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Eroica Fenice

strade

Ai vecchi amici, alle tue strade di pietra

Le strade sono quasi sempre deserte la sera. Le grandi arcate dei portoni colorati, senza la luce accecante del sole cocente, si fanno grigiastri e le casupole mezze diroccate diventano un unico mosaico di pietre che si unisce ai ciottoli delle vie strette. Nel buio si confondono, sembrano gomitoli di lana che si intrecciano, si arrotolano e srotolano nel silenzio di un paese dimenticato, in cui la notte è scandita dal solo canto dei grilli. Ho amato passeggiare da sola per queste strade. Quanto è più grande la notte, tanto il pensiero si fa denso. E il vociare degli amici al bar, quelli di una vita, risuona nella malinconia di una piazza vuota, illuminata dal chiarore di fiacchi lampioni. Tra una birra e l’altra la vita sta camminando, amici miei. Nei vostri sorrisi l’immobilità della mia infanzia, della mia giovinezza, del mio tempo. Solo qui sento che il tempo mi aspetta per più di un istante, è come quando il treno si ferma in una di quelle stazioni sconosciute.

“Ed è qui, tra queste strade, che i ricordi si confondono, il respiro si fa respiro di altri”

Negli occhi impenetrabili dei vecchi seduti sull’uscio di casa non è difficile ritrovare i giovani che sono stati un tempo, immaginare i loro primi amori correre e ridere dopo giochi di sguardi maliziosi per poi scomparire dietro l’angolo di un vicolo buio. Ogni tanto fa capolino una donna vestita di nero, dalle finestrelle delle case spuntano occhiate furtive, gli uomini chiacchierano e ridono, affidando i loro ricordi al vino. Un tempo anche loro hanno preso in mano un organetto e hanno ballato in cerchio, presi per mano, come i loro nonni hanno fatto per secoli dopo una giornata di duro lavoro. Hanno cantato un po’ ebbri e barcollanti, improvvisando versi a squarciagola per i loro sgangherati amori, per le larghe gonne delle belle ragazze dai capelli neri e dalle ciglia folte. Puoi sentirli ancora quei canti, risuonano la sera in una via deserta. Sembra che i muri li abbiano voluti trattenere incastrandoli tra ogni singola pietra.

E così di anno in anno, quando ritorni, ci sono cose che perdi per sempre, altre che ritrovi. Il camino acceso in una fredda sera d’inverno, le castagne e il vino, le voci degli amici che brindano ad un nuovo inizio, o semplicemente ad una fine, la panchina del tuo primo bacio e quella della prima sigaretta, ben nascoste dietro ad alberi vecchi e cespugli incolti. In tanti se ne sono andati, ti hanno lasciato a sonnecchiare sopra quella collina. Ma ogni volta, la luna che spunta dalle montagne nere che proteggono i tuoi tetti, se la ride pensando a quante storie le sono state raccontate da qua giù. Paese, quartiere, “barrio”, misto di silenzi e voci. Tra poco si berrà di nuovo tutti assieme, si lascerà il mondo fuori per brindare alla nostalgia, per guardarci uno ad uno e riconoscerci ancora una volta.

Mi dissero una volta che me ne ero andato… ma quando? però quando, se sempre sto tornando a casa… quartieri, città e mai nessuno di voi è il mio quartiere. BARRIO! Il mio Barrio: così lo chiamerò il posto dove mi sentirò uno di voi e le vostre voci lontane saranno musica per il mio cuore. Dove, amici miei, potrete bussare all’ora che volete: ci apriranno i bar quando sono già chiusi e non saremo come numeri sui citofoni dimenticati, come cani di passaggio e senza nome… Se fossi nel mio Barrio, avrei spalle su cui appoggiare le mani e orecchie a cui confessarmi, e casa, e luna e stelle che dall’alto, sull’angolo del tetto dei miei vecchi, mi direbbero: Fermati qua, fermati qua!”

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