsi su quanto non dichiarato a lui e, soprattutto, di soffrire ancora per quel circo balordo di emozioni a cui aveva in qualche modo preso parte. Soprattutto, visto l’esito della vicenda, aveva giurato a se stessa che avrebbe smesso di appellare l’ “altra” come brutta, orrenda, insulsa, insignificante o con qualunque altro terribile aggettivo possa definirsi una donna  e che non l’avrebbe più incolpata dell’amaro sapore dei sentimenti che provava in quel momento. Brutta o bellissima che fosse, alla fine lui aveva scelto inspiegabilmente proprio quella donna lì e le motivazioni intime, reali o inconsce le conosceva solo lui. Si tenessero pure il loro amore stropicciato, la loro vita incasellata dentro schemi precostituiti e i loro precisissimi calcoli mascherati da sentimenti. Forse la vita e l’amore sono fatti di incroci, precedenze, bivi e strade senza uscita. Lei e lui si erano incrociati, ma c’era prima l’altra. Aveva la precedenza, anche se il rischio di un grosso botto era tristemente in agguato. Lei, il presente e il futuro D’ora in poi, lei avrebbe guardato solo uomini bellissimi, sia dentro che fuori, si sarebbe innamorata solo di ragazzi che la ricambiassero follemente e non più di un tizio con un piede sull’altare. Avrebbe amato un uomo idealista, passionale, libero e sensibile, indipendente e scevro  da imposizioni e dogmi di nessun tipo;  affascinante, di quelli talmente belli da far voltare la testa alle donne per strada. Un uomo talmente meraviglioso che avrebbe suscitato l’invidia di tutte, anche della futura moglie del suo amato, fosse solo per una stupida […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Incomprensibile: tu, l’altra me stessa

Tu l’altra me stessa: incomprensibile. Incomprensibile:  è così che tu sei, è così che io sono. Allo specchio, nuda fra i miei vestiti e le altre abitudini, sola, in mezzo al silenzio che poi sa di rumore. Silenzio. Ti guardo e il tuo riflesso, il mio riflesso, è tutto ciò che mi appare, ed è muto. Interrogativi senza alcuna ragione, domande forse ancora da chiedere. È strano come tutto sembri schiarirsi di fronte al trasparente, ma non sono che opachi frammenti di vetro i tuoi, e non è che un riflesso, altro, quello che appare. Labirinti di segni i tuoi, inestricabili, e arabeschi di sogni i miei, indecifrabili. Disegni, punti di fuga e ritorni, linee, geometrie: inesprimibili. La materia è confusa: i miei tratti nei tuoi, i tuoi tratti nei miei, inafferrabili, e la tua immagine allo specchio, l’altra me stessa all’interno di un miraggio, è inesprimibile. Tu l’altra me stessa, inafferrabile. Io l’altra te stessa, incomprensibile Ti ho cercata, mi sono cercata, al di là della tua immagine, della mia stessa immagine: ci ho provato, disperatamente cercando qualcosa che parlasse di noi, che parlasse per noi. La mia anima è un groviglio di sensi, la tua forma un intrico di cose, emozioni diverse, inconciliabili. Ho provato funambolici equilibri, cadendo e restando pur ferma, restando immobile e sollevandomi ad ogni respiro e riscendendo, come te, guardandoti, guardandomi. Inevitabile. Ho provato con un silenzio, ma quel che ho ricevuto non è stato altro che altro silenzio, altro desolante silenzio, e ho ritentato. Ho provato con un sorriso, ma non era sorriso il tuo, solo un movimento di guance, di occhi, di sopracciglia mi hai dato, o forse ti ho dato, inconsolabile, incomprensibile. Ti ho guardata negli occhi, allora, ancora e disperatamente: solo fenomeni fugaci ho raccolto, apparenti impressioni ad attendermi. Eppure tu eri lì, tu sei lì e ugualmente io, altro riflesso entro cui il tuo stesso riflesso si esprime, e mi scrutavi, sì, resti a scrutarmi come faccio io. Ma i tuoi capelli non sono fili di sogni intrecciati nel vento, le tue labbra non sono alfabeti di voci sull’acqua, i tuoi occhi non sono le profonde tempeste, le distese marine, gli incontri di strane lucerne sul filo dei tempi. No. Sono solo colori e colori, dai contorni precisi e insieme confusi. È meccanica apparente, cinematica degli inganni. Riflessi. Chi sei tu, chi sono io, non lo so. Ancora un’altra illusione. Ma ti cerco. Disperatamente. La tua forma inaccessibile, il tuo spirito inesprimibile. La tua ombra inafferrabile, la cerco, mi cerco: incomprensibile.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Lei, lui e quello strano dovere di amare

Lei, lui e quello strano dovere d’amare Dopo l’annuncio del loro matrimonio, lei continuava a chiedersi con sgomento sempre crescente cosa diamine lui ci trovasse in quella tizia. Era così insulsa che si meravigliava del fatto che un uomo avesse potuto trascorrere ben tre anni di fidanzamento con quella donnetta, per poi volerla sposare. Sì, proprio lui, che lei amava in silenzio da un anno, alla fine aveva deciso per le nozze con “l’altra”, tirato certo un po’ per la giacchetta, ma comunque determinato a dare una svolta a quella relazione, tra il dovuto e il voluto.  Lei e ” l’altra” Ai suoi occhi, quella sottospecie di femmina non aveva niente di bello né dentro né fuori, nessun tipo di appeal o dote che potesse attirare a sé un uomo di media intelligenza, figurarsi proprio colui che lei considerava perfetto alla luce del suo amore. La sua rivale era di bassa statura, dai capelli radi e perennemente arruffati, il viso arcigno e a tratti inespressivo, sgraziata nella voce e nelle movenze. Non era particolarmente intelligente né colta, aveva un modo di pensare astruso e presuntuoso nonché una concezione della realtà del tutto avulsa dall’oggettività dei fatti che le derivava dagli insegnamenti della sua famiglia, altrettanto insensata e nevrotica come  lei. Dai racconti dell’uomo, aveva evinto pure con sommo dispiacere che era anche fintamente bigotta e terribilmente moralista. Quando la guardava, le veniva in testa quel noto aforisma di Oscar Wilde che recita “Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è inevitabilmente brutta”.  Lei si sforzava di trovare spiegazioni sensate a quell’amore paradossale in una massima condita da sano realismo pur di non cedere all’indignazione. Lei e l’altra: il confronto Sì, quella tizia era terribilmente brutta, a differenza sua. Lei sapeva che certi aggettivi non dovrebbero mai essere usati nei confronti di una persona, che la bellezza è negli occhi di chi guarda, che l’amore è cieco, che de gustibus non disputandum est  ma insisteva nel definirla così, non fosse altro che per la rabbia e una buona dose di insana invidia che nutriva nei suoi confronti. Era brutta come la peste, e non c’era storia. Quando non si conosce la compagna dell’uomo amato, la si immagina sempre in qualche modo migliore rispetto a sé sotto svariati punti di vista, tali da impedire e giustificare il mancato distacco dell’uomo verso un’altra donna. Ma, come in questo caso, quando quelle sembianze dapprima immaginate si manifestano in tutta la loro dirompenza, i perché senza risposta non potevano non affollarsi nella sua mente.  Lei si domandava come facesse a stare con la fidanzata, ancora e nonostante tutto, come riuscisse a sopportare la sua voce, la sua presenza, le sue pretese, i suoi stupidi ragionamenti, come facesse a vedere un futuro con lei nonostante le continue lamentele che confidenzialmente l’uomo le rivelava. Si chiedeva perché non avesse mai avuto il coraggio di guardarsi attorno e come sarebbero andate le cose tra loro  se solo lei si fosse dichiarata. Non […]

... continua la lettura