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Eroica Fenice

Il bambino sulla spiaggia e quello sul lettone

Il bambino disteso sulla spiaggia sembrava uno di quei pupazzi di gomma che si gonfiano a bocca. Pareva  un bambolotto dimenticato sul bagnasciuga da qualche bimbo dopo una giornata intensa di giochi trascorsa in riva al mare. Le onde fredde del mare del mattino lo scalfivano già da qualche ora ma lui restava immobile, disteso a pancia sotto, con il sederino un po’ alzato. Indossava una magliettina rossa, un pantaloncino blu, le scarpette con la suola gialla e aveva  la testolina piegata sul lato destro del corpo, tonda piena di capelli scuri. Dalla corporatura sembrava anche cicciottello e, anche se in realtà non è stato mai visto in faccia, doveva essere certamente bellissimo. E immobile è rimasto. Per sempre, però. Immobile su quella spiaggia turca, protagonista involontario e inconsapevole di uno scatto che lo ha reso per sempre un’icona indelebile dell’orrore di una delle tante conseguenze della guerra in Siria.

Il bambino sul lettone

Dopo più di due anni e lontano migliaia di chilometri da quella spiaggia turca, in una mattinata come tante, il bambino disteso sul lettone dormiva placido e beato. Ha solo qualche mese e la fortuna di essere nato in un luogo che, seppur denso di contraddizioni, sfaceli, ladrocini, ipocrisie e ingiustizie di ogni sorta e natura è, in fondo e nonostante ciò, ancora un buon posto nel quale venire al mondo. Fosse solo perché non c’è la guerra. Il bambino disteso sul lettone è il mio ed è così dolce ed indifeso quando passa dalla veglia al sonno, assumendo quella posizione raggomitolata che ispira un mare di tenerezza solo a guardarlo.

Per una strana coincidenza, quella mattina, con la sua testolina tonda piena di capelli scuri rivolta a destra e i vestitini blu e rossi, aveva assunto quasi la stessa postura con il sederino in sù nella quale fu ritrovato Aylan.

Che strane associazioni di immagini ha prodotto la mia mente in quel nanosecondo in cui ho visto mio figlio in quella posizione. Una sorta di veloce flashback da pugno nello stomaco composto da un’immagine così dolce e da una così odiosa come quella della fine di una creatura indifesa.

Un bambino e la morte

I bambini e la morte: una contraddizione innaturale, un maledetto ossimoro. Sarà stata la potenza di quella foto scattata in spiaggia, l’impatto emotivo della tragedia dei profughi, le mille paure che a volte attanagliano la mente dei neo genitori ma quella mattina ho pianto guardando il mio bimbo dormire felice sul lettone e pensando ad Aylan, che, al contrario, una vita non ce l’ha più. I genitori del piccolo ritrovato sulla riva del mare alle prime luci fredde dell’alba non lo vedranno più dormire per poi risvegliarsi. Quel bambino morto barbaramente è uno schiaffo in faccia all’umanità, ricca o povera che sia, e si dovrebbe ben riflettere sulla circostanza per la quale nessuno ci assicura che un domani i protagonisti del macabro rituale degli sbarchi dei profughi saranno invertite o quantomeno diverse, se la bella Italia o la mitica Europa diventeranno posti nel quale non sarà più un colpo di fortuna nascercu né rimanerci. 

Un bambino come tanti e la guerra

Quante definizioni sono state date della guerra. Quante immagini sono state scattate. Quante volte a dire e sentire sempre le stesse cose sulle conseguenze dei conflitti che ricadono principalmente su donne e bambini. Questi ultimi, specie se maledettamente sfortunati, dovrebbero ispirare pace, cambiamento e miglioramento perenne in chiunque. Le guerre sono tutte uguali nella loro assurda monotonia e nelle ragioni che le fomentano, ma sembra che nessuno ne sia stanco.

Il bambino disteso sul lettone tra poco verrà svegliato dai baci della sua mamma. Quello sulla spiaggia resterà un’immagine indelebile di un bimbo senza futuro, morto annegato a pochi metri dalla libertà come beffa finale di un destino già amaro di per sé. Non avrà più bisogno di essere svegliato dalla sua mamma.

E allora dormi, Aylan, come nel migliore dei tuoi sogni e il peggiore dei nostri incubi.

 

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