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Eroica Fenice

basta

Basta, dirsi che può bastare. E poi il caos

«Basta, esci con me. Lo so che non puoi fare a meno di scrivere, ma esci con me. Io ti sto offrendo la vita senza la quale non potrai più scrivere».

Sono uscita. E poi basta.

Basta.

Quanto gelo c’è, dietro questa parola?
Quanto vuoto c’è, dentro questa parola.
Secca, concisa: bà-sta.
Due sillabe sole per cancellare un incontro. Due sillabe sole per risparmiarne altre cento.
La prima volta che la leggi, ti irrigidisci. La seconda volta, sei pietrificato. Cominci a ripetere basta basta nel tuo cervello, fai rimbombare il suono nelle orecchie come fosse una sveglia che non vuole spegnersi, sperando che, dopo un po’, quella maledetta parola bisillabe perda di significato. Ma niente. Significa ancora basta. La terza volta…la terza volta non c’è. Non c’è, perché hai detto che basta..
Dicono derivi dal greco. O dal persiano. Eppure, io sento che arriva direttamente dallo stomaco. Dove può stare, se non nello stomaco, un pugno sordo così?
Il vocabolario spiega che «si usa per esigere o invocare in modo energico la cessazione di un fastidio o di una sofferenza prolungata». Allora come si può usare anche per invocare la cessazione di una gioia prolungata?
Il verbo da cui nasce è «bastare», quindi «essere sufficiente».
Basta parlare, mentire, farmi il solletico!
Basta chiedere e ti sarà dato, bussare e ti sarà aperto. Basta il pensiero.

No che non basta. Il pensiero non basta mai. E nemmeno le parole, i sorrisi, la cioccolata fondente. Nemmeno il mare, la montagna, la strada sporca. Non basta neppure la neve, quella che non hai mai visto.

Prima di te, avevo incontrato solo un bambino che non aveva mai visto la neve. Non sapeva come fosse fatta, ma riusciva a disegnarla. Disegnava tante palline piccole e vuote, così tante da riempire il foglio intero. In quel foglio c’era la tempesta di neve più violenta che si sia mai scatenata sulla Terra. Però a terra, non si era raccolta. Il prato era verde. I fiori gialli e rossi. Lui indossava una maglietta di cotone a maniche corte. Giocava con la neve, senza sentirne il freddo. La disegnava, e d’un tratto s’accorse che non gli bastava: voleva toccarla, ma non poteva. Allora, per quella mancanza, ebbe freddo sul serio.
Sale quanto basta. Pepe quanto basta. – Quanto basta? – 
Basta che tu stia bene, che respiri. Basta la salute.
No che non basta. La salute non basta mai. I colpi al cuore servono, come servono i crampi ai muscoli, le fitte alle costole. Altrimenti come t’accorgi che esisti e senti? Se il tuo corpo tace, stai solo dormendo. Se il tuo corpo soffre, forse sei sveglio. Se le tue ossa tremano, allora sei vivo.
Me l’hai offerta, poi, quella vita. Su un piatto di plastica rosso, non degradabile. Uno di quelli che inquinano terra e cuore, che rimangono ore, giorni (anni?) tra le aiuole. È un orrore per gli occhi, ma nessuno lo toglie. Finché il vento non lo porta altrove a disturbare altri volti, a turbare altri fiori. Me l’hai offerta la vita, a furia di carezze, ma poi hai detto che bastava.
Ma non basta. Basta, dirsi che può bastare.
Che il caos abbia inizio.