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Eroica Fenice

La categoria Voli Pindarici contiene 269 articoli

Voli Pindarici

Se il tempo fosse denaro: un patrimonio da conservare

La clessidra verde scandisce il tempo e i suoi inesorabili istanti. Le ore costituiscono ricchezza. I giorni, un patrimonio da preservare con parsimonia. Un ghetto. L’élite. Due facce della stessa medaglia. Figli di un cuore che divorzia dalla mente. Esigenza comune, ma capricciosa priorità. La vita. Esistenza improntata al terrore e alla speranza. Esistenza inscritta in un destino disegnato sulle tracce della sicurezza e della corruttibilità. Lui, Will, operaio in una fabbrica che produce apparecchi in cui viene immagazzinato il tempo, e lei, Sylvia, giovane privilegiata residente nella zona più ricca della città. Will con la sua sete di giustizia e Sylvia cristallizzata nella sua gabbia dorata. Due mondi apparentemente opposti, distanti anni luce in termini di possibilità guadagnate e concesse. Il tempo ha il colore del denaro, perché è denaro. Nel ghetto c’è chi giunge a derubare ed ingannare, perché ogni ora vissuta può essere l’ultima. L’élite sembra destinata all’eternità, vivendo un tempo eccessivo per sé e vitale per loro. Ma quell’incontro avrebbe segnato finalmente una nuova era. L’era della mortalità comune, che segue la morte dell’eternità. L’era in cui la ragione e la giustizia cominciano a percorrere lo stesso sentiero. Qualcosa stava cambiando e lei era pronta a barattare il suo tempo infinito, lottando con lui, nel tentativo di sovvertire il sistema, e provando per la prima volta l’adrenalina e l’eccitazione di un condannato a morte. Will, con l’obiettivo di vendicare sua madre, le mostrerà il brivido della lotta alla sopravvivenza in un’esistenza in cui la ricchezza è la vita stessa. Sylvia, con l’intento di impartire una lezione morale a suo padre, si guarderà dentro scoprendo di avere un coraggio fino a quel momento assopito. Gli amici nel ghetto continuavano a morire, mentre l’élite sorrideva egoista e sarcastica della fine altrui. Determinazione e coraggio unirono le proprie forze per concedere nuove chance di serenità, arginando il terrore di non riuscire a contemplare nuove albe. Non occorreva più sacrificare il tempo di molti per soddisfare i capricci di pochi. Perché di tempo ce n’era a sufficienza per tutti. E con tempo sufficiente era possibile sfamare i bambini e gli adulti con la gioia di poter vedere il domani e riuscire ad amare ed abbracciare le persone amate. La vita acquisiva un nuovo significato, un senso di tranquillità e gratitudine contro la corsa forsennata alla sopravvivenza. Ma sopra ogni cosa, il tempo sufficiente per tutti insegnava ora, a quell’élite viziata e dispotica, l’importanza del vederlo scorrere inesorabile, comprendendo e scoprendo un tesoro prima sottovalutato. Una ricchezza incommensurabile, divina e mortale insieme. Perché non esiste denaro senza tempo sufficiente. Un tempo da vivere senza rimpianti e senza remore. Perché un giorno volgerà al termine e il cuore dovrà provare soddisfazione nell’averlo impiegato rettamente e completamente. Via dunque le bende dall’anima e dalla mente. Perché il tempo è denaro e la vita stessa.

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Estate 2018 tra sogni, aspettative e novità

Buona estate 2018 a te, che andrai in vacanza da solo per la prima volta con la tua combriccola di amici scatenati, in un’isoletta greca all’insegna del risparmio e con la nomea della vita notturna degna delle aspettative di un ventenne… e piano con quei quad su quelle stradine sconnesse, soprattutto di sera! Buona estate 2018 a chi ha appena visto Dirty Dancing e, per la serie nessuno può mettere Baby in un angolo, spera di vivere un’estate emozionante come quella della protagonista del film, scoprendo l’amore con un animatore bello, sensuale e pronto a tutto per la sua donna, proprio come Johnny. Buona vacanze a chi troverà davvero l’amore in vacanza e a chi si godrà solo qualche avventura; a chi penserà di esseri fidanzata  con il fascinoso bagnino della piscina solo per aver scambiato qualche bacetto con lui la sera prima mentre questi la compagna ce l’ha sul serio, ma a casa. Buone ferie a chi vivrà l’estate dei primi baci, delle prime cotte, delle prime volte e delle ultime; a chi parte per disintossicarsi dopo la fine di una storia sbagliata e a chi vivrà l’agognato viaggio in Nepal con tanto di fotocamera al collo nuova di zecca. Estate 2018: mare o montagna? Buone ferie a quelle persone “strane” che odiano la vacanza al mare, costituita nello specifico da: gente fastidiosa sulle spiagge, caldo asfissiante, lettini dei vicini troppo attaccati ai propri, sabbia incrostata sui piedi, sale sulla pelle, pallonate in riva al mare, ombra che si sposta e, dulcis in fundo, venditori ambulanti aiutiamoli a casa loro ogni trenta secondi tra le file di ombrelloni. Per la stragrande maggioranza dei fan del mare, queste persone vanno inserite d’ufficio nella categoria di quei particolari sociopatici che ad agosto vanno in montagna a godersi il fresco, l’aria rarefatta senza sudare come si fa al mare e che la sera sono addirittura felici di dormire avvolti nel loro plaid scozzese. Comunque, mai “strani” quanto quelli appartenenti alla tipologia dei  tifosi quattro stagioni, cioè coloro i quali scoprono un’improvvisa passione per l’alta quota solo perché a Dimaro c’è il ritiro precampionato del  Napoli. Ma, alla fine, il Trentino dov’è? Buone ferie a tutti quelli che, non si è mai capito perché e a quale titolo, il quindici agosto si scambiano gli auguri come se ferragosto fosse una festa da santificare alla stregua di Natale o Capodanno. Di conseguenza, devono rigorosamente organizzare qualcosa per onorare questa data, proprio come si fa a Pasquetta, e coinvolgere il maggior numero possibile di persone nelle loro fantasiose attività festaiole, che sia una grigliata all’aria aperta, un’improvvisata a Capri o un falò al chiaro di luna con tanto di chitarra, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi… fiumi di alcol. Che  buon  ferragosto sia, soprattutto  per quelli che si ritroveranno ad avere puntualmente la febbre o qualche impedimento vario proprio in quel giorno. E occhio agli imbecilli con gli originalissimi e pericolosissimi gavettoni in piscina. Estate in famiglia Buone vacanze a quelle tante, tantissime mamme che, […]

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Il truccatore, i pennelli e l’acido – Parte seconda

Proseguo col fondotinta.  L’ho steso proprio dove e come voleva lei, ormai già so dove vuole si camuffi.  Ad ogni tocco di pennello sulle sue cicatrici, sento una fitta al cuore. Ho sempre paura di irritare la sua pelle, magari di causare involontariamente un’infezione proprio in quelle fragili ed evidenti scottature che lei vorrebbe coprire bene. Per questo, prima di iniziare, pulisco ancor più accuratamente i miei pennelli, lavo le mani come se fossi un chirurgo che sta per entrare in sala operatoria e uso su di lei la delicatezza di un papà che accarezza la sua bambina sul viso. Quanto dolore ha chiuso dentro, quanta felicità le è stata spezzata, che  cattiveria gratuita e immorale ha dovuto subire inerme quella dolce ragazza. Meglio passare al trucco degli occhi, prima che scoppi a piangere come un bambino davanti a lei, proprio io che dovrei consolarla o, quantomeno, farle trascorrere spensierata un po’ di tempo a farsi bella come tutte le sue coetanee senza scaricarle addosso l’angoscia di un orrore che non si riesce a combattere né con i pensieri positivi né con i discorsi frivoli tipici del mio mestiere. Il truccatore e gli attrezzi del mestiere Ora le faccio uno smokey eyes bello intenso, con i toni del prugna che si sposano benissimo con i colori dei suoi occhi e del suo incarnato. Procedo sempre con la massima delicatezza, perché perfino sugli occhi porta segni dello sfregio, benchè avesse tentato di proteggerli portandosi le mani davanti al viso al momento dell’aggressione. ma l’acido schizzava ovunque, penetrando ogni poro della pelle del suo viso e insinuandosi rapido tra le pieghe delle palpebre. Ombretti, matita, pennelli, kajal, qualche sfumatura nell’angolo dell’occhio e il trucco è finito. L’ho resa proprio una diva da cinema, bellissima e fragile, coriacea e rabbiosa, grintosa e delicata, con molte lacrime ancora da piangere, tanta rabbia per quello che è stato e intermittente angoscia per i giorni che verranno; un bagaglio di traumatica inquietudine che talvolta prende il sopravvento e un cestino di rara felicità che, nonostante tutto, in certi giorni spunta fuori inaspettata. Finito! Che ne dici? le chiedo Meraviglioso come ogni volta! Vorrei averti per sempre sul mio comodino! Mi risponde Non hai bisogno di un truccatore, tu sei meravigliosa! Tra qualche ora i riflettori si spegneranno e tutti ci saluteremo con un abbraccio affettuoso, felici per le emozioni condivise e un po’ dispiaciuti per la fine di questa esperienza. Non ho idea di cosa farà dopo, se mai la rincontrerò o da dove ricomincerà ma so di certo che le sue ferite me le porterò stampate nei miei occhi,  nelle mie mani da truccatore e nel mio animo di uomo degno di questa parola. Il truccatore e la ragazza sfregiata Io, truccatore per la tv prossimo alla pensione, ho avuto la fortuna di conoscerla, l’onore di valorizzarla con gli attrezzi del mio mestiere e la soddisfazione di renderla felice per poche ore come magra compensazione alla pochezza di un mio simile. Per chiederle scusa a modo […]

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Racconto breve di musica e spalle voltate

C’era una strana musica in sottofondo. La sala era gremita di gente e le note si diffondevano troppo forti in quella piccola stanza rossa. Non seppi perché mi trovavo lì, mi avevano invitato ma non sapevo bene cosa c’era da fare o vedere in quella strana serata di inizio primavera. Il buffo uomo seduto al pianoforte era distratto, si vedeva dal suo capo chino che non ciondolava a ritmo delle note emesse dal suo strumento, aveva gli occhi tristi. Pensai che anche lui era stanco di sentire sempre le solite note buttate lì e mi rattristai anche io all’idea che un musicista potesse pensare questo della musica: l’unica cosa che al mondo che ti tiene compagnia anche quando non ci sei neanche tu con te stesso. Erano tutti vestiti eleganti, e portavano con loro un sorriso falso di chi quella sera voleva essere altrove, chissà dove. Faceva pena. Tutto. Io, loro. D’improvviso si avvicinò a me un tipo alto, con una giacca lucida, vi lascio immaginare. Mi disse che quella era una sera dedicata ad una mostra, pensai che forse la situazione potesse prendere una bella piega. Amo le mostre. Mi parlava dell’artista, della sua scuola di pensiero dei materiali usati ed in lontananza notai una figura. Sentivo le voce rauca di quest’uomo che piano piano scompariva alle mie orecchie ero curiosa di scoprire chi si nascondesse dietro quelle spalle che da lontano, sembravano essere a me conosciute. La musica prese una piega veloce, il ritmo incalzava ed insieme a lui i miei pensieri andavano veloci. Il musicista non aveva cambiato espressione, continuava a spingere sui tasti bianchi e neri senza passione ed intanto mi rivoltai a guardare. Si, le conoscevo quelle spalle, così come conoscevo quegli occhi. Da lontano, nella folla, lo riconobbi. Portava con se la solita aria da altezzoso ma anche la sua estrema eleganza. Non era cambiato da quella notte in cui ci salutammo. Avevamo entrambi le lacrime agli occhi e le mani sudate di chi è agitato. Continuai a bere il mio drink mentre l’uomo affianco a me aveva iniziato a parlare con altre persone, io sorrisi annuendo, facendo finta di ascoltare. Mi guardava ed io guardavo lui, da lontano ci dicemmo tante cose, troppe. Ci amavamo lo avemmo fatto sempre, ci piacevamo anche in quelle strane vesti da sera, così come ci piacevamo sotto le coperte del nostro letto che avrebbe avuto tanto da raccontare di noi. Eravamo così, capaci di stare insieme anche dopo anni di assenza infinita. Gli sorrisi mentre cercavo di rimanere lucida. La musica era intanto diventata leggera, le note erano più dolci nell’aria e da lontano vidi che affianco al musicista c’era un uomo, lui lo guardava e sorrideva e con tenera sinfonia premeva i tasti, forse stava solo aspettando che ci fosse lui ad ascoltarlo. Mi rigirai di nuovo verso di lui e vidi che la sua figura si stava avvicinando a me, si faceva spazio tra la folla che d’improvviso si era animata: eravamo pronti per entrare […]

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Il truccatore, i pennelli e l’acido – parte prima

Eccomi qui, sono il truccatore delle star, pronto come ogni volta a truccarla. Le luci di scena sono quasi tutte accese, il suo costume è sbrilluccicante di paillettes colorate, i capelli sono raccolti, le scarpe da tango sono belle lucide, in un insieme perfetto e assolutamente coordinato per la messa in onda del personaggio da lei interpretato. Questa di stasera, però, sarà l’ultima puntata e voglio impegnarmi al massimo per renderla felice col mio mestiere, gioia e diletto per tutte le ragazze della sua età appassionate di ombretti, blush e mascara. Sono un professionista e devo truccare il suo volto come quello delle altre, pur consapevole del fatto che, però, lei non è come le altre, sia dentro che fuori e, soprattutto, per me. «Come ci trucchiamo stasera?» le chiedo. «Fai tu, solo copri bene questa parte qui», indicando con la mano la parte della sua guancia che non vuole si veda o, meglio, che non vuole si noti troppo, pur sapendo perfettamente che quelle maledette cicatrici si vedono e si vedranno nonostante l’abbondante cerone, le luci giuste, le inquadrature strategiche e qualche ciuffo di capelli che le cade sul viso, proprio nel punto che lei non vuole svelare eccessivamente. Il truccatore e la ragazza sfregiata Come ogni volta che mi accingo a truccarla, prima ancora di far scivolare il pennello del fondotinta sul suo bel volto, mi vergogno di essere un uomo. Questa sensazione di frustrazione mista ad indignazione non mi abbandona fin quando ripongo i pennelli nel mio beauty case e lei si alza e va via, col suo sorriso che talvolta malcela un infinito dolore. In maniera teneramente delicata cerco di  accarezzarla con i miei pennelli e renderla bellissima, ancor più di quanto lo sia ora.  Quando sfioro le ustioni sul suo viso con la setola del pennello, mi domando come faccia a trovare la forza di alzarsi al mattino, non riconoscersi più in quell’immagine che lo specchio le restituisce e di sopravvivere allo scempio subito. Il truccatore, riflessioni allo specchio Mi domando, senza trovare risposta, come abbia fatto fin ora a continuare a vivere con quella sorta di marchio infame impresso a fuoco sul suo viso perché io, al posto suo, non so cosa avrei fatto. Mi chiedo come un individuo possa lucidamente arrivare ad escogitare e realizzare un piano odioso, diabolico ed offensivo nei confronti della propria donna quale quello di cancellare la sua bellezza con un gesto della durata di tre secondi e dalle conseguenze fisiche ed emotive che si trascineranno indelebili per sempre. Tre secondi per punire, corrodere, sfigurare e cancellare un’immagine, un’esistenza, una psiche, una faccia. Vendicarsi di lei, realizzando questo rito punitivo come nei più lontani angoli del mondo per lavare l’offesa subita con l’acido muriatico e condannare all’infelicità colei che ha macchiato l’orgoglio maschile con l’onta dell’abbandono. Costui si è sentito libero di doverla punire solo per averlo lasciato, puntando ad elidere definitivamente la carta vincente della sua ex fidanzata attuando la più odiosa delle deturpazioni. Ma sono qui per […]

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Le vite degli altri sono le vite che ti soffermi ad osservare

Le vite degli altri sono le vite che guardi comodamente seduto, sigaretta spenta tra pollice e indice della mano destra, accendino nel palmo della sinistra, tasti di cenere e pensieri di fumo. Le vite degli sono le vite che scruti alla finestra. Hai chiuso le ante della finestra sulla via reale, hai aperto lo schermo della finestra sulla vita virtuale. Fuori tutto tace, dentro è tutto un mi piace. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai più vedere. Le vie del Signore sono infinite, le vie delle piazze sono sempre le stesse ma le vie del web sono le più intasate e tra semafori rossi e ingorghi di fronte a cuori rossi, semafori spenti, cervelli dissestati, sentimenti tamponati, c’è stato un incidente: accertata avaria nel sistema empatico del seducente. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai aver vissuto. L’altro sei tu e quell’altro stronzo che tu non sei è l’altro che con te è stato. La serenità al posto della felicità: la scelta dei saggi, mentre assaggi lacrime certamente serene. Le vite degli altri sono le vite in cui una vita vale l’altra: non vieni con me? Viene un’altra. Non mi vuoi? Mi vuole un’altra. Non vuoi la canzoncina? La vuole un’altra. Le vite degli altri sono le vite che mai vorresti vivere. La vita degli altri è la vita che tu stesso stai vivendo. Tentando invano di pensare al tuo benessere, ti sei ritrovato ad ignorare la vera natura del tuo essere. Non eri sereno, ma eri felice. Ora che sei sereno, vivi nell’infelicità. Allora che senso ha a questo mondo la serenità? Non sei più comodamente seduto, basta perdere tempo a fumare: è l’ora di agire. Che tristezza le vite degli altri. Che tristezza la tua vita. 

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Giuseppe ovvero l’epifania di un pranzo in spiaggia

La pioggia ci sorprese mentre eravamo a pranzo in spiaggia. Non c’erano ombrelloni, solo la sabbia e qualche giocattolo buttato alla rinfusa, vicino ad una buca dissestata. Mia madre aveva portato la frittata di maccheroni e io non vedevo l’ora che fosse ora di pranzo. Quanto mi piaceva! Avevamo messo i teli a mo’ di cerchio, ma io volevo stare vicino a Giuseppe. Giuseppe mi faceva ridere sempre, anche se ogni tanto mi prendeva in giro ed io lo picchiavo. Lui faceva finta di farsi male per farmi vincere, ma non si faceva male veramente. Era forte. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere sul secchiello rosso vicino al mio piede, ma io me ne accorsi solo quando vidi tutti che si alzavano e si affannavano, mentre mamma copriva la frittata di maccheroni e Giuseppe si era messo il telo in testa come la Madonna. Allora me lo misi anch’io e iniziammo a correre. Facevo dei passi lunghissimi e affondavo i piedi nella sabbia fresca che però sotto era calda. Sembravamo dei mostri strani con quei mantelli e allora mi misi a ridere, mentre le gocce di pioggia mi andavano negli occhi e in bocca. Era salata. Attraversammo tutta la spiaggia e ci riparammo nella pineta del villaggio turistico. Io avevo ancora le ciabatte in mano, e i miei piedi si erano un po’ sporcati di terra e aghi di pino. Avevo il fiatone per la corsa e iniziai a respirare col naso e con la bocca. Odorava tutto di terra bagnata, mentre gli aghi di pino mi punzecchiavano le dita dei piedi. Ma ora è marzo ed io sono grande. Ed essere grande significa che ogni tanto ti vengono in mente delle scene del passato che sembrano appartenere alla vita di un’altra persona. Tu ti fermi, chiudi lo sportello della lavatrice, ti metti un po’ comoda e te le guardi. E vedi una bambina con i capelli corti come quelli di un maschietto ed un costumino intero di Topolino, che riempie fino all’orlo secchielli di sabbia bagnata e con gesti meticolosi ne livella la superficie per eliminare quella in eccesso. Quando è soddisfatta, li capovolge di scatto, dà un paio di colpetti sul fondo e lentamente sfila via l’involucro di plastica…magia! Poi, in lontananza, vedi Giuseppe che prende la rincorsa e finge di calpestarli tutti, ma solo per farla arrabbiare. Ma ora è marzo, ed anche Giuseppe è grande. Mentre mi rendo conto che ormai non so più niente di lui, ritorno alla realtà ed afferro il cesto vuoto dei panni sporchi. Pensando a come mi sia venuta in mente questa scena, il mio sguardo si ferma sul fondo del cesto azzurrino. Un ago di pino.

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Lei, inconsistente come la prepotenza

Era impalpabile come l’aria, leggera come una brezza di mare di tanto in tanto tagliente. Anzi, inconsistente. Viveva del personaggio che da sola si era creata, fomentato da coloro che contribuivano a pomparla in maniera del tutto ingiustificata e inspiegabile agli occhi di tutti quelli troppo diversi da lei. Queste stesse persone erano affascinate dal suo modo di fare, così frizzante e coinvolgente, dalla sua indole così spensierata e strafottente che sembrava fregarsene degli altri, tutti ipocriti, benpensanti e schiavi delle convenzioni. Ovunque andasse e con chiunque interagisse, era sempre la parte forte. Era lei che dettava la legge a cui tutti dovevano sottostare se volevano rapportarsi con lei. Bello grande quel piedistallo sul quale si era posta, e tutti gli altri sotto, non per presunzione ma per prepotenza. Era molto semplice andare d’accordo con lei: bastava assecondarla sempre, benchè dichiarasse fermamente di volere qualcuno che le tenesse testa nelle discussioni e nella vita di tutti i giorni. Niente di più falso: un suddito era tutto ciò che cercava. Una dama di compagnia al maschile che la seguisse in tutti i suoi progetti più strampalati senza mai criticare o porre obiezioni in merito, altrimenti i punti a suo favore tenacemente conquistati in precedenza grazie all’accondiscendenza, sarebbero andati irrimediabilmente persi in un batter d’occhio. I “no” non erano contemplati nel suo personalissimo manuale del contraddittorio, pena ritrovarsi di fronte improvvisamente una bambina viziata urlante e scalpitante contro chi aveva osato porre diniego alle sue gesta eroiche. Il confronto: per lei uno sconosciuto Discutere con lei era una lotta ad armi impari, uno sfinimento cerebrale, uno stillicidio di parole che si concludeva in un armistizio dettato necessariamente dalla resa dell’altro, non certo della sua. Ne usciva sempre vincente, arroccata nelle sue convinzioni, anche a costo di perdere qualcuno a cui diceva di tenere. Lei, però, di tanto in tanto abdicava Cosa la portasse a cedere di tanto in tanto il suo scettro, non si era ben capito. Sbandierava fiera la sua indomabile libertà, salvo poi cadere nella tentazione di incanalarsi in una vita ordinaria e tranquilla dettata da quel senso di casa, di famiglia che necessariamente i suoi genitori le avevano inculcato. Forse l’amore per qualcuno, ovviamente vissuto a suo modo; forse a seguito di minacce amorose, ultimatum irrevocabili, out out degni di un conflitto; forse il desiderio recondito di scendere di tanto in tanto a qualche compromesso comunque vantaggioso per lei; forse la noia, forse la stanchezza di cercare il tanto agognato incontro fulmineo, travolgente, sconvolgente, sensuale e avvolgente come nei suoi migliori sogni, portavano misteriosamente a farla riflettere sulla sua vita. Sta di fatto che, a periodi più o meno scadenzati, cedeva ad una vita ordinaria e ordinata. Ma la mascherata durava poco, pochissimo, il tempo di riaversi come qualcuno che si riprende annusando i sali dopo un mancamento improvviso. Lei e i compromessi Il periodo del compromesso, dopo un apparente iniziale convincimento, puntualmente finiva per lasciar venire alla luce la sua vera essenza maldestramente affossata. Vivere la vita di […]

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Ipocondriaci, internet e tv

Possono gli ipocondriaci guardare fiction e programmi a sfondo medico-scientifico senza correre dal medico di base accusando i sintomi di tutte le malattie del mondo? Immaginiamo un soggetto impressionabile vedere spiattellate sul proprio schermo ad alta definizione operazioni a cuore aperto, ferite zampillanti sangue, diagnosi sbagliate o difficili, malattie rare, conseguenze invalidanti di incidenti banali e svariate patologie di natura varia. Il televisore, da strumento di compagnia, potrebbe tramutarsi per lui in un’arma letale peggiore di una reale sindrome conclamata. In principio fu E.R., il serial tv che lanciò il mitico George Clooney, alias il Dottor Ross, nello sfavillante mondo del cinema direttamente dal triage del pronto soccorso di Chicago. In seguito, sulla stessa scia dei pionieri medici in tv, seguirono Nip/tuck, con i due chirurghi plastici più sexy, promiscui e spregiudicati di Los Angeles; Doctor House, alias il mago degli internisti, con il suo bastone e il suo caratteraccio, sempre infallibile nel formulare diagnosi impossibili; Grey’s Anatomy, ossia l’incastro perfetto di casi clinici di particolare gravità con la storia d’amore tra la dottoressa Grey e il dottor Sheperd. Che dire di Scrubs che, seppur divertente e sicuramente più spensierato degli altri serial, sempre di malattie parlava. L’ultimo medical drama apparso in tv in ordine di tempo è Code black, ambientato in un grande pronto soccorso di un ospedale americano: nel titolo contiene quell’esplicito richiamo al colore nero che è un chiaro buon auspicio per chi voglia rilassarsi la sera davanti alla tv. Dato il crescente interesse del pubblico verso il mondo della medicina, anche le trasmissioni televisive a sfondo medico/divulgativo si sono moltiplicate nel tempo a perdita di telecomando alla pari delle fiction: dall’immarcescibile Elisir alle più recenti Malattie imbarazzanti, Diagnosi misteriose, The Doctor Oz show e 24 ore in sala parto, programmi di punta dei palinsesti delle nuove reti del digitale terrestre. Ma non bastano solo questi programmi pseudo scientifici ad influenzare il rapporto con la televisione di un malato immaginario. Anche trasmissioni tranquille e “asintomatiche” come Sconosciuti implicano sempre la presenza di una grave malattia a rompere l’idillio del racconto dei protagonisti. Proprio mentre si cena, tra l’altro. Insomma, le patologie e il terrore di averle tutte sono sempre in agguato, anche quando si guardano programmi televisivi apparentemente insospettabili o si gioca ai videogiochi o si scommette su tutti i casino online. Ipocondriaci si nasce o si diventa? Se la predisposizione a sentirsi vittima di tutti mali del mondo non è necessariamente genetica, con l’avanzare dell’età la propensione al malessere può fare capolino nelle nostre vite da un momento all’altro e condizionarle pesantemente. Nei casi più disperati di ipocondria acuta, una donna potrebbe pensare persino di avere problemi alla prostata. È questo il campanello d’allarme che fa comprendere almeno a noi femminucce che, oltre ad essere terribilmente suscettibili in tema di malanni, è forse il caso di smettere una volta per tutte di vedere simili fiction e trasmissioni tv. Ipocondriaci 2.0 Ma non è finita qui. Al binomio ipocondria–televisione manca l’anello di congiunzione tra una semplice impressionabilità ed il tracollo irreversibile del […]

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L’italia è un Paese per vecchi, restare o andare?

Giorni fa parlavo con un collega. Lui, più grande di età, avviato già nella sua carriera di pendolare e docente non di ruolo, siamo “colleghi intellettuali”. Ci scambiamo dei consigli sugli ultimi libri da leggere, lui mi chiede degli esami e gli racconto la mia storia funesta su quell’ennesimo che forse “un giorno passerò”. Mentre parlava guardavo le sue rughe intorno agli occhi, la sua pelle spenta. Il suo atteggiamento e portamento, di solito sicuri, adesso mi apparivano sbiaditi, e così di impeto gli chiedo: “ma tu come stai?”. Gli chiedo sincerità nella sua risposta, volevo più che altro che si sfogasse con me. Lo vedi posare le sue pesanti lenti sul tavolo dove ormai il nostro caffè era finito ed iniziò a raccontarmi. A scuola non si trova bene, ha diverse cattedre in diversi plessi anche molto distanti tra di loro, è costretto ad una maratona quotidiana per tornare a casa stanco, distrutto e vuoto. Mi pronuncia questa parola guardandomi negli occhi e me la ripete. “Vuoto”. Essendo più grande di me, non ho vissuto insieme a lui la sua carriera universitaria ma so per certo quanto la sua passione potesse rendere minuscoli tutti i suoi compagni di studio, quanto prendesse le materie e le cucisse su di lui per farle sue e portarle per sempre nel suo bagaglio culturale. È uno di quelli che la famosa luce gliela vedi negli occhi, ed illumina anche te. Mi racconta dei suoi colleghi, quasi tutti anziani, quasi tutti trascinati dall’abitudine in un mestiere che di abitudine dovrebbe non avere nulla, se non quella di alzarsi ogni mattina ed avviarsi a scuola. Mi racconta di come ha avuto la necessità di essere aiutato finanziariamente dalla sua famiglia perché l’affitto e le spese sono più onerose di quanto possa permettersi. Parla con una cadenza che mi permea e trascina in me tutta la tristezza delle sue dure parole. E poi mi guarda e mi dice “non restare qui, scappa”. Ecco, questa parola nessuno me l’aveva detta, ancora. Tutti mi avevano avvertito sulla difficoltà lavorativa italiana, ma non ce n’era, in effetti, vera necessità: quotidiani ogni giorni ci spiattellano in faccia la forte pendenza della situazione lavorativa.  Ma dette da lui quelle parole pesano tanto, tanto quanto le sue rughe, tanto quanto la sua stanchezza.   “L’Italia è un paese per vecchi” mi ammonisce ancora. Proprio quella mattina mi è capitato di aprire i giornali, come mio solito, e di soffermarmi su di un articolo che descriveva la profonda falda presente nel settore lavorativo giovanile, e più si è giovani, più la falda si apre. Dopo esserci salutati con un lungo abbraccio lo vidi andare via, portandosi alle spalle la borsa piena dei suoi libri che di tanto in tanto scivolava giù. La testa china di chi non porta solo quel peso addosso. E, per la prima volta, io che sento di avere delle profonde radici ancorate al mio Paese, mi chiedo: “è più pesante la valigia per partire o quella, invece, per restare?”.

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