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Eroica Fenice

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore.

Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti.

Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore?

Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio.

L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo.

Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio.
La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che l’amore verso se stessi (l’amor sui) depauperizza quello verso Dio. Aggiungere cura a sé è sottrarne a Dio. Oggi amarsi è amare il doppio l’altro (in questa sede tralasciamo i picchi di narcisismo e ogni tipo di estremismo). Amarsi è amare senza contrarre debiti, senza averne la necessità. È amare per istinto e per volontà, non per un tornaconto, del quale siamo più o meno consci.

Si può amare senza amor proprio? È la prima domanda da rivolgere a chi mette in dubbio la sacralità dell’amor sui. La risposta, forse, dovrebbe essere categoricamente negativa. Non si può amare senza amarsi. È una convinzione secolare, vecchia come l’umanità, ma non è mai superfluo riesumarla di tanto in tanto. Perlomeno, non si può amare in maniera sana. Coltivare un rapporto critico e pacifico con se stessi, cimentarsi con impegno nella propria realizzazione, rispettare ma levigare le nostre stesse asperità, scendere a patti con ciò che ci travaglia, sono lavori interiori irrinunciabili se si vuole amare in maniera empatica e gratuita. Aver cura, conoscenza e curiosità della propria vita: tre “c” salvavita che dovrebbero essere assunte come presupposti immancabili prima di qualunque incontro romantico.

Se non ci si ama, non si può amare. Perché? È il più consequenziale dei quesiti. Perché è così importante amarsi per amare “bene”? Per esorcizzare il rischio di rendere le proprie incompletezze, i nodi che non ci si decide a sbrogliare, i blocchi contro cui ci rifiutiamo di digrignare i denti, una responsabilità dell’altro. Una persona che non ha cura di sé non saprà avere cura dell’altro, ma tenderà a trasformare in un fardello da accollare tutte le rese dei conti procrastinate, tutte le amarezze non elaborate, i lutti in cui moriamo facendo finta di continuare a respirare. Anche senza una precisa volontà, l’incuria in cui versano certe tensioni, nel momento in cui rifiutiamo di dar loro l’attenzione che reclamano, si converte in sordità emozionale. Si diventa semplicemente indisponibili a una relazione soddisfacente, a uno scambio emotivo vicendevole, alle esigenze dell’altro.

Attenzione: quella a cui ci riferiamo è una statistica, un’osservazione generale. Ci sarà sicuramente chi, pur intrattenendo un rapporto malsano con se stesso, è in grado di rendere felice la persona amata. Le domande, a questo proposito, sorgono irruenti: ma si amerebbe in maniera corretta verso se stessi? Evitando qualunque dilaniante moto di masochismo auto imposto? E perché trascurare il fatto che prima di nascere per qualcuno, nasciamo con noi stessi? Sarà una storia trita e ritrita, ma siamo noi il primo amore di noi stessi. Non si vogliono proporre spicciole frasette motivazionali. L’amore è fenomenologia degli strati emotivi di due persone, è un compromesso che arricchisce, è essere doppi, non metà. Se si potesse modificare un’espressione topica nella nostra tradizione culturale, andrebbe corretta proprio questa. Non si dovrebbe cercare la propria metà, ma il proprio doppio. Con doppio non si intende una persona il più possibile simile a sé, che riproduca la nostra personalità e con la quale fare strage della diversità e del confronto critico. Con doppio si intende la coesistenza con una persona che non dimezzi la vita, ma la potenzi. Una persona che non renda essenziale un “adattamento forzato” a condizioni climatiche differenti dalle proprie, ma che instilli la curiosità del nuovo senza derubarti del vecchio. Una persona che renda tutto più, il colore vivificato, il sangue più caldo, l’interesse più spigliato, senza, allo stesso tempo, sottrarre la possibilità di preferire le temperature tiepide. Amando se stessi si può correre il rischio di attirare magneticamente una persona che, amandosi a sua volta, ci faccia dono del doppio, e non di metà.

Per quanto si possa amare l’altro, se prima non si ama la propria ombra in giro per la Terra, non lo si gratificherà di un amore pieno e vicendevole, ma si cercherà nella demolizione dei riferimenti altrui una microscopica vendetta, o un malsano conforto. Chi si distrugge distrugge. E chi distrugge si distrugge. Sono due assiomi da marchiare a fuoco nella memoria.

L’amor proprio non è sottrazione di qualcosa a qualcuno. Non è amare meno, è amare meglio. Ci si dovrebbe innamorare di se stessi come ci si innamora dell’altro. Per caso, in una mattina piena di brina in cui si è in ritardo. Strappandosi un appuntamento, con un po’ d’ansia a impastare la voce. Scoprendo interessi, facendo caso a un dettaglio di noi stessi che ci fa impazzire, ridendo di sé, con sé, spalleggiando se stessi nella tristezza. Approfondire la relazione, fare progressi, non comprendersi ma non allontanarsi. Odiarsi, ma continuare a cercarsi. Non saremo mai abbastanza pronti all’incontro fatale finché persisteremo nell’attenderlo. La prima, più grande, più proficua attesa dell’amore è la ricerca di se stessi. Proprio perché la prima persona di cui ci si dovrebbe innamorare è se stessi. Per poter amare doppio, il proprio doppio.

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