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Eroica Fenice

L’attesa è un narghilè: elogio dell’uomo solo al bar

I giorni sono sempre più brevi, le piogge cominceranno. La mia porta, spalancata ti ha atteso. Perché hai tardato tanto? Ma ecco sui rami, maturi, profondi, dei frutti carichi di miele. Stavano per cadere senza essere colti, se tu avessi tardato ancora un poco.”

Nazim Hikmet

È una sera fresca, a Istanbul. Per le vie di Sultanahmet i pochi passanti pigri sono già via, i bar e i caffè vuoti. Aspetta, uomo vestito di nero, respira profondamente il fumo denso che sale piano dal narghilè in vetro blu e dorato a ricordarci che si può essere soli, aspettare un istante o anche tutta la vita. Chi attendi? Non so se ti basta te stesso e il tuo caffè questa sera o se sorriderai quando chi aspetti arriverà. Pensa, signore distinto, sospira e guardati intorno. Ci sei tu oggi. Solo, con la tua nostalgia o forse in compagnia dei tuoi ricordi. Accarezzi questa malinconica Istanbul senza parlare e non ti interessa se il tempo bussa alla tua porta per ricordarti che forse è ora di andare via. Senti freddo ora, c’è il Bosforo che dorme poco lontano. E poi c’è l’attesa. Oggi è tardi per i rimpianti, oggi l’aria è fresca e tu non hai pretese, siamo a metà marzo e la primavera arriverà presto. I tavolini sono vuoti ma io non so di chi ti riempi i pensieri, ti guardo e sorrido timidamente mentre tu assapori questo tabacco che  sa troppo di solitudine.

Aspetti perché vuoi lasciare fuori il mondo o perché il mondo ha lasciato fuori te? Qualunque cosa tu stia cercando, chiunque tu stia aspettando e ovunque andrai quando anche l’ultimo carbone sarà bruciato, questa sera la città d’oriente è solo per te.

 – L’attesa è un narghilè: elogio dell’uomo solo al bar –

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