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Eroica Fenice

La categoria Voli Pindarici contiene 158 articoli

Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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Avere un sogno… oggi!

«Io ho un sogno… che un giorno gli uomini si solleveranno e capiranno che sono fatti per vivere da fratelli… che tutti gli uomini rispetteranno la dignità dell’essere umano. Sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l’acqua e la rettitudine come un fiume irruente». Così Martin Luther King scriveva negli anni ’60, urlando a gran voce un bisogno urgente di giustizia e la sconfitta di ogni sentimento razzista e belligerante. Erano quelli gli anni della speranza, del sangue che ribolliva vivo nelle arterie. Gli anni della più grande rivolta giovanile che la storia dell’uomo abbia sperimentato. Quel sogno di ieri i giovani di oggi lo hanno ereditato, ma lo hanno spogliato di entusiasmo e coraggio. E nel momento storico in cui quel sogno diviene più urgente, vien meno la speranza di lotta, la voglia di crederci davvero, come un tempo ci hanno creduto davvero loro, i figli della rivoluzione. Avere un sogno oggi equivale ad abolire le barriere dell’ipocrisia e del falso buonismo. Avere un sogno oggi equivale a impugnare un’arma più tagliente dei coltelli e più letale di cannoni e fucili, il coraggio cioè di vivere davvero, lottando strenuamente per le cose che contano: un amore che non faccia male, un lavoro che non risieda oltre le frontiere della propria terra, la dignità d’essere uomini e donne in un mondo in cui diritti e doveri non abbiano una veste formale, ma basi solide su cui costruire un futuro degno d’essere vissuto. Il bisogno di cambiamento brucia e arde come il sole cocente di mezzodì. E quel cambiamento risiede negli sguardi giovani di chi sperimenta la piaga della disoccupazione. Risiede nel cuore di ragazze e ragazzi costretti a lasciare affetti, amore, terra e cuore pur di approdare alle rive di una stabilità economica, deponendo spesso sogni ed ambizione. Risiede nel cuore e nella sofferenza di quanti vedono scomparire davanti ai propri occhi cari e conoscenti, risucchiati dal cemento dell’indifferenza e della corruzione. Vite spezzate, desideri tarpati, adulti colpevoli e giovani disillusi. È questa la cospicua eredità del XXI°. Questa la ricchezza che colma vuoti fittizi e mai dona autentica serenità. Ma la pena colossale risiede nell’attuale inerzia, nella superficialità, nel disincanto, nemici di quell’attivismo un tempo motore efficace per capovolgere abitudini e situazioni intollerabili. La futura “generazione d’idioti” di cui parlava Einstein è già qui, presente intorno a noi e siamo proprio noi, ciascuno coinvolto in prima persona. Perché quel che cede sotto i nostri piedi è innanzitutto la dignità e il rispetto personale prima che sociale. Ciò che manca a noi giovani oggi è quella scintilla che smuove le coscienze, che turba gli animi di quanti brancolano nell’errore. Ciò che manca è un vivo desiderio di rivalsa e di giustizia, quello in cui i nostri coetanei di mezzo secolo fa credevano davvero. Manca la pazienza, manca la capacità di comprendere la sana tempistica del momento dell’audacia e quello della riflessione. E così precipitiamo nel baratro della disperazione, in una dimensione in cui l’arduo sacrificio non viene ricompensato, bensì […]

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Riflessi(oni) di una nottambula allo specchio

Mi guardo e vedo solo frammenti. Non so più dove posizionare i pezzi. Lo specchio riflette l’immagine senza penetrarla, come una foto della superficie. Cosa c’è sotto? Non riesco a toccare il fondo, la mia mano afferra un’effimera illusione. Chissà cosa vedono i suoi occhi. Un opaco riflesso, un’ombra evanescente, stralci di verità? È facile celare se stessi, manovrare gli altri portandoli verso la menzogna, come se la vera essenza di sé fosse qualcosa di cui vergognarsi. Il bourbon mi fa sempre lo stesso effetto, un bicchiere ed è come se la mia mente andasse a ruota libera, isolandomi da tutto ciò che mi circonda. Mi sento inerme, senza riuscire a smettere di pensare, come trascinata da una corrente che mi porta prepotentemente verso l’ignoto. Ogni notte la stessa atmosfera: il bancone di legno lucido, le pareti gialle sbiadite dal fumo, l’odore penetrante di alcool, le persone che entrano ed escono dal bar come comparse in una scadente messa in scena, lo sconosciuto dalla giacca verde scuro che mi osserva silenzioso. Viene sempre allo stesso orario, ordina il suo drink e poi va via, lasciando uno spazio vuoto sempre più difficile da colmare. Ha catturato la mia attenzione dalla prima volta in cui ha varcato quella porta. Lui ha visto me, ha colto i frammenti ed è lì che mi lancia segnali dal lato opposto della sala, offrendomi una via di fuga da tutto quello che non ho il coraggio di cambiare, dalla mia confortevole routine. Ho capito chi sei. L’ho capito dal tuo atteggiamento annoiato e raffinato, dalla sigaretta fumata compulsivamente, dal caffè amaro, dal libro di Carver che porti sempre con te, dallo sguardo triste e smarrito. Tutto questo grazie alla sottile barriera che ci separa e ci dona oggettività. La giusta distanza per capire le cose, per guardarle nell’insieme mettendo ordine nel caos che fa delle nostre vite una matassa ingarbugliata. Tirando il filo tutto si riduce a uno. Alla lineare semplicità che è alla base del disordine che creiamo. Ho sempre amato le cose semplici, prive di inutili complicazioni eppure così sottovalutate. Troppo facili, le cose semplici annoiano. E si riparte da capo, creando un’affascinante tempesta e tanta solitudine. “Principianti” è il mio libro preferito. Anche io mi sento così. Dalla fine all’inizio ricomincio da capo ogni volta e nel moto incessante mi smarrisco per poi ritrovarmi, diversa, a volte più forte, altre più fragile. Trovarti ogni settimana al tavolo di fronte mi riporta all’ordine, all’immagine allo specchio. Senza crepe, ma con segni leggeri che ne delineano il percorso. Riprendo da dove avevo lasciato me stessa, recupero ciò che è mio. Ritrovato il mio posto, gusto il sapore dell’ignoto, del bilico, del nuovo inizio. Principiante. E ti guardo, vedendoti per la prima volta.

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Nel nome del Padre

  Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo… Dio, subito in contatto con te con un segno della croce. Alle elementari durante un pomeriggio di catechismo, qualche settimana di religioso full immersion per prepararci alla comunione, ricordo perfettamente che ci dissero come il segno della croce fosse il varco iniziatico che ci permetteva di comunicare con te. Segno della croce e via, l’accesso è libero, potete rivolgervi a Lui, dare sfogo alle vostre confessioni e porgli domande che potrebbero non avere risposta. Quando avete finito rifate il segno della croce e la comunicazione potrà dirsi interrotta. Niente di tutto questo ora che sono adulta credo sia liturgicamente sensato, sarà che la stessa serietà di essere stata educata in una scuola il cui preside era un prete che mi porta proporzionalmente e paradossalmente ad avere quel non so che di cinico al riguardo, occupare tutti i giorni gli spazi di una chiesa e chiedersi da grande il motivo di tale istituzione. Tu lo sai già, perché dicono che tu veda tutto, ma c’è chi mette in dubbio la tua esistenza, anch’io mi ritrovo concorde la maggior parte del tempo, ma sai anche che l’essere umano ha necessità di “credere” fortemente  in qualcosa o in qualcuno, di trovare un appiglio che non chieda niente in cambio, di appoggiarsi ad uno scoglio per tentare di non essere risucchiati dalle profondità della vita. Un atto di fede vero e proprio, perché in questo mondo fatiscente e fragile mi dici come potrebbe essere il contrario? E allora tu sei il nostro capro espiatorio, l’entità che ringraziamo quando ci accade del buono e quella che ripudiamo quando ciò che ci accade buono non lo è affatto. Eppure sono qua che metto in piedi un dialogo con te e con me stessa. Ah e non sono credente, nei giorni pari almeno. Potrebbe questa definirsi una preghiera? Ho le mani giunte e gli occhi serrati, mi passano per la mente le immagini di quello che vorrei raccontarti e dei cuori sui quali vorrei che tu vegliassi, ma ancora la mia memoria, la parte del cervello che conserva i ricordi, mi riporta al passato, tra i banchi di scuola e quei pomeriggi di catechismo alquanto enigmatici. Ho il ricordo dell’aula e delle luci al neon che si accendevano dopo una piccola intermittenza, quando calava il sole e per strada il tramonto dava alla luce un’aria opaca. Mi ricordo quel silenzio mistificatorio dei corridoi fuori la porta, che la mattina erano invasi dal caos e dal chiacchiericcio dell’allegria infantile: un silenzio che mi inquietava, il buio del riverbero di quelle lampadine mi angustiava. E poi l’insegnante che ti parla del potere ultraterreno del segno della croce… Sto divagando, Dio? Cerco risposte che possano alleviare questo senso di inconsistenza, le risposte che l’uomo cerca nella filosofia o nella religione, in ogni caso in qualsiasi cosa che presupponga fede. Qui sulla terra il giorno volge al termine, così come i miei sospiri. Mi senti? Forse non sono credente neanche […]

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Se il tempo fosse denaro: un patrimonio da conservare

La clessidra verde scandisce il tempo e i suoi inesorabili istanti. Le ore costituiscono ricchezza. I giorni, un patrimonio da preservare con parsimonia. Un ghetto. L’élite. Due facce della stessa medaglia. Figli di un cuore che divorzia dalla mente. Esigenza comune, ma capricciosa priorità. La vita. Esistenza improntata al terrore e alla speranza. Esistenza inscritta in un destino disegnato sulle tracce della sicurezza e della corruttibilità. Lui, Will, operaio in una fabbrica che produce apparecchi in cui viene immagazzinato il tempo, e lei, Sylvia, giovane privilegiata residente nella zona più ricca della città. Will con la sua sete di giustizia e Sylvia cristallizzata nella sua gabbia dorata. Due mondi apparentemente opposti, distanti anni luce in termini di possibilità guadagnate e concesse. Il tempo ha il colore del denaro, perché è denaro. Nel ghetto c’è chi giunge a derubare ed ingannare, perché ogni ora vissuta può essere l’ultima. L’élite sembra destinata all’eternità, vivendo un tempo eccessivo per sé e vitale per loro. Ma quell’incontro avrebbe segnato finalmente una nuova era. L’era della mortalità comune, che segue la morte dell’eternità. L’era in cui la ragione e la giustizia cominciano a percorrere lo stesso sentiero. Qualcosa stava cambiando e lei era pronta a barattare il suo tempo infinito, lottando con lui, nel tentativo di sovvertire il sistema, e provando per la prima volta l’adrenalina e l’eccitazione di un condannato a morte. Will, con l’obiettivo di vendicare sua madre, le mostrerà il brivido della lotta alla sopravvivenza in un’esistenza in cui la ricchezza è la vita stessa. Sylvia, con l’intento di impartire una lezione morale a suo padre, si guarderà dentro scoprendo di avere un coraggio fino a quel momento assopito. Gli amici nel ghetto continuavano a morire, mentre l’élite sorrideva egoista e sarcastica della fine altrui. Determinazione e coraggio unirono le proprie forze per concedere nuove chance di serenità, arginando il terrore di non riuscire a contemplare nuove albe. Non occorreva più sacrificare il tempo di molti per soddisfare i capricci di pochi. Perché di tempo ce n’era a sufficienza per tutti. E con tempo sufficiente era possibile sfamare i bambini e gli adulti con la gioia di poter vedere il domani e riuscire ad amare ed abbracciare le persone amate. La vita acquisiva un nuovo significato, un senso di tranquillità e gratitudine contro la corsa forsennata alla sopravvivenza. Ma sopra ogni cosa, il tempo sufficiente per tutti insegnava ora, a quell’élite viziata e dispotica, l’importanza del vederlo scorrere inesorabile, comprendendo e scoprendo un tesoro prima sottovalutato. Una ricchezza incommensurabile, divina e mortale insieme. Perché non esiste denaro senza tempo sufficiente. Un tempo da vivere senza rimpianti e senza remore. Perché un giorno volgerà al termine e il cuore dovrà provare soddisfazione nell’averlo impiegato rettamente e completamente. Via dunque le bende dall’anima e dalla mente. Perché il tempo è denaro e la vita stessa.

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