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Eroica Fenice

Attizzo il fuoco, sorseggiando un tè fumante

Ogni anno, all’infiammarsi dei colori autunnali, si rinnova il mio incantesimo privato, quando si ripete, sempre identica, quella sera in cui in famiglia si decide di accendere il cuore autentico della casa. Fin da quand’ero bambina, preparare la legna e vederla ardere nel primo giorno di “grande freddo”, equivale ad allestire una festa; è un po’ come quando sali su in soffitta, respiri l’aria polverosa di vecchie cianfrusaglie e porti giù i pastori del presepe, riposti nei loro scatoloni, in attesa di entrare in scena nelle loro casine di cartone.

Un pomeriggio uggioso, me ne sto davanti al camino acceso a rielaborare pensieri e sensazioni, mentre il vapore sale dalla mia tazza appannandomi gli occhiali.

La fiamma, partecipando della mia vita psichica, mi aiuta a percepire la vera sostanza delle mie pulsioni e far luce fra le proiezioni che definiscono, in germe, “il mio veniente”: ciò che deve accadere. È vicino al fuoco che ho meglio compreso quanto il fantasticare sia un universo in espansione, un soffio di odori, che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna. Accanto al focolare, arde il magma dei miei ricordi, proiettandomi in un treno immaginario, che sbuffa nel tempo e nello spazio.

Sento che per essere libera e creativa, devo tornare all’essenza delle cose. Mi rivedo in pigiama, in poltrona, con la febbre, mentre mio padre accende il fuoco nella nostra cucina, mettendo molta cura nel sistemare i ceppi sulla legna minuta e nel far scivolare, tra gli alari, un pugno di trucioli: fallire nell’accendere un fuoco, sarebbe stato un grave errore! Con la mia tazza di latte e miele, osservo la scena e mi convinco di quanto mio padre non possa avere eguale in questa funzione, che non affida mai a nessun altro; infatti, non credo di aver acceso un fuoco prima dei diciott’anni. È stato solamente quando ho iniziato a vivere da sola con mia madre, che sono diventata padrona del mio camino. E “l’arte di accendere il fuoco”  è passata a me come un vanto: il mio fuoco mattutino è un rito in miniatura con me stessa.

Come può non avere origine divina? Anch’io, come Prometeo, l’avrei rubato. Il mistero dell’esistere trova calore, grazie allo sfavillio della fiamma. Giunge dagli abissi della sostanza e si offre come un amore; ridiscende nella materia e si nasconde, latente come l’odio e la vendetta; sempre bruciando, tiene fede al comandamento della propria luce. I suoi brusii raccontano di lotte, sostenute per custodire l’unità; sussurrano echi di racconti antichi, profumi di caldarroste e vino cotto. Non bisogna sciupare il tempo di luce del fuoco: è allora che le ore della vita onirica fluttuano, più feconde, per interrogare l’immaginario.

Intanto assaporo il mio tè, masticando la fettina di limone come fosse una stella. 

Attizzo il fuoco, sorseggiando un tè fumante