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Eroica Fenice

Buona scuola

“Buona Scuola”: come ha cambiato le nostre vite

E la chiamano Buona Scuola.

Sono nata e cresciuta a Napoli, una città decisamente lunatica. Pullula di storia, odori, sapori e ricordi. Tutto qui è rovina e modernità, bellezza e degrado, colori e scale di grigi. Tra i vicoli del centro storico, culla delle influenze architettoniche delle dominazioni europee, ho passato la mia adolescenza e tra i muri di casa tutta la mia esistenza.

La mia, tutto sommato, è stata un’infanzia semplice e felice. Ho un fratello speciale, modello di forza e tenacia e due genitori che tra odi et amo (come in ogni relazione d’intenso amore) non hanno mai smesso di essere le colonne portanti di questo forte ma al contempo fragile sistema che si chiama Famiglia.

Da quando ho ricordo, la mia patria, l’Italia, è sempre stato un paese in “crisi”: Berlusconi, debiti, precariato, parlamentari troppo ben pagati e ministri buffoni. Tante sono le leggi e le riforme che hanno colpito quello che oggi vogliono ricordare a noi giovani sia la forma di aggregazione sociale più importante, la famiglia, contraddicendosi perché proprio loro, quelli che sono stati scelti per tutelare la nostra persona e i nostri bisogni, hanno danneggiato due cose: la famiglia e l’istruzione.

Perché parlo così? Beh, mia madre, insegnante precaria da oltre trent’anni è finalmente entrata di ruolo con la riforma della “Buona Scuola”, ma a tanti, troppi chilometri da Napoli.

Un anno fa, dopo tanti anni di lotte e sacrifici, qui in casa abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo alla notizia che, finalmente, tutte le fatiche sarebbero state ripagate. È stato un anno fantastico: bello era vederla arrivare a ora di pranzo, sorridente e rilassata. Negli occhi aveva la luce di chi ci era riuscito: il futuro cominciava a fare meno paura.

Poi, in quella maledetta mattina di fine giugno, la casella postale mostrava una nuova email: l’assegnazione era arrivata. La pagina si aprì davanti ai nostri occhi, un foglio elettronico avrebbe deciso della nostra vita. Eccolo, Emilia Romagna. Come?

Davanti a me solo buio.

Per settimane avevamo scherzato sulla possibilità che lei andasse via, senza mai affliggerci più di tanto perché dovevamo mostrare positività e sperare che non ci sarebbe andata male perché forse, dopo più di vent’anni, la ruota avrebbe girato a nostro favore anche se, alla fine, come avrete già capito, non è andata così.

Mia madre è una donna estremamente forte: di lei invidio la tenacia, l’emotività che la contraddistingue perché nelle sue mani diventa strumento per combattere. È il mio mentore, il modello da seguire e vederla lì, distrutta davanti a quel foglio elettronico che con tanta semplicità le comunicava che per tre anni doveva fare le valigie e allontanarsi dalla sua famiglia, mi ha ferito.

Oggi è un mese e poco più che è partita. Ci siamo salutate frettolosamente perché io tornavo dalle vacanze e lei usciva di casa per partire. Mi si è spezzato il cuore.

Realizzai in quel momento ciò che per tutta l’estate avevo cercato di non vedere: mamma non avrebbe più seduto tutti giorni al tavolo con noi, non l’avrei più trovata seduta a leggere i suoi romanzi e non avremmo più potuto avere le nostre chiacchierate di rito prima di andare a dormire.

Quel giorno presi la situazione di petto e feci una cosa che non avevo mai fatto prima: la lavatrice!

Mio fratello ed io cercammo di darci forza a vicenda scherzando su quali magliette avremmo trovato dei buchi e quali capi rossi avrebbero fatto disastri.

La mia vita è cambiata da quando il ministero dell’istruzione con la sua “Buona Scuola” ha deciso di mandare mia madre e altre 50.000 persone in giro per l’Italia, lontane dai propri cari e dalle proprie abitudini. Cerco di incastrare tutto, il lavoro, le faccende in casa, dedicarmi alla mia relazione, accudire i miei animali e, non per ultimo perché poco importante, lavorare alla mia tesi di laurea.

Le giornate sembrano essersi accorciate: svegliarsi presto la mattina e cominciare a correre per svolgere le varie commissioni, pensare a cosa preparare la sera, a cosa manca, aiutare il proprio fratello a iscriversi all’università, non dimenticarsi di ricordare al proprio padre le bollette da pagare. Cerco di prendermi del tempo per me stessa, ma quando lo faccio mi sembra che sia sempre tempo tolto a tutto il resto perché chissà, forse credo di essere invincibile pretendendo troppo da me stessa anche se so che la verità è un’altra: invincibile non sono. Fortunatamente, nel mio caso, ci aiutiamo tutti in casa e ci sosteniamo. “Mamma va tutto bene” le ricordo ogni giorno.

Sono arrabbiata. Hanno lasciato che un algoritmo decidesse della vita di tutti noi al fine di dare posti di lavoro, scuole efficienti per i nostri figli e fratelli, deportando tante donne e tanti uomini che magari, tra l’altro, sono vicini al pensionamento oppure non hanno mai lasciato la loro città, gettandoli in realtà diverse dalle loro, lontane dai propri cari, con uno stipendio che dovrà sostenere due nuclei, non più uno solo.

Non sono un’esperta di algoritmi, non sono un ingegnere informatico e di sicuro non sarei in grado di gestire un paese ma posso affermare con tutta la certezza di questo mondo che le cose, per mia madre e per tutti gli insegnanti italiani, potevano essere fatte diversamente.

Naomi Mangiapia

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